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May , 2012
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Archive for the ‘Le voci dello sport’ Category

Vela – Loius Vuitton Trophy Dubai. Il pontino Brizzi vince la Fleet Race Champion

Posted by Augusto Martellini On novembre - 26 - 2010 1 COMMENT

È di ieri la grande affermazione di Mascalzone Latino, che entra così, di diritto, nella storia della formula 1 della vela. Era il 1991 quando il leggendario Moro di Venezia di Raul Gardini con Paul Cayard (USA) come skipper e timoniere vinceva, a San Diego, in California, il primo Campionato del Mondo classe ACC. Anche in quell’occasione si trattava di regate di flotta. E ieri, nell’ultima occasione per vedere gli ACC V5 in una regata di flotta, a 19 anni di distanza, è stato nuovamente un team italiano, proprio quello del ponzese di adozione Vincenzo Onorato, ad imporsi su tutti. Un ciclo che rimarrà negli annali per essere stato aperto e chiuso da due vittorie italiane.

Ieri, a Dubai, nelle acque prospicienti la rivoluzionaria Palm Island, in regime di ariette leggerissime, si è conclusa l’unica giornata dedicata alle regate di flotta incluse nel programma della Louis Vuitton Cup per puro spettacolo, ancorché ininfluente ai fini della classifica dell’evento. La prestigiosa regata di flotta sotto il nome di Loius Vuitton Trophy Dubai – Fleet Race Champion – è stata dominata dal Team di Mascalzone Latino, di cui fa parte un velista pontino doc: Giuseppe ‘Santino’ Brizzi, nato a Latina e residente, da sempre, a Sabaudia, che così si racconta come velista: “È dal 1997 che sono sopra le barche di Coppa America, dove, iniziando con Prada, posso dire di aver avuto la fortuna di vincere la Louis Vuitton Cup con un equipaggio quasi tutto italiano, dove solo il tattico, Torben Grael, era brasiliano. Dopodiché l’incontro con una persona straordinaria come Vincenzo Onarato e l’accesso a bordo di Mascalzone Latino, dove tuttora mi sto prendendo molteplici soddisfazioni, come sportivo e come uomo. Mi posso, perciò, considerare un veterano di queste barche: la formula uno del mare, al di là di come cambieranno le regole con i velocissimi catamarani. Ma quella sarà un’altra cosa. Questa sicuramente resterà, per tutti, un’esperienza stupenda condotta su barche speciali, che resteranno nella storia della Coppa America, che qui a Dubai chiude un ciclo. E’ per questo che la vittoria di ieri ci riempie di gioia e ci inorgoglisce”.

- Allora perché questa potrebbe essere la tua ultima gara della vita sportiva ad alto livello?
La sezione vela delle Fiamme Gialle, che ha la sede nautica a Gaeta, ha deciso di impegnarsi solo in classi olimpiche ed ha deciso di ridurre il personale organico eccedente. In pratica coloro che regatavano su scafi non olimpici; e mi hanno intimato di svolgere compiti istituzionali con la motivazione che non faccio risultati di rilievo! Come se vincere due mondiali consecutivi nel 2008 e 2009, cui sommare la storica affermazione di ieri, fosse stato come passeggiare sull’acqua. Purtroppo, non ho scelta e sono arrivato ad un’amara conclusione: dopo Dubai, qualsiasi sia il risultato, dovrò lasciare la Coppa America e mettermi a fare il ‘finanziere’ e, per giunta, nonostante i risultati raggiunti in carriera, neanche nel gruppo sportivo. Lo sport è stato la mia vita, così come l’acqua e il mare. Sono deluso. Finirò in un ufficio o a fare pattuglie, quando invece avrei potuto portare le mie esperienze in una scuola di sport per bambini, dove potere insegnargli l’amore di andare per mare”.

Speriamo che nelle alte sfere della Guardia di Finanza qualcuno prenda a cuore l’appello di Santino, si passi una mano sulla coscienza, e decida di lasciare un uomo di sport allo sport.

