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May , 2012
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Archive for the ‘Il salotto dello sport’ Category

Una storia a lieto fine

Posted by Armida Tondo On gennaio - 20 - 2011 Commenti disabilitati

A volte è un piacere raccontare una storia che finisce bene, così che quando ho avuto questa notizia sono stata felice di poterla scrivere.

La storia inizia così, una giovanissima ragazza di tredici anni, con una voglia infinita di vivere, un giorno si svegliò e si ritrovò con la gamba sinistra tutta rossa e fredda, dopo una partita di hockey su prato in cui aveva riportato un piccolo infortunio. Portata in ospedale dai genitori, alla ragazza olandese fu diagnosticata una paralisi irreversibile e fu sottoposta a un’operazione.
 
Cominciò così il calvario per la giovanissima Monique Van der Vorst e la sua famiglia, i medici avevano sbagliato l’intervento. Tentarono tutto il possibile per farla tornare a camminare, e, lei, nonostante una lunga serie di consulti e visite con vari specialisti, era rimasta paralizzata inizialmente alla gamba sinistra e dopo un anno anche a quella destra.

Dopo un lungo periodo di depressione causato dall’accaduto, a far riprendere la ragazza è stato lo sport e in particolare l’handcycle, una sorta di bicicletta in cui si pedala con le mani. Monique si appassionò molto, tanto da arrivare a vincere due medaglie d’argento nella prova a cronometro individuale di handcycle ai Giochi Olimpici di Pechino e l’oro ai Mondiali 2009 per paralimpici.

L’anno scorso la Van der Vorst si è dedicata alla preparazione per Londra 2012, il suo obiettivo era tramutare l’argento in oro, ma due incidenti hanno cambiato di nuovo la sua vita. A marzo si era scontrata con una compagna in allenamento, l’impatto l’ha fatta cadere dal suo veicolo e da allora ha cominciato a sentire “del formicolio alle gambe”. Il secondo incidente è successo a giugno; mentre si allenava su strada, è stata investita da un’auto. Le fu diagnosticato un danno al midollo spinale, ma il formicolio alle gambe era aumentato. La cosa straordinaria era un’altra, in quei giorni ha cominciato a sentire le sue gambe!

I risultati delle visite mediche cui è stata sottoposta dopo il secondo incidente hanno lasciato di nuovo i medici senza parole, in ogni caso dopo un lungo e duro periodo di riabilitazione la bellissima ragazza bionda ha ricominciato a muovere le gambe. Inizialmente, per Monique fu uno choc, talmente forte che sul momento le è stato duro abbandonare la possibilità di competere ai Giochi Paralimpici.

Ora Monique ha ripreso a camminare, ha riacquistato l’uso delle gambe dopo tredici anni di handicap e senza alcuna spiegazione scientifica.

La bellissima storia si concluderà il 20 marzo 2011, quando l’olandese si presenterà a Roma per correre, stavolta con le sue gambe, e sarà la prima volta in assoluto per lei. Non potrà affrontare la distanza della maratona, obiettivo che si è posta per il futuro, ma parteciperà alla prova non competitiva dei 4 chilometri, la “RomaFun-La Stracittadina” che vedrà la partecipazione di oltre 85.000 persone e Monique sarà tra loro.

di Armida Tondo

abcnews.go.com

L’intervista a Maurizio Clerici: un architetto sportivo

Posted by Armida Tondo On settembre - 9 - 2010 Commenti disabilitati

Maurizio Clerici nato a Milano 81 anni fa, dopo il liceo e il biennio di architettura all’Università di Palermo, si è laureato in architettura a Firenze nel 1955. Nel 1956 inizia la sua carriera professionale presso lo studio dell’architetto Annibale Vitellozzi. Tante le sue collaborazioni nella realizzazioni degli impianti sportivi, tra cui il Palazzetto dello Sport e la Piscina Olimpica al Foro Italico. Nel 1957 è chiamato a collaborare con il prof. Nervi ai particolari esecutivi architettonici del Palazzo dello Sport di Roma, come coadiutore di Vitellozzi al C.S.I.S. – Centro Studi Impianti Sportivi del CONI- di cui è stato anche vicepresidente dal 1966 al 1980.

Ormai è divenuto cittadino di Sabaudia, città che ha amato subito appena conosciuta nel 1950, dove prima era solito trascorrere solo i week-end e ora passa gran parte del suo tempo. Nel suo palmares di architetto, Clerici vanta numerosi progetti di impianti sportivi, piscine, edifici multifunzionali, palestre coperte in varie località italiane, stadi e centri sportivi universitari polivalenti.

