Il governo italiano alle prese con il nodo della tassa sui pacchi extra UE

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Alessandro Manzoni
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Dal 1° luglio rischio doppio prelievo sugli acquisti online provenienti da Paesi extraeuropei

A poche settimane dall’entrata in vigore delle nuove regole, il governo italiano si trova di fronte a una decisione delicata: mantenere, modificare o cancellare la tassa nazionale sui pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da Paesi al di fuori dell’Unione Europea. La questione riguarda milioni di consumatori che acquistano online prodotti a basso costo, soprattutto da piattaforme asiatiche, e potrebbe avere conseguenze significative anche per il settore logistico e per i conti pubblici.

Dal 1° luglio, infatti, dovrebbe entrare in vigore sia la tassa italiana da 2 euro per spedizione sia un nuovo prelievo europeo da 3 euro per articolo importato. Senza un intervento dell’esecutivo, gli acquirenti italiani rischiano quindi di dover sostenere un costo aggiuntivo complessivo di almeno 5 euro per ogni ordine.

Una misura contestata fin dalla sua introduzione

La tassa italiana è stata inserita nella legge di bilancio approvata a dicembre. Secondo il governo, l’obiettivo era contrastare l’afflusso di prodotti a basso costo provenienti soprattutto dalla Cina, considerati problematici per gli effetti ambientali, sociali e per la concorrenza esercitata sulle imprese italiane.

Dietro la misura, tuttavia, vi era anche l’esigenza di reperire nuove entrate fiscali per finanziare alcune disposizioni introdotte nella manovra economica.

Già nei mesi successivi all’approvazione erano emerse numerose criticità. A marzo il governo aveva deciso di rinviare l’entrata in vigore da gennaio a luglio, riconoscendo implicitamente le difficoltà operative e normative legate all’applicazione della tassa.

Oggi, a ridosso della nuova scadenza, una soluzione definitiva non è ancora stata individuata e cresce l’ipotesi di un ulteriore rinvio.

Gli effetti sul settore della logistica

Le aziende aggirano già il prelievo

Secondo gli operatori della logistica, l’incertezza normativa sta già producendo effetti economici concreti.

Molte società che importano merci dall’Asia hanno infatti iniziato a far transitare i prodotti attraverso altri Paesi dell’Unione Europea dove il tributo italiano non è previsto. Una volta entrate nel mercato unico europeo, le merci possono poi raggiungere l’Italia senza particolari ostacoli.

Questo meccanismo comporta una riduzione del lavoro per gli spedizionieri italiani e, indirettamente, minori entrate fiscali per lo Stato derivanti dalle attività di trasporto e gestione delle spedizioni.

Le stime di Confetra

Confetra, una delle principali federazioni italiane del settore trasporti e logistica, sostiene che nei primi mesi del 2026 le imprese abbiano già registrato una significativa contrazione dei ricavi. L’organizzazione stima inoltre una perdita di circa 25,5 milioni di euro per le casse pubbliche qualora la tassa venisse effettivamente applicata.

Per questo motivo Confetra non chiede semplicemente un rinvio, ma la completa abolizione della misura.

Il problema della compatibilità con le norme europee

Uno degli aspetti più controversi riguarda il quadro giuridico.

La politica doganale rientra infatti tra le competenze esclusive dell’Unione Europea. Questo significa che l’introduzione di prelievi assimilabili a dazi doganali è normalmente riservata alle istituzioni comunitarie.

Quando l’Italia ha introdotto la propria tassa, era già noto che Bruxelles stesse preparando un intervento analogo destinato a tutti gli Stati membri. L’obiettivo europeo è limitare l’enorme flusso di acquisti effettuati tramite piattaforme come Shein, Temu e AliExpress, spesso criticate per gli standard ambientali e per le condizioni della filiera produttiva.

La strategia dell’Unione Europea

Addio all’esenzione sotto i 150 euro

Per anni le spedizioni di valore inferiore a 150 euro hanno beneficiato di un’esenzione dai dazi doganali. La ragione era prevalentemente economica: il costo dei controlli necessari per gestire milioni di piccoli pacchi risultava superiore alle entrate ottenibili dai dazi stessi.

Nel 2025 nei Paesi dell’Unione Europea sono arrivati circa 5,9 miliardi di pacchi con valore inferiore a 150 euro, la maggior parte proveniente dalla Cina.

Con l’introduzione di nuovi sistemi automatizzati nelle dogane europee, prevista entro il 2028, Bruxelles punta però a eliminare questa esenzione.

Da quel momento, ad esempio, un prodotto del valore di 10 euro importato dalla Cina potrebbe essere soggetto a un dazio del 12%, portando il prezzo finale a circa 11,20 euro.

La fase transitoria

In attesa della riforma completa, l’Unione Europea introdurrà un dazio forfettario temporaneo di 3 euro per ogni articolo spedito, in vigore dal 1° luglio.

A questo si aggiungerà successivamente una cosiddetta handling fee, una commissione destinata a coprire i costi di gestione doganale, il cui importo definitivo non è stato ancora stabilito.

Se anche la tassa italiana restasse in vigore, il costo aggiuntivo complessivo potrebbe raggiungere i 5 euro per molte spedizioni di basso valore.

Perché il governo fatica a fare marcia indietro

La giustificazione iniziale dell’esecutivo era quella di anticipare gli effetti delle future misure europee e offrire una risposta immediata alle richieste delle imprese italiane che denunciano da tempo la concorrenza dei prodotti importati a basso costo.

Tuttavia, questa spiegazione è stata contestata da diversi osservatori. Una tassa di questo tipo richiede infatti adeguamenti complessi da parte delle dogane e degli operatori logistici, difficilmente realizzabili in pochi mesi.

Inoltre, i documenti della legge di bilancio mostrano che il governo aveva previsto entrate pari a 122,5 milioni di euro nel 2026 e circa 245 milioni di euro annui dal 2027. Numeri che suggeriscono una volontà di rendere il tributo permanente e non temporaneo.

Una scelta che pesa sui conti pubblici

L’origine della misura è legata agli equilibri della manovra finanziaria approvata a fine anno. Le risorse generate dalla tassa sui pacchi erano infatti destinate a compensare l’eliminazione di un altro prelievo previsto inizialmente sui dividendi finanziari delle imprese.

Per questo motivo l’esecutivo si trova ora davanti allo stesso problema affrontato mesi fa: eliminare la tassa significa trovare nuove coperture finanziarie. Secondo le stime, nei prossimi tre anni sarebbe necessario reperire oltre mezzo miliardo di euro attraverso altre entrate o mediante tagli di spesa.

Conclusione

La vicenda della tassa sui pacchi extra UE rappresenta uno dei casi più complessi della recente politica fiscale italiana. Tra esigenze di bilancio, regole europee, tutela delle imprese nazionali e impatto sui consumatori, il governo dovrà decidere rapidamente come intervenire. In assenza di una soluzione, dal 1° luglio milioni di italiani potrebbero trovarsi a pagare un doppio prelievo sugli acquisti online provenienti dall’estero, con effetti destinati a farsi sentire sia sulle famiglie sia sull’intero comparto della logistica.

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