LA SCHEDA

GIUSEPPE “SANTINO” BRIZZI, compirà 37 anni proprio domenica, è imbarcato su Mascalzone Latino Audi Team e ricopre i ruoli di addetto all’albero, grinder e aiuto drizze. Ha cominciato ad andare a vela prestissimo, partendo dalle classi olimpiche Flying Dutchman, Soling, Star. Ha vinto 5 Mondiali tra: classe ORC (2008), con l’imbarcazione timonata dallo skipper Francesco De Angelis, Maxi, IMS e GP42; 2 Europei (IMS e 12 metri S.I.), un Giro d’Italia, una Barcolana e la Louis Vuitton Cup nel 2000. Al World Match Racing Tour nel 2007 ha conquistato il terzo posto nella classifica finale. Ha partecipato a tre edizioni dell’America’s Cup: nella campagna del 2000 su Luna Rossa ha vinto la Louis Vuitton Cup, mentre è un veterano del team di Mascalzone Latino, di cui ha già fatto parte durante le due campagne di selezione alla Coppa America del 2003 e del 2007. Nel 2010 ha partecipato al Louis Vuitton Trophy ad Auckland, a La Maddalena e a Dubai, dove, nell’ambito del Louis Vuitton Trophy Dubai si è aggiudicato la prestigiosa regata di flotta – Fleet Race Champion -. È stato anche medaglia di bronzo nella specialità del 4 con timoniere ai mondiali juniores di canottaggio nel 1991 a Banyoles (Spagna).

di Augusto Martellini

Ginnastica Ritmica: Parla Elisa Santoni, la farfalla azzurra

Posted by Armida Tondo On ottobre - 2 - 2010 Commenti disabilitati

Dopo ave metabolizzato il successo in Russia, Elisa Santoni, si lascia andare in un’intervista: “Credevamo fosse un sogno, oggi abbiamo dimostrato di essere una realtà”. Queste le prime parole del capitano della Nazionale azzurra di Ginnastica Ritmica: “Per noi questo è un grandissimo risultato. Ripetersi era davvero difficile, nessuna di noi ha dormito la notte dopo il risultato per la contentezza e l’incredulità. Io personalmente la mattina dopo sono corsa a prendere la medaglia d’oro mondiale, avevo paura che fosse tutto un sogno. Era difficile in quelle condizioni e con un ambiente se possibile ancora più ostile, ripeterci a certi livelli. Invece, non solo ci siamo riuscite ma siamo pure migliorate. Non abbiamo visto la gara della Russia, però distacchi così ridotti ci fanno riflettere. Il fattore campo, diciamo così, ha influito sul giudizio finale. Abbiamo salutato Mosca, comunque, a testa alta. La nostra ginnastica è già qualche anno che fa scuola, dopo questa edizione credo che saremo ancora più imitate. Ci tengo a ringraziare l’Aeronautica Militare, che ci permette di praticare questo sport a livello professionistico, la nostra Federazione e il presidente Agabio, il CONI, che ci fa sentire sempre il suo affetto attraverso le parole di stima del Presidente Petrucci, ma soprattutto i nostri meravigliosi tifosi. In pedana sentivamo forte il loro incitamento”.

Elisa Santoni a otto anni ha subito un’operazione a cuore aperto per una malformazione congenita. Ora il suo cuore è a posto: “L’ho messo a dura prova con le emozioni ad Atene, ai Mondiali in Giappone e in Russia. Scherzi a parte, quando sono stata operata facevo già ginnastica e pensavo che non avrei potuto continuare. Invece per fortuna ho avuto tante soddisfazioni dal mio sport”. E’ vero che dopo ogni competizione importante andate in vacanza insieme?Si è vero! Siamo talmente unite che al termine di ogni grande competizione ci concediamo una vacanza di gruppo. Dopo il Giappone siamo state a Sharm El Sheik, una bella vacanza con le altre compagne di squadra. Adesso ci aspetta un villaggio a Djerba, in Tunisia”.

