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Archive for the ‘Missione Difesa’ Category

Ecco perchè l’Italia deve riportare a casa i due marinai del Reggimento San Marco

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 22 - 2012 ADD COMMENTS

Brilla il fregio dorato bordato di rosso del Reggimento San Marco sul basco blu di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Innocenti fino a prova contraria. E prove oggettive a loro carico nessuno finora è stato in grado di mostrarne. Eppure sono stati trascinati via come assassini. Scortati come i peggiori criminali. Non hanno mai abbassato lo sguardo Massimiliano e Salvatore. Fieri come leoni. Orgogliosi dell’uniforme che indossano e pronti a difendere il proprio operato, nella buona e nella cattiva sorte. Forti della loro innocenza. Pronti a dimostrarla agli indiani e al mondo intero. Forse hanno provato paura in questi giorni. D’altronde la paura è un sentimento umano. Ma è dalla paura che nasce il coraggio. Il loro coraggio è tutto in quello sguardo che non tradisce emozioni, che punta dritto in avanti, che ti affonda dentro come una lama. Lo sguardo di due italiani che camminano a testa alta, tra gli insulti degli indiani, portando con orgoglio sul capo il basco da fucilieri del San Marco.

Non è il momento delle polemiche. E’ semplicemente il momento di riportarli a casa. In uno dei tanti gruppi che sono stati fondati in loro sostegno in questi giorni su facebook qualcuno ha scritto: “In Italia mancano due leoni, restiuiteceli”. Perché non è giusto che paghino per colpe non loro. Che siano sottoposti all’onta dell’arresto se non c’è una sola prova che attesti che sono loro gli assassini dei due pescatori indiani. Perché se il diritto internazionale è carta straccia allora ditecelo. Se i nostri soldati non sono tutelati nello svolgimento delle loro funzioni allora ammettetelo. Sembra la trama di un film. Sembra di vivere una situazione surreale. Peccato sia tutto vero. Peccato che ci siano due italiani messi alla gogna a livello internazionale per un crimine che non hanno commesso. Per aver semplicemente fatto il loro lavoro e per averlo fatto in maniera corretta. L’impressione è che qualcuno stia cercando di strumentalizzare l’intera vicenda occultando fatti, prove e reali responsabili. L’Italia deve avere il coraggio di alzare la voce. Perché troppe cose non tornano, troppi elementi non collimano, troppe incongruenze ci sono in questa storia.

A che gioco stanno giocando gli indiani? Cosa vogliono realmente? E’ così difficile ammettere che potrebbe esserci stato uno sbaglio? Oppure fa comodo a qualcuno far ricadere la colpa sugli italiani? L’estrema somiglianza tra il mercantile italiano Enrica Lexie e il mercantile greco Olympic Flair è un dato oggettivo. Scafo rosso e nero per entrambi, dimensioni simili, il nome scritto in bianco a prua. Facilmente confondibili quindi. Entrambi il 15 febbraio scorso sono stati attaccati da parte di pirati. Solo che per quanto riguarda l’Enrica Lexie l’episodio è avvenuto alle 16, ora locale, a 33 miglia dalla costa, quindi in acque internazionali. Elementi documentabili attraverso i dati del satellite. Mentre l’Olympic Flair è stata attaccata da due barconi a bordo dei quali c’erano 20 uomini armati, alle 21.50, ora locale, a poco più di due miglia dal porto di Kochi, così come riportato sul sito dell’International Commerce Chamber che registra tutti gli attacchi da parte di pirati. Ma nessuno, da parte indiana, fa riferimento a questo episodio sebbene ne fossero a  conoscenza la Guardia Costiera e il Maritime Rescue Coordination Centre che stranamente non hanno diffuso la notizia. Il Ministero della Marina Mercantile greco si affretta a smentire sostenendo che non risulta che niente del genere sia accaduto ad una nave greca in navigazione in India in quella data. Eppure l’ International Commerce Chamber, ieri, ha confermato la notizia dell’attacco delle 21.50 all’Olympic Flair. La morte dei due pescatori indiani viene fatta risalire alle 21.50 e sarebbe avvenuta a poche miglia dalla costa. Non è quindi più logico pensare che sia scaturita dall’attacco al mercantile greco?

Tra l’altro secondo gli indiani quel giorno, nella zona in cui è avvenuto l’incidente erano presenti almeno tre altri mercantili,  Kamome Victoria, Giovanni e Ocean Breeze, che sono stati semplicemente contattati dalla Guardia Costiera via radio per chiedere se avessero subito attacchi. Soltanto l’Enrica Lexie ha confermato un tentativo di attacco. Ora, se a bordo del mercantile italiano qualcuno avesse avuto il dubbio di aver ucciso qualcuno, magari con armi non dichiarate, sarebbe stato stupido ammettere la circostanza. E’ proprio lo spirito collaborativo dell’Enrica Lexie che ha accettato di raggiungere il porto di Kochi che attesta l’estraneità dei marò italiani all’incidente. E perché invece di attrarre con l’inganno l’imbarcazione italiana nel porto di Kochi gli indiani non hanno chiesto lumi all’Olympic Flair sul tentativo di attacco subito?  E se invece l’uccisione accidentale dei due pescatori del St. Antony fosse scaturita proprio dall’ attacco all’Olympic Flair? E se si fosse sparato proprio dal mercantile greco o dalle motovedette della guardia costiera o della polizia di Cochin? Allora sarebbe tutto più chiaro. Ecco perché l’India avrebbe tutto l’interesse a non diffondere la notizia.   