Maurizio Clerici è l’architetto dello sport più famoso al mondo. Sono opera sua anche: il centro sportivo e ricreativo di Riad (Arabia Saudita); il velodromo olimpico e poligoni di tiro di Teheran (Iran); lo stadio di Iloriu in Nigeria (50.000 posti); la Città olimpica realizzata in Tunisia per ospitare i Giochi del Mediterraneo. Torniamo alla Grande Olimpiade di Roma del 1960. Maurizio Clerici, giovane architetto e già olimpionico di canottaggio a Melburne quattro anni prima, si presentò alle porte del CONI chiedendo lavoro, ma senza esito. Sentendo parlare l’architetto Maurizio Clerici si vieni avvolti dall’entusiasmo di quei giorni, dall’amore verso l’impegno preso nel realizzare gli impianti sportivi che avrebbero ospitato le Olimpiadi, allora, ancora c’era il rispetto e la gioia di rappresentare la Bandiera, bisognava fare bene per la Patria per gli italiani.…

Maurizio Clerici è come lui stesso si definisce: “L’ultimo sopravvissuto dell’equipe di architetti che lavorarono agli impianti e le infrastrutture olimpiche di Roma”. Appena laureato, collaborò con progettisti e ingegneri del calibro di Pier Luigi Nervi, Annibale Vitellozzi ed Enrico Del Debbio, e all’interno del Cor (Costruzioni Olimpiche Roma) organismo che si occupò delle costruzioni olimpiche dove venne chiamato a dirigere l’ufficio progetti nel 1958. Fu responsabile degli impianti cosiddetti “minori”: l’Esedre dell’Eur, i campi sportivi dell’Acqua Acetosa, il campo di Atletica, prima sede dell’As Lazio a Tor di Quinto.

La prima cosa che mi viene spontanea domandare al grande Clerici, persona di straordinaria umiltà e onestà, è come definirebbe il lavoro di cinquant’anni fa? “Oggi più che mai si pensa con consapevolezza a quanto le Olimpiadi del 1960 siano state un gioiello di precisione tecnico-amministrativa, – ancora mi vengono i brividi quando ricordo il duro lavoro di quegli anni, giornate senza orari, ritmi serrati, scadenze improrogabili e personale ridotto all’osso. Nel mio ufficio eravamo solo in quattordici tra architetti, ingegneri, geometri e segretarie, con un’unica vecchia Fiat in condivisione. Se pensiamo che per le Olimpiadi di Monaco furono impiegate 300 persone, di cui almeno 100 nel settore tecnico, ci si rende conto dell’esiguità del nostro numero”.

Quanto fu destinato e speso a lavori terminati per gli impianti olimpici?Il budget complessivo affidato al Cor era molto stretto e fu governato con una precisione che definirei maniacale. Ogni struttura aveva una dotazione economica nella quale si doveva rigorosamente rientrare e nel settore dei piccoli impianti eravamo chiamati, oltre che alla redazione del progetto, anche al capitolato d’appalto, alla direzione dei lavori e alla vigilanza sui collaudi e non ci fu nessuna integrazione di badget. Personalmente, mi capitò persino di dover gestire direttamente l’impianto di Castelgandolfo per tutta la durata delle gare di canottaggio e canoa. Per l’acquisizione dei terreni su cui costruire si stabilì che essi dovevano essere inderogabilmente pubblici, da cedersi, come spesso accadde, al prezzo simbolico di una lira. Questo per evitare qualsiasi polemica legata ad acquisti di aree private. Posso garantire che le offerte di vendita furono molte”.

Lei mi dice che non sono state richieste ulteriori somme oltre quelle destinate, come ci siete riusciti, non ci sono stati problemi tecnici? Quanto ai problemi tecnici i più importanti si ebbero per la ginnastica alle Terme di Caracalla. Qui la soprintendenza ai Beni Archeologici ci aveva vietato di toccare le vecchie strutture e questo ci obbligò a ideare una soluzione indipendente dalle opere murarie, di non facile realizzazione. Stessa cosa accadde per il Lago di Albano che aveva vincoli paesistici e archeologici. Ma la comprensione e la competenza tecnica dell’allora soprintendente ai beni ambientali Ceschi, ci permise di trovare una soluzione nei tempi stabiliti. A lui penso spesso quando oggi mi imbatto negli “insormontabili” problemi posti dalle strutture che si occupano di tutela ambientale”.

Se le chiedessi di raccontarmi qualche episodio inedito? Nessun problema! Per esempio, il Palazzetto dello Sport dell’Eur è stato progettato dall’architetto Vitalotti, che essendo dipendente del CONI non poté firmare, ma essendo un validissimo progetto venne accettato e prese la proprietà dello stesso Nervi come libero professionista e i lavori furono affidati alla ditta Bartoli, che presentò un conto di 375 milioni e terminò in un anno. Tanti anni dopo lo stesso Vitalotti, intraprese una causa all’estero per riappropriarsi della proprietà del progetto, causa che vinse, ma non fu riconosciuta in Italia. Quindi è importante sottolineare che Annibale Vitellozzi fu il PROGETTISTA del palazzetto dello sport, il Proff. Nervi, intervenne in un secondo tempo, come calcolatore delle strutture, ma quello che più conta fu il realizzatore dell’impianto attraverso l’impresa “Nervi e Bartoli”.

Architetto, vorrei ora passare al suo trascorso sportivo, è cambiato lo spirito degli atleti che partecipano alle olimpiadi?Assolutamente si! Il mio compagno di voga era un ferroviere e, confesso, a volte scappava dal luogo di lavoro per allenarsi, il tutto per arrivare a indossare la maglia azzurra. Quando veniva suonato l’Inno nazionale noi tutti, nessun escluso, avevamo le lacrime agli occhi. Ora questo attaccamento alla maglia, alla bandiera, è cambiato, viene vissuto in modo diverso, anche se vedere sventolare sul pennone più alto la Bandiera Italiana dà sempre i brividi”.