Una tradizione che esiste dal 2004, dopo lo storico secondo posto ai Giochi di Atene: “Avevamo deciso di festeggiare regalandoci un viaggio, e siamo andate a Parigi. Ci siamo divertite talmente tanto che l’abbiamo fatto diventare un appuntamento fisso. Dopo Parigi c’è stata una crociera nel Mediterraneo, poi Fuerteventura e nel 2007 Roma. Anche se sono romana non ho mai il tempo di godermi la città…”. Qual’e stata la vacanza più utile?La vacanza a Ibiza, dopo la delusione dell’Olimpiade di Pechino, quando non abbiamo conquistato medaglie, siamo fuggite a Ibiza. Ce la siamo davvero spassata, e ci è servito ad addolcire un po’ il sapore della sconfitta. Ci consideriamo delle sorelle. Passiamo talmente tanto tempo insieme, condividiamo quasi tutti i momenti importanti e ci basta solo uno sguardo per capirci”.

Insieme agli allenamenti c’è anche l’Università da seguire, Elisa è iscritta a Scienze Motorie all’università dell’Aquila, ha già dato esami?Si ho dato degli esami. All’Aquila ho vissuto un’esperienza forte, soprattutto dopo il terremoto. Le aule non c’erano più, così ho dato gli esami nelle tendopoli. Ho visto davvero la sofferenza delle persone che hanno perso tutto con quel terribile sisma. Facevamo lezione in tenda, faceva un caldo torrido”.

Come avete vissuto i giorni delle gare?Eravamo molto concentrate e preparate, però le nostre avversarie lo erano altrettanto e, giocando in casa, avevano una carica da vendere. Nonostante la nostra preparazione, l’ansia non è mancata, la gara è gara, e noi, seppur agguerrite, abbiamo pensato soprattutto a far bene il nostro, noncuranti delle pressioni ambientali. La Russia, a quanto pare, ha sentito il nostro fiato sul collo, dopo il primo attrezzo. Siamo venute qui, nella tana del lupo e abbiamo toccato il cielo con un dito. Non era mai accaduto che una squadra italiana vincesse il titolo mondiale (L’oro nel concorso generale del 1975 a Madrid era viziato dall’assenza dei paesi dell’Est che boicottarono la rassegna per contrarietà al regime di Franco), figuriamoci due consecutivi, con il bis nella Patria della Ritmica, dove i piccoli attrezzi hanno quasi il seguito del Calcio in Italia. Se qualcuno poteva pensare che il titolo di Miè dello scorso anno fosse stato frutto del caso o degli errori altrui, adesso è servito. Pechino, comunque, non si cancella. Quell’ingiustizia la portiamo sempre con noi. Un’ingiustizia che abbiamo reso ancor più evidente con questo doppio successo. Al nostro rientro a Desio ci sarà da preparare il mondiale qualificante di Montpellier 2011”. 
 
A noi non rimane che augurare alle farfalle azzurre di continuare a vivere questo speciale rapporto di amicizia all’interno del gruppo, che sicuramente darà tante soddisfazioni. Non a caso tra i valori dello sport, quello vero, c’è come principio quello di fare gruppo, sapere che ognuno è parte indispensabile della squadra. Sicuramente questa vacanza a Djerba, aumenterà il legame tra le nostre farfalle e al loro ritorno saranno in grado di preparasi per le prossime competizione con una marcia in più.

di Armida Tondo

Le voci dello sport: Nicola Roggero

Posted by Luca Paradiso On luglio - 28 - 2010 Commenti disabilitati

Nicola Roggero è il protagonista della terza puntata della nostra rubrica “le voci dello sport”. Giornalista e scrittore – ha all’attivo due romanzi – Roggero è uno dei principali telecronisti di Sky. Reduce dall’esperienza mondiale è pronto, nella stagione che va a cominciare, a rituffarsi nell’affascinante mondo della Premier League. Nicola è anche un grande appassionato di atletica e football americano. In occasione delle olimpiadi di Vancouver, insieme a Vanzini e Thomas Grandi, ha commentato la cerimonia inaugurale.

