Maria Claudia Clements e Francesco Isidoris “L’architettura dello spazio pubblico”

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Piero Esposito
Piero Esposito
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WPoiché l’architettura contemporanea viene criticata per non creare più spazi urbani vivaci, nuovi manuali e atlanti includono analisi topografiche storiche, tipologie di piazze e raccolte di esempi. Lo svantaggio di queste collezioni è che sono continuamente in equilibrio sul confine tra edificio e spazio aperto, interno ed esterno, pienezza e vuoto, e spesso sostengono in modo banale una visione complessiva unificata dell’architettura e della città.

Due architetti e teorici italiani, Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori, fondatori dello studio di architettura rumeno Labics, stanno ora sfidando questa negligenza. Nel libro illustrato in lingua inglese “Architettura dello spazio pubblico” raccolgono 31 architetture dello spazio urbano provenienti da tutta Italia, dai municipi delle città principesche e repubbliche cittadine del Nord alle cattedrali e piazze del mercato del Mezzogiorno. Gli autori non selezionano i loro esempi in base alla loro importanza storica dal Medioevo al XIX secolo, né ne esaminano i cambiamenti strutturali. Ordinano invece gli spazi urbani secondo elementi di base, che un po’ fantasiosamente chiamano “modelli-assiomi” e mirano a fornire modelli di progettazione che possano essere implementati ancora oggi.

In questo tipo di teoria rientrano infatti non solo elementi decorativi o simbolici, ma anche veri e propri elementi architettonici: portico, loggia, galleria, porticato, colonnato, passaggio, terrazza, scala, ponte e cortile, che creano tutti ambienti urbani all’aperto. . Alta qualità degli alloggi. Questi ibridi di vento e pietra non appartengono all’edificio o all’ambiente circostante, ma sono attori indipendenti che trasformano gli spazi esterni in interni e invitano le persone a restare. In questi strati porosi gli abitanti delle città si sentono sicuri e visibili perché non sono del tutto privati, ma non ancora del tutto pubblici. Queste zone di trasporto, comunicazione e consumo sono state fin dall’antichità il cuore di ogni area urbana.

Abusi e buffonerie

La raccolta di esempi è splendidamente illustrata, ma i disegni schematici e le descrizioni della storia dell’edificio sono scarsi. Presso il municipio di Arezzo, in Toscana, l’architetto Vasari, incaricato dai Medici nel 1573, realizzò una facciata di portici al piano terra e progettò un paesaggio in pendenza con varie scalinate. Dal 1394 la città di Faenza ebbe ai lati della sua piazza del Popolo un ampio muro, anch’esso concepito come un doppio portico aperto a due piani. Vigevano, con la sua Piazza Dugale fiancheggiata da portici su tre lati, trasse beneficio dal 1492 quando il Duca Sforza di Milano, sorgendo dal nulla, volle qui arricchirsi di un imponente complesso cittadino. Infine, a partire dal 1545, Pisa costruì una piazza del mercato in Piazza delle Vettovagli, circondata da archi su tutti e quattro i lati, anche se i colonnati ai piani superiori furono rifatti in mattoni per gli appartamenti – le colonne murate sono ancora visibili oggi. .


Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori: “L’architettura dello spazio pubblico”.
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Immagine: Libri del parco

Sfortunatamente, gli autori non menzionano il fatto che molte di queste verande, vetrate e ampliamenti delle case erano vietate all’epoca perché restringevano la strada. I pilastri incorporati nelle case hanno fornito una soluzione. Spesso venivano forzati perché creavano ulteriore spazio per il traffico e collegavano case private irregolari a un paesaggio urbano unificato.

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