In Clerici, l’architetto e lo sportivo, il professionista e l’uomo dai saldi principi si fondono in armoniosa sintesi. Una figura d’altri tempi, forse, ma con un forte messaggio morale per i giorni nostri.

di Armida Tondo

 

A difesa dei diritti degli sportivi: l’ADCS

Posted by Luca Paradiso On agosto - 9 - 2010 Commenti disabilitati

Prendendo spunto dalle polemiche relative all’introduzione della tessera del tifoso abbiamo intervistato Antonella Bellucci, presidente nazionale dell’associazione difesa dei consumatori sportivi.

Quando e perché è nata la vostra associazione?

L’ Associazione Difesa Consumatori Sportivi, A.D.C.S è nata nel Luglio di due anni fa con l’intento preciso di andare a coprire un vuoto nel mondo del consumo. Infatti in Italia vi sono una miriade di associazioni di consumatori, alcune espressione di sindacati, altre di partiti politici, la maggior parte delle altre scarsamente rappresentative. Noi abbiamo deciso di occuparci del consumo sportivo, cioè di chi pratica uno sport, acquista articoli sportivi, li produce, frequenta o gestisce impianti. A noi interessa tutto ciò che è collegato al mondo dello sport, dall’alimentazione all’ambiente, dalla pubblicità all’educazione scolastica in materia.

Molti dei fondatori dell’A.D.C.S. si occupavano già da tempo di sport e proprio per questo hanno una spiccata sensibilità nei confronti di tutte le problematiche ad esso collegate.

Come è organizzata e come lavora l’Acds?

La nostra Associazione è presente in tutte le regioni italiane ed in quasi tutte le città con responsabili locali.

Grazie alla sensibilità di alcune Amministrazioni Locali abbiamo aperto sportelli per il consumatore, attraverso i quali i nostri esperti danno risposte specifiche, a titolo totalmente gratuito. Inoltre attraverso il nostro sito internet diamo consulenze gratuite in materia fiscale, medico-sportiva, legale, pediatrica, veterinaria.

Abbiamo una commissione scientifica che si occupa dell’uso di integratori alimentari nello sport. Esistono vari gruppi di lavoro che studiano e affrontano le varie problematiche: “azionariato polare”, impiantistica sportiva, normativa relativa alle assicurazioni sportive, un gruppo sta mettendo a punto una proposta di regolamentazione nazionale sulla figura dei “trainer”.

Tra le vostre battaglie c’è quella contro la tessera del tifoso. Un argomento spinoso che ha già visto diversi scontri verbali tra sostenitori e contrari. Qual’è il vostro punto di vista in merito?

E’ un argomento che ci vede quotidianamente impegnati già da quasi due anni. Noi non crediamo che la tessera del tifoso, così come è stata voluta dal Ministro degli Interni, possa portare a risultati positivi.

Nessuno può ragionevolmente pensare di debellare la violenza ed il teppismo negli stadi semplicemente obbligando i tifosi a farsi la famosa “tessera”; per individuare e isolare gli elementi più pericolosi vi era già il biglietto nominale, le telecamere interne, gli steward, le forze dell’ordine fuori e dentro gli stadi stessi.

Le squadre hanno bisogno fisico del tifo, le società delle serie minori hanno bisogno dei tifosi anche per sopravvivere. Come si intende far fronte a queste esigenze?

Ed ancora, quando si vogliono imporre ai tifosi, da noi considerati consumatori sportivi, degli obblighi, si devono riconoscere anche dei sacrosanti diritti, uno su tutti il diritto di assistere allo spettacolo sportivo in impianti a norma. Vogliamo parlare dello stato in cui versa la maggior parte di questi?

Se l’obiettivo era quello di portare le famiglie allo stadio, come è stato detto più volte, a nostro avviso non è questo il metodo.

Sarebbe necessario invece un percorso educativo, che dovrebbe partire dall’età scolare, affidando direttamente ad associazioni di tifosi di ogni singola squadra il compito di insegnare ai bambini l’amore per la squadra del cuore, l’agonismo contrapposto all’antagonismo, il rispetto delle altre tifoserie, il senso di appartenenza e quindi il rispetto e la cura anche degli impianti stessi.

Abbiamo anche delle grosse perplessità su ciò che comporta la tessera del tifoso. Per fare un esempio, la tessera diventa una vera e propria carta di credito o di “debito” come noi preferiamo chiamarla. Il fatto che possano averla anche i minorenni li sottopone ad una serie di pericoli, tra cui quella di essere contattati da società di scommesse, o ritrovarsi in mailing list, senza averne dato il consenso. A questo proposito credo che in molti non sappiano che in alcune “tessere” non è prevista la possibilità di recesso. È una cosa gravissima.

Qual’è la battaglia che, come associazione avete condotto, e di cui andate fieri?