Qual’è lo sport o la gara a cui hai assistito e che più ti ha trasmesso emozioni nel corso della carriera?

A livello di emozioni credo che l’atletica leggera abbia qualcosa in più rispetto alle altre discipline, in particolare le prove di mezzofondo. Dovessi indicare una gara in assoluto direi il successo di Baldini nella maratona olimpica di Atene 2004: un successo leggendario, nella patria dei Giochi.

Anarchico e testabalorda e L’importante è perdere sono i titoli dei tuoi libri. Storie di sport ma anche di atleti non convenzionali. Ci parli di questi due romanzi e di cosa ti ha spinto a scriverli.

I titoli, in entrambe i casi, dicono già tutto. Racconto storie di atleti non convenzionali, cercando di toccare soprattutto l’aspetto umano, piuttosto che i risultati sportivi. Spesso nello sport le due cose coincidono: difficile che dietro a un campione non ci sia anche un grande uomo. Così basta guardare dentro il secondo e spesso si trova anche il primo. Scriverli (e descriverli) non è complicato ma stimolante.

Molti dei tuoi colleghi hanno aiutato personaggi dello sport a scrivere la propria biografia. Hai mai pensato di provare anche tu questa esperienza? Nel caso di chi vorresti scriverla?

Non ho mai provato questa esperienza. Dovessi scegliere mi piacerebbe scrivere dell’ottocentista britannico Steve Ovett. In Italia invece sceglierei Eddy Ottoz.

La tua voce ormai viene associata al calcio italiano ed estero, soprattutto alla Premier. Come nasce la passione per il calcio inglese?

È nata da bambino, guardando quella scuola di cultura sportiva che è la televisione della Svizzera italiana. È lì che ho sentito le telecronache del mitico Giuseppe Albertini nelle finali di Fa Cup.

Qual è la prima gara di calcio inglese che hai visto e che ti ricordi?

Leeds-Sunderland, finale di coppa d’Inghilterra nel 1973. Il piccolo Sunderland, allora in seconda divisione, battè il fortissimo Leeds 1-0. Magie del torneo.

Se dovessi definire con tre aggettivi il calcio inglese…

Affascinante, leale, carico di storia (scusa se non sono tutti aggettivi).

Il calciatore che in questi anni più ti ha entusiasmato?

Ne dico due: il gallese Ryan Giggs e Zinedine Zidane.

Capitolo stadi. Si parla molto del modello inglese, della bellezza e sicurezza degli impianti. Tu che li frequenti che impatto hai quando entra in questi impianti? In cosa differisce l’atmosfera che vi si respira rispetto a quella degli stadi italiani?

In Inghilterra non ci sono gli ultras, quindi la gente per bene può assistere senza problemi alla partita. Ognuno al suo posto, con il (giusto) entusiasmo. Il pubblico inoltre ha un rispetto assoluto verso l’evento sportivo. E poi ogni stadio ha una storia, è una sorta di monumento sportivo, carico di tradizione.

Che idea ti sei fatto dei fallimenti di Italia e Inghilterra ai mondiali sudafricani? Due nazionali partite con grandi aspettative che hanno dovuto registrare un fallimento difficile da digerire.

L’Inghilterra paga sempre stagioni stressanti per i propri giocatori (nessuno gioca tante partite e a tali ritmi come gli elementi della Premier). L’Italia invece sconta l’incapacità di investire nei vivai e di lanciare i giovani in prima squadra. Meglio l’uovo oggi che la gallina domani: con il risultato di trovarsi senza né l’uno né l’altro.

di Luca Paradiso

Le voci dello sport/ Carlo Vanzini

Posted by Luca Paradiso On luglio - 4 - 2010 Commenti disabilitati

di Luca Paradiso

Nuova puntata della nostra rubrica. Questa settimana abbiamo incontrato Carlo Vanzini telecronista di Sky. Dopo anni di Formula 1, in occasione delle Olimpiadi di Vancouver è stata la voce dello sci alpino. É lui che ci ha raccontato l’oro di Razzoli.

