In carcere per aver servito il proprio Paese e l’Italia non li difende abbastanza
Non si rinnega il proprio Paese così come non si rinnegano i sogni e gli ideali. Sono italiana e ne sono sempre stata fiera però oggi mi chiedo perché l’Italia abbia consentito che due italiani, che non hanno altra colpa che aver compiuto il lavoro che era stato affidato loro, siano finiti in carcere. Chissà cosa pensano in questo momento Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Forse pensano che questo è il peso che devono pagare per essere stati coerenti fino in fondo, che non era così che doveva andare, che non è dietro le sbarre che deve finire chi serve il proprio Stato con abnegazione. Forse temono che questa vicenda possa avere risvolti ancor più negativi, che dovranno rimanere lì ancora a lungo. Forse immaginano che ci sono milioni di italiani indignati per quello che sta accadendo, milioni di persone che sono dalla loro parte, che pubblicano le loro foto sulle bacheche di facebook, che firmano petizioni, che scrivono al Presidente della Repubblica, che inviano mail all’ambasciata indiana.
Massimiliano e Salvatore divenuti eroi di un Paese che non li merita perché non ha saputo difenderli. Non volevano diventare eroi i due marò. Volevano solo onorare un impegno. Ed ora sono in carcere. La stampa indiana li ha ribattezzati i banditi del mare. Ridevano ieri i poliziotti indiani mentre li trasferivano al carcere di Trivandrum. E invece non c’è nulla da ridere perché questo è l’epilogo ampiamente prevedibile di una vicenda iniziata male e proseguita peggio. Scortati in un pulmino bianco, accecati dai flash dei fotografi. Ma sempre con il loro basco calato sul capo e la loro uniforme indosso. Almeno quella è stato consentito loro di indossarla, sempre. Per ricordare a tutti, e soprattutto agli indiani, che loro sono marinai del reggimento San Marco. Sulla destra il loro cognome, sulla sinistra, all’altezza del cuore, “Marina Militare”, sulla spalla un leone.
Il fermo di polizia convertito in 14 giorni di fermo giudiziario. Non condivideranno la cella con altri detenuti, potranno incontrare visitatori italiani un’ora al giorno e dal consolato sarà consegnato loro cibo italiano. Gli indiani hanno acconsentito ad un “trattamento di riguardo”. Certo perché gli italiani sono tipi da spaghetti e non da kebab. Li ringraziamo sentitamente per averci risparmiato le manette. “Andiamo avanti” hanno commentato ieri i due marò. Altro non possono fare. Eppure la rabbia è tanta perché quando sei nel giusto pagare per qualcosa che non hai commesso ti consuma dentro. Leoni in gabbia con tanta voglia di ruggire in faccia all’India e alla comunità internazionale le loro ragioni.
Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, oggi ha convocato l’ambasciatore indiano per ribadire che le misure prese nei confronti dei due marò sono “inaccettabili” e ha chiesto all’ambasciatore di trasmettere al governo di New Delhi e alle autorità del Kerala la fortissima preoccupazione per il clima di tensione che si registra in India e che potrebbe pregiudicare la correttezza del procedimento giudiziario che tra l’altro, secondo l’Italia, risulta illegittimo per carenza di giurisdizione.
“L’Italia è tutta con voi, al vostro fianco. Lo siamo stati fino ad ora. Continueremo ad esserlo” ha ribadito il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola parlando al telefono con Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. “I militari italiani vanno giudicati in Italia, come farebbe qualunque altra nazione – ha sottolineato il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura - In nessun caso al mondo militari che stanno svolgendo la loro missione sono stati giudicati da un paese diverso da quello di origine”.
E mi sono tornate alla mente le parole di un soldato conosciuto durante il mio ultimo viaggio in Afghanistan. “Anche volendo ammettere per assurdo che quei due soldati abbiano commesso un errore, non essere riusciti a portarli velocemente in Italia equivale a dire che un militare italiano, una squadra o un plotone, durante un’ipotetica azione in Afghanistan in cui si verifichino incidenti involontari e collaterali, potrebbero o dovrebbero essere abbandonati in un villaggio per essere giudicati dal consiglio dei mullah – mi ha scritto – In questo modo viene meno il principio fondamentale di una forza armata: servire e rappresentare una nazione. E per quella nazione che quei due militari erano lì”.
Lo sfogo amaro di un militare, voce in un coro immenso composto da amici, colleghi ma soprattutto gente comune che si chiede perché è stato concesso che due italiani finissero in pasto agli indiani, perché l’Europa tace su questa vicenda, perché dall’Onu nessuno dice nulla sebbene i due marò stessero fornendo un servizio antipirateria previsto dalle Nazioni Unite. L’unica certezza è che ci siamo mostrati troppo deboli ed accondiscendenti e che i nostri marò andavano difesi con più convinzione. C’è il verso di una canzone che dice: “sarà il branco che viene a salvarti se ti perdi”. Dov’è il branco? Chi governa il Paese dovrebbe ricordare che non si lascia mai nessuno indietro.
di Ebe Pierini