La battaglia di cui andiamo più fieri e che continuerà ancora a lungo è sicuramente quella legata all’introduzione della tessera del tifoso.

In merito abbiamo organizzato l’unico convegno a carattere nazionale, a Roma a Palazzo San Macuto, coinvolgendo i maggiori protagonisti della vicenda: i massimi dirigenti della prima Società calcistica che l’ha adottata, l’Inter, la banca emettente, la BPM, Ferrovie dello Stato ed Autostrade (partner commerciali), gli avvocati dei gruppi ultras, il creatore della “vera” tessera del tifoso, l’inglese Anthony Weatherill, deputati e senatori sottoscrittori delle nostre proposte di modifica della legge in questione. La nostra Associazione ha presentato in entrambi i rami del Parlamento due proposte di modifica dell’art. 9 della legge n. 41, per manifesta incostituzionalità dello stesso.

Sinora abbiamo tenuto oltre 40 incontri sul tema in tutta Italia, abbiamo presentato ricorsi al Garante della Privacy, a quello della Pubblicità, al Tar.

Qual’è stato, ad oggi, il vostro risultato migliore?

Il fatto che nel corso dei mesi un numero sempre maggiore di persone ha condiviso pienamente le nostre analisi sul tema tessera del tifoso e ha fatto proprie le nostre perplessità e le nostre forti critiche. Abbiamo, per così dire, aperto gli occhi ad una buona fetta dell’opinione pubblica.

Qual’è lo stato dello sport in Italia? A livello di spazi, visibilità e risorse economiche come dovrebbero agire gli organi competenti?

Complessivamente non buono. Ci sono delle problematiche che si trascinano da tempo, legate a due aspetti: la difficoltà di coniugare lo sport di vertice allo sport di base e la carenza di strutture adeguate.

In questo scenario, inoltre, s’inserisce un quadro normativo che nel tempo non ha certamente favorito il lavoro del Coni, che tra mille fatiche comunque riesce a sostenere la pratica sportiva. Si veda la crisi del Totocalcio, che è sempre stato la principale fonte di sostentamento per lo sport.

I rimedi possono essere molti, ma è chiaro che si deve innanzitutto ragionare su una riforma complessiva del Sistema, ricreando un legame vero tra vertice e base, fornendo strumenti alle istituzioni sportive per generare una cultura che possa produrre medaglie, ma soprattutto cittadini appassionati di sport.

Infine, per ciò che riguarda lo sport cosiddetto di “vetrina”, come il calcio ad esempio, è necessario, a nostro avviso, che i club e la stessa Federazione, tornino ad assumere dei connotati etici e si liberino dagli scandali degli ultimi anni.

di Luca Paradiso

La Fiumana è pronta a ripartire

Posted by Luca Paradiso On agosto - 4 - 2010 1 COMMENT

La guerra distrugge, ma non cancella. C’era una volta una squadra che l’invasione delle truppe di Tito ha cancellato. 14 marzo 1943, campionato di serie C: la Fiumana disputa la sua ultima partita, una vittoria per 4 a 1 contro il Vittorio Veneto. Poi nulla più. La guerra, il fronte, i rastrellamenti; preludio del passaggio di Fiume alla Jugoslavia. Oggi quella squadra potrebbe rinascere.

Sergio, Antonio e Luigi hanno tante cose in comune. Condividono un cognome molto conosciuto nel mondo del calcio: Vatta. Sergio ha speso una vita a coltivare talenti nelle giovanili del Torino, prima di entrare in federazione e diventare tecnico delle nazionali giovanili; un lavoro prezioso e silenzioso. Sergio è nato a Zara nel 1937. Era poco più che un bambino quando la Fiumana disputava i suoi ultimi campionati. Oggi vive a Torino, uno dei tanti esuli giunti nel capoluogo piemontese dopo la guerra. Nella città sabauda, insieme al fratello Antonio, presidente della Consulta Piemonte dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e al figlio Luigi, avvocato, coltiva un sogno: far rinascere la Fiumana.

Li abbiamo incontrati e ci hanno raccontato il loro progetto.

Come è nata l’idea di ricostituire la Fiumana?

(Sergio Vatta) L’idea nasce in ambito familiare, sulla scorta dei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsa prima nella nostra Zara, in Dalmazia, poi in giro per il Nord Italia, nei campi profughi: un’odissea durata 12 anni. Io e mio fratello Antonio abbiamo sempre giocato a calcio, per noi la Fiumana era il mito, la squadra più rappresentativa della nostre terra. Certo in Istria, in Dalmazia e anche nella stessa Fiume c’erano altri club di prestigio, ma la Fiumana era l’unica ad aver giocato in Serie A.

Oggi sono trascorsi tanti anni, ma le nostre radici sono profonde e vive come non mai. Abbiamo pertanto creduto in un sogno, quello di riportare in vita la grande Fiumana, facendola ripartire da dove si era prematuramente interrotta la sua avventura, da quel campionato di serie C da cui la guerra l’aveva strappata. A dire il vero, la guerra causò anche la ben più grave perdita per l’Italia di tutti i territori dell’Adriatico Orientale e scatenò tragedie immani come le Foibe e l’Esodo. Ma noi siamo ancora qui, non solo per ricordare, ma per far sì che anche i nostri figli e nipoti, possano ricordare chi siamo e da dove veniamo.