Dopo averci tenuto compagnia per due anni con le telecronache delle gare di Formula 1 in occasione delle Olimpiadi di Vancouver sei tornato al tuo primo amore sportivo: lo sci. Sport molto diversi anche dal punto di vista della telecronaca. Un Gran Premio dura oltre un’ora e mezzo, la discesa di uno sciatore talvolta neppure un minuto. Come cambia il modo di raccontare l’impresa sportiva?

Con la gara di sci non hai pause, ogni discesa ha la sua storia perché cambia l’attore, il protagonista. E’ una telecronaca più concentrata sul momento. Quella di F1 invece è basata sulla lettura di ciò che potrebbe accadere con le strategie di corsa. La scarica di adrenalina che ti da la partenza di un Gran Premio, almeno per quanto mi riguarda, non ha eguali… Poi le pulsazioni si normalizzano e una volta passato il primo giro si respira un po’ di più. Nello sci è importante mantenere l’attenzione, cogliere le sfumature della sciata cercando anche di non ‘portare sfiga’ all’atleta. Nello sci è un attimo. ‘Ah come va forte’ ed ecco la scivolata che compromette tutto. Devo dire che aver fatto l’atleta ed essere poi diventato allenatore federale di questo sport mi aiuta a mantenere la calma. Certo vedere sciare questi fenomeni e poterli commentare è il massimo.

La medaglia di Razzoli è stato il momento più bello della spedizione canadese. Tu ce l’hai raccontata in diretta. C’è un aspetto o un’episodio sfuggito a telecamere e microfoni che ci vorresti raccontare?

Beh di certo non si è visto quanto eravamo tesi Giorgio Rocca (ex slalomista azzurro e voce tecnica) ed io per la seconda manche. Come dicevo prima nello sci è un attimo, l’uscita o l’errore sono sempre in agguato. Per preparami al meglio sono andato a rivedere su youtube come l’amico Bruno Gattai aveva commentato l’oro di Tomba a Calgary, ciò ha aiutato a tranquillizzarmi. La vera calma però l’ha riportata Giorgio presentandosi in cabina con due belle birre medie che abbiamo sorseggiato prima della seconda manche. Lì ci siamo detti: ‘ma si è una gara di sci dobbiamo divertirci’ ed è quello che abbiamo fatto, sempre con tanta tensione ovviamente. Che bello, un momento che non dimenticherò mai… E poi il lupo che abbiamo incrociato sulle piste prima della gara.. era il giorno del lupo…. dell’appennino appunto… e Razzoli ha vinto.

Vancouver è stata, dal punto di vista dei risultati, una delusione. Quale credi che siano le cause?

Quello che abbiamo detto e ripetuto più volte. In Italia manca la cultura sportiva. Basta vedere quanto poco spazio ha lo sport all’interno della scuola o come sono ridotte le strutture. Situazioni da paese del terzo mondo. Non c’è avviamento allo sport salvo, per fortuna, alcune eccezioni. Non dico che dobbiamo arrivare al modello americano, ma la scuola deve anche essere scuola di sport, garantendo lezioni di ginnastica più professionali (spesso non c’è neppure un’insegnante qualificato). ‘Mens sana in corpore sano’ è una citazione che non ho inventato io e in Italia bisogna darsi una svegliata altrimenti la situazione è destinata a peggiorare. Poi, ad alti livelli, bisogna aver la fortuna di incontrare dei talenti. Un decennio – ventennio fa abbondavano, oggi manca il ricambio. Anche lo sport ha i suoi cicli…

Rispetto alle potenze dello sci cosa manca, sotto il profilo tecnico-organizzativo, alla nostra squadra?

