Un anno dopo torna la protesta globale degli Indignados
Un anno dopo gli Indignados tornano protagonisti di una protesta globale, che prende il nome di “Spanish Revolution” ma che ha contagiato anche altri Paesi europei e non. Il movimento 15 maggio è tornato per le piazze e le strade di una sessantina di città iberiche e di altre 180 in una cinquantina di Paesi in tutto il mondo, per ricordare che “l’indignazione continua a vivere e ci sono sempre più motivi per la protesta”.
Anche la protesta spagnola, come era accaduto per le rivolta arabe, ha il suo luogo simbolo: Puerta del Sol è il divenuto il centro del movimento che in questi giorni è tornato a far sentire la propria voce.
Per la terza notte consecutiva gli Indignados spagnoli hanno protestato a Madrid, e per la terza notte consecutiva la polizia è intervenuta per disperderli. Sei manifestanti sono stati arrestati e tre sono rimasti feriti. Come riferiscono i giornali spagnoli, prima dell’intervento degli agenti, intorno alle 4:25, c’era un’atmosfera di festa in piazza.
In questi giorni migliaia di agenti sono stati dispiegati, oltre 1.500 nella sola Madrid, con decine di mezzi schierati sul perimetro di Puerta del Sol. La protesta si è conclusa con uno sgombero forzoso in varie città come Valencia, Cadice e Palma de Maiorca. D’altronde il governo conservatore ha fatto sapere che non consentirà nuovi presidi. Questo però, non ha fermato gli Indignados.
Un anno fa, il movimento spagnolo aveva contagiato i giovani occidentali dando vita, al di là dell’ Oceano, a “Occupy Wall Street”. Ma cosa resta di questi movimenti? E’ cambiato qualcosa nei Paesi attarversati dalla protesta globale?
La gestione politica ed economica della crisi, la precarietà o la disoccupazione giovanile sono stati il focus delle proteste. “Democracia Real YA!”, democrazia reale ora, era lo slogan scandito a gran voce dai manifestanti per chiedere una democrazia che tenga conto dei cittadini e non solo della logica dei mercati.
Il fatto che questo movimento sia ancora vivo, da una parte denota il fatto che la società civile non è più disposta a mettersi da parte, ma significa anche che le cose non sono migliorate e che i cambiamenti tanto richiesti non sono avvenuti. Le politiche di austerity hanno accentuato la fase depressiva che l’economia europea stava già attraversando: la disoccupazione stabilisce drammatici record in Spagna e Italia, e la Grecia è nel caos.
La protesta infiamma anche Israele. A Tel Aviv, migliaia di israeliani si sono radunati per denunciare il carovita e le ineguaglianze sociali. I manifestanti innalzavano cartelli con scritto ”il popolo esige la giustizia sociale” e ”noi vogliamo la giustizia sociale, non la carità”’.
Nonostante la difficile situazione economica, il movimento del 15 maggio rappresenta sicuramente un fenomeno sociale importante e soprattutto il sintomo di un malessere globale che sta crescendo sempre di più. Questo significa che i governi dovranno far fronte non solo alla crisi economica ma anche alla crisi sociale che deriva da essa.
di Elisa Cassinelli