La Fiumana in questo senso è un simbolo, non solo della città di Fiume, ma di tutte le terre perdute, e ogni esule potrà riconoscervisi. Vorremmo dar vita a una grande polisportiva, perché la tradizione sportiva giuliano-dalmata ebbe grandi campioni in tantissime discipline, e vogliamo testimoniare questo grande passato dando modo ai nostri giovani di praticarle tutte. In questo modo otterremo il doppio risultato di mantenere una precisa identità etnica, invece di sparire come popolo col termine della nostra generazione, nonché di far conoscere a tutti gli Italiani la nostra storia, che è anche la loro. Perché noi siamo prima di tutto Italiani orgogliosi di esserlo, nonostante il tremendo prezzo pagato per poterlo affermare.

Avete chiesto alla Federazione il reintegro tra i professionisti. Già lo scorso anno l’ammissione è stata negata. Per quale motivo pensate che la vostra richiesta debba essere accettata?

(Luigi Vatta) La nostra istanza si fonda su argomentazioni di ordine morale e giuridico. Sotto il primo profilo, riteniamo che il progressivo riconoscimento dei diritti della nostra comunità, culminato con l’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004, possa e debba sfociare nel riottenimento della categoria in cui la Fiumana militava al momento del suo forzato scioglimento. Una sorta di risarcimento morale per le tragedie da noi patite. Il mondo dello sport, e in particolare quello del popolarissimo calcio, dovrebbe in tal senso dimostrarsi all’avanguardia rispetto alla politica, che conosce tempi molto più lunghi e vincoli più cogenti, e dimostrare di essere in grado di svolgere la funzione educativa che gli è propria. Noi riteniamo che la nostra richiesta dia modo al CONI e alla FIGC di espletare la fondamentale funzione di educare i cittadini, consentendo loro di conoscere una storia italiana rimasta troppo a lungo nascosta. Purtroppo pare che la burocrazia del governo dello sport sia più tenace di quella politica, e per questo ci siamo rivolti al Sottosegretario allo Sport On. Rocco Crimi, e nello scorso novembre abbiamo avuto un proficuo colloquio con lui a Palazzo Chigi, da cui speriamo arrivi l’impulso per sbloccare la situazione di stallo.

All’On. Crimi, ovviamente, abbiamo parlato anche del secondo profilo, quello giuridico, spiegandogli che la FIGC ha pur riconosciuto la fondatezza delle nostre pretese, accogliendo le conclusioni formulate dal compianto Giudice Laudi, incaricato di studiare il caso, ma si è trincerata dietro non meglio precisate “difficoltà organizzative” che impedirebbero l’inserimento della Fiumana in un campionato professionistico. Cosa che fa quanto meno sorridere, viste le recenti difficoltà di una serie impressionante di club impossibilitati ad iscriversi. Ma a noi questo non interessa: abbiamo detto chiaramente che non siamo una squadra da “ripescare”, che non vogliamo togliere il posto a nessuno che l’abbia meritato sul campo nell’ultima stagione, bensì intendiamo usufruire della possibilità di far ritenere “congelato” il titolo della Fiumana maturato nel 1943, dato che la normativa federale consente che l’attività interrotta per “casi di forza maggiore” riprenda anche a distanza di molti anni. Lo prevede l’art. 16 NOIF (norme organizzative interne federali). Se poi vogliamo discutere sulla natura di “casi di forza maggiore” che noi riconosciamo ai tragici avvenimenti del 1943-45… E comunque anche e soprattutto la legislazione dello Stato è dalla nostra, poiché le leggi n. 137/52 e la n. 763/81 prevedono che in ogni settore economico debbano essere ripristinate le condizioni antecedenti l’Esodo: noi eravamo una società professionistica, dunque rientrante nel mondo del lavoro, e anche se lo sport non è espressamente citato nelle due leggi, occorre tener conto del chiaro orientamento del nostro Legislatore.

In ogni caso, abbiamo atteso oltre 60 anni per rivedere in campo la Fiumana, e non ci spaventa certo qualche anno in più: abbiamo formulato la nostra istanza nel 2008, non saremo ai nastri di partenza per la stagione 2010/11, ma contiamo di esserlo nel 2011/12.

Nel 2011 è in programma il Triangolare del Ricordo che vedrà la partecipazione delle squadre di Pola, Fiume e Zara. Sarà la prima volta, dopo la fine della guerra, che le tre formazioni si affronteranno nuovamente. Come è nata questa iniziativa e che messaggio vuole trasmettere?

(Antonio Vatta) Il “Triangolare del Ricordo” è una splendida iniziativa messa in atto dalla Sede Nazionale dell’ANVGD, la più importante associazione di esuli di cui anche noi facciamo parte, io in particolare con l’incarico di presidente della Consulta Piemonte.