Tranquillità per i tecnici. Ogni anno non sanno se potranno continuare, se verranno pagati, se dovranno anticipare le spese. Insomma lavorare così è faticoso e spesso, per i migliori, arrivano offerte dall’estero irrinunciabili. Tutti i nostri tecnici lavorano, in primis, perché mossi da passione (pensate solo alle giornate trascorse lontano da casa). La passione però non basta, la professionalità va pagata. E poi in Italia si cerca sempre di complicare tutto. Le nostre federazioni sono dei ministeri, dei carrozzoni che non riescono a gestire pianificazioni sportive continuamente in evolversi che necessiterebbero di tempi brevi e decisioni immediate.

L’atmosfera olimpica è per un’atleta qualcosa di unico. Tu che hai partecipato ai Giochi come giornalista che sensazioni hai vissuto?

Uniche. Ho avuto la fortuna anche di commentare le cerimonie di apertura e chiusura… brividi veri, emozione pura. In cabina di commento a un certo punto con Nicola Roggero e Thomas Grandi ci siamo quasi dimenticati di essere in diretta. Parlavamo tra noi, come se fossimo solo spettatori dell’evento. A casa hanno colto questa situazione. Ci sono arrivate tante mail nelle quali i telespettatori ci ‘ringraziavano’ dicendoci che, pur comodamente seduti sul divano, si sono sentiti anche loro presenti a Vancouver. Per chi fa questo lavoro è il miglior complimento.

Formula 1 e calcio sono le altre passioni sportive delle quali quotidianamente scrivi sul tuo blog. Come è nata l’idea di aprire uno spazio web?

Così per gioco e tale è. Soprattutto sul calcio mi diletto a esprimere opinioni che ovviamente non posso dire in trasmissione, a Sky. Scrivo quello che penso per alimentare un po’ di discussione con chi ha voglia di condividere un argomento. Ma è solo un gioco, nulla di più. Credo molto nella comunicazione e mi piace quando qualcuno mi scrive ‘Carlo uno di noi’ solo perché partecipo a un blog… in fondo è così, io assolutamente mi sento uno di voi…

Le voci dello sport/ Lucio Rizzica

Posted by Luca Paradiso On luglio - 4 - 2010 Commenti disabilitati

di Luca Paradiso

Voce e immagini: connubio ormai insostituibile nello sport moderno. Cosa sarebbe la vittoria del Mundial spagnolo senza quel “Campioni del mondo” ripetuto tre volte da Nando Martellini? Avrebbe sicuramente un fascino diverso.

Prende il via questa nuova rubrica nella quale proveremo a farci raccontare lo sport da chi invece, quotidianamente, ha il compito di raccontarlo ai telespettatori. Loro, i telecronisti, seppur lontani dal campo di gioco, hanno oggi un ruolo fondamentale nell’avvenimento sportivo. Lo raccontano, ce lo fanno vivere, raccontandoci ogni situazione. Una voce amica che ci guida passo passo nel corso della gara.

Lucio Rizzica, giornalista di Sky, durante le ultime Olimpiadi di Vancouver ha seguito e commentato il curling. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Dopo il calcio e i motori in occasione delle Olimpiadi di Vancouver sei diventato la voce del curling. Come ti sei avvicinato a questo sport così “curioso” e poco conosciuto in Italia?

Mi era piaciuto molto già durante le Olimpiadi di Torino. L’avevo trovato divertente e sorprendentemente avvincente. Forse lento, ma semplice da comprendere e da spiegare. Ho creduto di poterlo interpretare secondo le mie corde, con un commento che lo portasse a destinazione nel cuore degli spettatori. Spiegandolo, rendendo il pubblico protagonista, trasformandolo in una seduta di allegria. Puntando sulla spettacolarizzazione dei colpi e su un racconto positivo, disteso, amichevole, lontano dallo stress di una gara motoristica e dalle pressioni calcistiche. Diciamo così: mi sono offerto volontario. Il direttore degli eventi speciali di Sky, Giovanni Bruno, ha sposato la causa e mi ha dato carta bianca più una squadra di colleghi da trascinare al traguardo. Mi sono divertito io, ci siamo divertiti noi, si è divertito il pubblico. E pure gli atleti, con i quali è nato un leale e sincero rapporto di stima e amicizia.