Credo che la nostra iniziativa di rifondare la Fiumana abbia aumentato a dismisura la “fame” di calcio e sport giuliano-dalmata e la risposta data col Triangolare del Ricordo mi pare ottima. Il messaggio è in linea con quello che vogliamo dare noi attraverso la rinascita della Fiumana: siamo vivi, siamo Italiani in mezzo agli Italiani, sparsi per tutta la penisola, ansiosi di farci conoscere e di rendere nota la nostra storia, che non è fatta solo dei tragici avvenimenti (ancora poco noti) che vanno sotto i nomi di Foibe ed Esodo. Siamo Romani, Veneziani, Italiani, siamo lavoratori che si sono fatti valere in tutte le professioni, e siamo anche calciatori come Loik, Volk e i fratelli Varglien, tennisti come Sirola e Cucelli, pugili come Benvenuti, velisti come Straulino e tanto altro ancora.

Il comitato organizzatore ci ha interpellati, e noi ovviamente aderiamo e parteciperemo all’iniziativa, sperando che l’11 giugno 2011 possa essere il prologo della stagione calcistica che rivedrà finalmente in campo la Fiumana, in Prima Divisione. In ogni caso sarà emozionante ritrovare i tanti fratelli sparsi per il mondo, che accorreranno a Roma per lo storico evento. E chissà, magari tra quei giovani discendenti di esuli che scenderanno in campo, ci sarà qualche talento che potrà vestire la maglia della rinata Fiumana.

di Luca Paradiso

Vittorio Rega porta il Taekwondo azzurro ai Giochi di Singapore

Posted by Luca Paradiso On luglio - 26 - 2010 Commenti disabilitati

La spedizione azzurra impegnata ai prossimi Giochi Olimpici Giovanili si arricchisce di un nuovo atleta. La WTF (federazione internazionale di taekwondo), in seguito alla rinuncia da parte di uno dei paesi partecipanti, ha infatti rivolto all’Italia l’invito di schierare un proprio rappresentante nella categoria -48 kg maschile. Il Coni e la Fita (federazione italiana) hanno accettato con soddisfazione questa possibilità. Una notizia che riempe di gioia il segretario generale della Fita, Angelo Cito, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Il recente subentro dell’Italia alle Olimpiadi di Singapore rappresenta un’ottima vetrina per il vostro sport. Come organizzerete queste settimane che ci separano dalla manifestazione?

Certamente l’inserimento dell’Italia ai Giochi di Singapore è stata una bellissima notizia. Ormai non ci speravamo più e ci apprestavamo a seguirli da spettatori, finché non è giunta la richiesta da parte della federazione internazionale di partecipare con un atleta. Immediatamente ci siamo attivati affinché si possa arrivare nelle migliori condizioni possibili. Innanzitutto è stato convocato l’atleta presso il centro di preparazione olimpica Giulio Onesti dove, sotto la direzione dello staff tecnico nazionale, ha iniziato la preparazione.

Chi è il fortunato prescelto?

L’ atleta scelto è Vittorio Rega cat. – 48 kg nato a Fondi il 5 ottobre del 1994. Si tratta di un’atleta che fa parte appunto della squadra nazionale juniores. Nella sua breve carriera ha ottenuto buoni risultati partecipando ad importanti eventi internazionali e agli ultimi campionati mondiali Juniores in Messico. Vittorio è un ragazzo che ha un ottima preparazione tecnica e anche a scuola è uno studente modello, il che non guasta. Un’atleta che incarna perfettamente lo spirito di questi Giochi.

Con quali prospettive parte Vittorio?

Lo spirito con cui affrontiamo questi giochi sono quelli indicati dal presidente Rogge, convinto sostenitore della manifestazione: la volontà di vivere quest’avventura nel pieno rispetto dei valori sportivi senza esasperare l’aspetto agonistico.

di Luca Paradiso

In panchina con…Patrizia Panico

Posted by Marco DePalo On luglio - 4 - 2010 Commenti disabilitati

di Marco De Palo

Una chiacchierata per capire la storia, l’esperienza che muove una grande passione, talvolta celata dietro una maglia, o in un ritratto di fatica, vivere le sensazioni di uno sportivo e capirne le emozioni che portano alla realizzazione di una carriera.

Parte la nuova rubrica di Itali@Magazine, che ogni mercoledì proporrà un “faccia a faccia” con un personaggio sportivo di spicco. Ciò che è passato, oggi,  e quello che sarà.

Il protagonista, o meglio la protagonista, della prima intervista è Patrizia Panico, la punta di diamante dell’Eurospin Torres e della Nazionale di calcio. Con la calciatrice laziale approfondiremo vari aspetti della sua carriera e del Calcio Femminile in Italia.

Il calcio femminile in Italia non ha la visibilità di altri sport, ma è un movimento in rapida evoluzione, cosa vedi nei prossimi anni?
Il calcio femminile in Italia fa fatica ad emergere principalmente perchè purtroppo il calcio è ancora visto e considerato uno sport esclusivamente maschile e non credo che nei prossimi anni la situazione possa migliorare, a meno che non ci sia un grandissimo risultato a livello internazionale, (che può essere la vittoria di un mondiale o di una champions) il quale può avviare quel tanto atteso cambiamento.

A Bardolino sei arrivata ed avete vinto 3 scudetti, poi il passaggio all’Eurospin Torres e quest’anno un altro scudetto, un buon investimento Patrizia Panico. Per 9 volte capocannoniere della serie A, ti pesa il ruolo di fenomeno del calcio italiano?
Si un buon investimento ma sicuramente non l’unico, nel senso che sia a Bardolino che alla Torres ho trovato un gruppo di giocatrici molto forti ed io ho dato solo il mio piccolo contributo, i risultati li ottiene la squadra non il singolo. Non mi pesa il ruolo di fenomeno semplicemente perchè non mi ci sento.

Se si parla di calcio femminile i nomi che si citano sono due, il tuo e quello di Carolina Morace, come descriveresti il rapporto tra voi?
Sinceramente non c’è nessun tipo di rapporto con Carolina Morace, quando giocavamo insieme era la giocatrice che ti faceva sentire sull’1-0 ancor prima di cominciare la partita, devo molto a lei perchè mi ha insegnato tantissime cose e la riconoscenza è giusta e sentita. Quando però l’ho avuta come allenatrice in Nazionale, inizialmente avevamo un ottimo rapporto perchè sia io che le mie compagne credevamo nel suo progetto e nel suo lavoro, successivamente il rapporto si è deteriorato definitivamente agli Europei in Inghilterra solo perchè alla fine ho capito che gli obiettivi della squadra e quindi i miei non collimavano con i suoi.

In prospettiva futura, Patrizia Panico dove sarà? E quando lascerai il calcio giocato, resterai nell’ambiente?
Inutile dire che alla Torres sono stata benissimo perchè è palese, spero di restare quì il prossimo anno, vincere ancora molto con questa maglia, magari fare la finale di champions e vincerla, poi finire la carriera con i Mondiali, questa potrebbe essere una prospettiva interessante, forse non l’unica ma comunque la più affascinante.

I tuoi familiari come vivono questa tua passione?
I miei familiari sono i miei primi tifosi, si sono appassionati al calcio femminile piano piano fino a diventare quasi dei veri ultras. Il mio unico bimbo è il mio nipotino Lorenzo di quattro anni che ancora non ha capito bene se gioco con Rocchi e Zarate in Sardegna con la Lazio o non so che altro tipo di confusione possa avere in testa.

Pensando al calcio maschile, quale campione ti somiglia maggiormente? E chi vorresti che giocasse al tuo fianco?
Non so chi possa somigliare a me o meglio io a lui, non saprei proprio, ti posso dire che mi piacerebbe essere, forse è più semplice, ma neanche tanto, mi piace un mix tra Cassano e Ibra, ma quello che più mi entusiasma è Rooney. Mi piacerebbe giocare con Cassano perchè i suoi assist si devono solo soffiare in rete, anche se poi non ci sarebbe così tanto gusto a giocare e allora dico che mi piace giocare così, con Domenichetti alla mia destra, Fuselli alla mia sinistra e Iannella dietro di me, meglio di così!!!