Prima di arrivare in cabina di commento che tipo di preparazione hai fatto? Ti sei cimentato anche direttamente nella ormai celebre sleeping (spazzolamento)?

Mettiamola così… Un paio di sane letture (‘Curling rules’ e ‘Curling for dummies’) acquistate online direttamente dagli Usa. Poi qualche lezione alla Jass di Sesto San Giovanni. Quindi molte chiacchierate con Simone Margheritis e soprattutto filmati. Ho evitato il ghiaccio direttamente ma ho osservato attentamente. Ho cercato di comprendere lo spirito del gioco e individuare i punti sui quali incardinare il racconto. E poi preparazione statistica, storica, tecnica, di strategia…

Cosa ti ha più sorpreso del curling?

Due le cose che davvero mi hanno sorpreso. L’abilità di chi pratica lo sport in carrozzina. Usare il bastone è difficilissimo e la sensibilità è altra rispetto ai normodotati. Poi la grande correttezza e lealtà che il curling trasmette. Non c’è bisogno degli arbitri: grande fair play, pubblico correttissimo, unità di squadra. Si vince insieme e si sbaglia insieme. Abbiamo provato a trasferire questo spirito anche nel nostro team di commento (io, Alberto Pontara, Simone Margheritis, Dino Aliprandi e tutti coloro che hanno lavorato con e per noi) e abbiamo formato “La Squadra”. È stata una grande esperienza umana e professionale.

È uno degli sport definiti minori e come tale nasconde storie ed esperienze poco conosciute ma che meriterebbero di essere raccontate. Durante l’avventura canadese hai avuto modo di conoscerne di particolari? Ce ne parli?

Mah… intanto è difficilissimo a certi livelli che si finisca col mettere a segno otto punti a zero in una sessione di lancio. You tube propone rari esempi di “eight ender” ma non è lecito attenderseli in competizioni di livello superiore… Splendido è l’intervallo a metà partita quando ci si riunisce attorno a piattini di frutta, cereali, succhi di frutta e ci si confronta sulla partita e le tattiche. Faranno storia i pantaloni rubati al golf con i quali si sono presentati i norvegesi e le ruote lenticolari coloratissime degli atleti in carrozzina di alcune nazioni. Ma come dimenticare le ‘bellezze’ che affollano i rink? Erano così tante che ci siamo inventati pure il concorso Miss Curling. Ho detto tutto.

Vancouver è stata per te una parentesi o ha fatto nascere una vera passione?

Per ora una appassionante parentesi. Con gli amici azzurri della nazionale in carrozzina ci siamo rivisti nella ‘celebrazione post-olimpica’ a Sky e a Lugano in un convegno medico-sportivo. Col Jass ci siamo dati appuntamento per la festa di fine stagione e con i ragazzi della Nazionale è prevista una gran cena. Le basi le abbiamo buttate.

Si parla spesso del fatto che gli interessi economici stiano cambiando gli sport, soprattutto i più seguiti. Marketing e pubblicità allontanano l’attenzione dal puro fatto sportivo. Hai rintracciato nel curling uno sport ancora caratterizzato da un forte spirito olimpico?

Se non ci fosse spirito olimpico il ‘povero’ curling non sopravvivrebbe. Molte attrezzature arrivano da Usa, Canada o Scozia. C’è poco da fare… Dopo Torino sono aumentati i praticanti, dopo Vancouver c’è stata una nuova crescita degli appassionati. Alle società costa molto, specie il ghiaccio. A chi prova a praticarlo costa relativamente poco, agli inizi. Molti sacrifici e pochi soldi. Non è bello.

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