In panchina con… Pasquale Sensibile

Posted by Marco DePalo On luglio - 4 - 2010 Commenti disabilitati
Una lunga chiacchierata con Pasquale Sensibile, direttore sportivo del Novara Calcio, squadra neopromossa in serie B dopo una trionfale cavalcata in Prima Divisione.
Pasquale Sensibile, 39 anni, ex capo degli osservatori a Palermo ed alla Juventus è un figlio d’arte, suo padre Aldo ha indossato negli anni sessanta le maglie del Lecce, della Roma e del Lecco, oltre ad aver allenato compagini di livello a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90.
Il Novara in Serie B, da cosa si parte per creare una squadra così vincente?
Si parte senza ombra di dubbio da una proprietà ambiziosa, seria, solida economicamente, con tante idee e con la capacità di trasformarle in realtà. In cima ai pensieri della presidenza c’è una “casa” per il club, una struttura organizzativa importante, un settore giovanile che lavora con grande cultura del sacrificio e di conseguenza una prima squadra che, se le prime tre condizioni sono ben curate, porta dei risultati.
Dopo una carriera invidiabile come capo degli osservatori hai intrapreso la carriera da Direttore Sportivo. Subito una partenza col “botto”,  grazie alla conquista della promozione in serie B, frutto anche di scelte coraggiose come quella di non confermare alcuni “senatori” della squadra. Da cosa è nata questa scelta?
E’ nata da un preciso mandato della proprietà che era rimasta un po’ delusa dal fatto che nella passata stagione non si era riuscito a centrare neanche l’obiettivo minimo fissato che era quello dei playoff. Mi è stata data carta bianca, piena autonomia decisionale sempre con il supporto della famiglia De Salvo, che sono persone incredibili. Mi sono preso dei rischi, ma d’altra parte credo che questo mestiere vada fatto con grande attenzione, ma anche con una buona dose di coraggio. Erano rischi calcolati perché se ci riferiamo ad Attilio Tesser è vero che nelle ultime 4 stagioni aveva collezionato 4 esoneri, ma dentro ad ogni licenziamento c’era una storia che abbiamo analizzato insieme, capendo che valeva di più l’opinione che avevamo dell’uomo, del professionista Tesser, che di quei 4 incidenti di percorso. Per quanto concerne i calciatori abbiamo scelto professionisti con un comune denominatore: una fase ascendente ancora da compiere.
Tesser-Sensibile da fuori sembra un binomio indissolubile, quanto ha pesato la voglia di riscatto del Mister? E come descriverebbe il vostro rapporto?
Fino ad un anno fa il nostro rapporto era di conoscenza abbastanza superficiale, ma cordiale, serena e schietta. Avevamo dei contatti telefonici 5/6 volte l’anno, non avevamo mai lavorato insieme, ma per come ci eravamo conosciuti in questi anni, si percepiva chiaramente una reciproca stima. Nel momento in cui ho dovuto scegliere l’allenatore ho subito pensato ad un uomo intellettualmente onesto, che avesse grande voglia di riscatto e che comunque nel passato si fosse costruito la serie A attraverso la gavetta e non attraverso le chiacchiere.
A Parma avete puntato i piedi, poi a Siena senza paura e con il Milan avete dato spettacolo! Ma parlando del vostro campionato, qual è stata la partita con la “P” maiuscola?
Beh dal punto di vista della prestazione io ricordo un Novara – Benevento, finita 2-0 nel girone d’andata nella quale abbiamo rasentato la perfezione. Personalmente la partita nella quale ho capito che avremmo vinto il campionato è stato il  2-0 di Perugia, partita nella quale con quattro titolari assenti abbiamo dato una prova di forza straripante dal punto di vista mentale, fisico e tecnico-tattico.
17 nuovi acquisti nella stagione che va per concludersi, qual è stato il vero colpo di mercato?
Sinceramente faccio fatica ad individuarne uno, sono molto legato a ciascuno di questi giocatori, ma se devo incorniciare un’immagine di questa stagione penso ad una notte che rimarrà nel cuore dei novaresi per molto tempo: quella di San Siro (contro il Milan in Coppa Italia, ndr.). Se devo fare un nome  dico Pablo Gonzalez, ma ripeto e sottolineo che non voglio togliere nulla a ciascun calciatore in rosa, soprattutto a Christian Jidayi e Kevin Strukelj che sono i ragazzi che hanno giocato meno, ma meritano la promozione quanto gli altri.
Mentre in serie A impazzano le polemiche sui rinnovi, recentemente ha prolungato il suo contratto fino al 2014! Anche questo fa parte del “Modello Novara”? In cosa consiste questo modo di gestire la società?
Qui decisioni sulle ali dell’entusiasmo non se ne prendono mai e credo che sia molto importante. L’anno scorso ho firmato un contratto triennale, la cui scadenza originaria era nel 2012. Il giorno dopo aver vinto il campionato la famiglia De Salvo mi ha proposto di prolungare per altri 2 anni. Una proposta che in 30 secondi ho accettato. Qui si programma, si razionalizza, c’è un progetto a lunga scadenza. Sono stato ben felice ed orgoglioso di poter sposare il progetto siglando un nuovo contratto; pochi giorni dopo ha rinnovato anche il mister e tutto il suo staff fino al 2013 e riteniamo che la pianificazione sia la base per poter lavorare serenamente.
Un albanese, un bosniaco, un kosovaro, tre siciliani e due baresi, in un ambiente piuttosto leghista, hanno trovato difficoltà i ragazzi ad integrarsi con la città?
Senza voler entrare in tematiche che con il calcio non hanno molto a che fare, abbiamo fatto una valutazione di questo tipo: “la componente agonistica in certi giocatori che hanno origini meridionali o di certe zone è molto importante”. Noi abbiamo voluto dare questa qualità in più alla squadra e non sono in molti a poter vantare un agonismo come il nostro in Lega Pro. I ragazzi sono stati tutti accettati, protetti e coccolati da una città che con il proprio apporto, insieme a ciò che noi nell’ambito sportivo abbiamo dato, è arrivata dritta all’obiettivo prefissato.
Dopo i salti di categoria ci si chiede sempre se in primo piano debba esserci il motto: “squadra che vince non si cambia”, oppure sia meglio adattare la rosa al nuovo contesto! Lei cosa ne pensa? Molti ragazzi sono in prestito, la vostra volontà è di riscattarli?
I giocatori ancora in prestito sono solo quattro, una proporzione adeguata. Abbiamo cercato di patrimonializzare il parco giocatori. Cossentino, Ledesma, Ujkani e Kurbegovic sono gli unici quattro ragazzi che abbiamo in prestito. Vogliamo mettere davanti a tutto un equilibrio morale ed economico; oltretutto dovremmo fare i conti con normative che in serie B sono più restrittive di quanto non lo siano in Prima Divisione. Quindi aldilà del fatto che questi ragazzi meriterebbero di esser presi in blocco per disputare il campionato di serie B, non potremmo farlo. Con loro siamo stati chiari, faremo scelte dolorose, non saranno tantissime, vogliamo ridurle al minimo indispensabile, ma comunque vogliamo qualificare un organico adeguandolo alla categoria. Sarà compito nostro quello di regalare dei sogni ad una città che da troppo tempo meriterebbe un calcio diverso.
di Marco De Palo

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