Ad avvalorare la tesi di due eventi separati anche il fatto che risulta difficile spiegare la lentezza con la quale le autorità indiane sarebbero intervenute. Insomma se erano già informate dell’attacco subito dalla Enrica Lexie alle 16 locali come mai sono intervenute soltanto in serata quando il peschereccio è rientrato in porto con i due cadaveri? Insomma i sospetti di infittiscono. I conti tornerebbero invece se si collegasse la morte dei pescatori all’attacco delle 21.50. Perché quindi le autorità indiane si sarebbero mosse con tale ritardo se l’uccisione fosse davvero avvenuta nel pomeriggio? L’avvenimento sarebbe stato segnalato via radio nel corso delle 3-4 ore di navigazione che separavano la posizione del peschereccio cui fanno riferimento i militari italiani dal porto di Kochi. Forse c’è qualcosa che ci sfugge. E perché gli indiani si sono affrettati a seppellire i due pescatori uccisi? Perché hanno rifiutato di effettuare sulle salme l’autopsia? Perché rifiutano la perizia balistica che potrebbe definitivamente scagionare i marò italiani qualora si appurasse che le pallottole che hanno ucciso i due indiani non corrispondono a quelle in uso al nucleo di protezione armato a bordo dell’Enrica Lexie? Una ricostruzione lacunosa che fa acqua da tutte le parti.

A questo si aggiunga che i nostri militari godono di immunità funzionale in quanto organi dello Stato anche perché il mercantile italiano di trovava in acque internazionali. E poi, se vogliamo dire le cose come stanno, non sono certo i marinai italiani quelli dal grilletto facile dato che finora hanno sempre gestito tutti gli attacchi di pirati con la minima forza necessaria. Se andiamo un po’ a scartabellare spunta fuori che gli indiani, nel 2008, distrusse a cannonate un peschereccio Ekawat Nava 5 ritenuto ostile per la presenza di persone armate a bordo con una nave della Marina, l’INS Taibar. In quell’occasione furono uccise 15 persone. L’unico supersite negò la presenza di pirati a bordo. In India è in esame un progetto secondo il quale il  servizio di sicurezza a bordo dei mercantili in transito in prossimità delle acque nazionali  dovrebbe essere garantito da personale proveniente dalle forze speciali o dai servizi segreti indiani ritenuto più qualificato di contractor privati o militari stranieri meno esperti della realtà locale. E se i militari e la guardia costiera o addirittura i servizi segreti indiani avessero un qualche interesse a mettere in cattiva luce la soluzione dei nuclei armati di protezione adottata dagli armatori internazionali? I marò italiani sarebbero quindi un capro espiatorio.

Una vicenda dai contorni decisamente oscuri. Eppure i rapporti tra Italia e India finora erano stati buoni. Pensiamo alla partecipazione di Finmeccanica alla progettazione della prima portaerei indiana, all’assistenza da parte dell’azienda italiana al loro naviglio militare e all’interesse degli stessi indiani verso il programma Fremm relativo alle fregate di ultima generazione.

Vien da chiedersi se l’Italia abbia fatto e stia facendo il massimo per riportare a casa i due fucilieri del San Marco. Anche perché quei due militari si trovavano a bordo di un mercantile ai sensi di una legge dello Stato che disciplina l’utilizzo di nuclei armati di protezione che sono divenuti realtà a partire dallo scorso ottobre. Anche perché andrebbe spiegato alla gente che la lotta ai pirati è ben altra cosa rispetto alle scaramucce tra Peter Pan e Capitan Uncino e che i fucilieri del San Marco sono uomini estremamente qualificati che non se ne vanno in giro per il mondo a sparare ai pescatori. “Appartengono alla compagnia operazioni navali – spiega il controammiraglio Pasquale Guerra da pochi giorni alla guida del comando della forza da sbarco – Affrontano un complesso iter di preparazione e prima di entrare a far parte dei nuclei di protezione armati seguono un corso di un mese nel corso del quale apprendono nozioni di diritto internazionale e umanitario”.

Insomma sono l’èlite dell’èlite. Uomini che hanno alle spalle esperienze in Kosovo, Albania, Iraq, Afghanistan. Che conoscono le regole. Che sanno quando, come e dove devono sparare. Proprio per questo la Marina fa quadrato attorno ai suoi uomini. “I due fucilieri del Reggimento San Marco uomini addestrati a pensare prima di agire,  sono intervenuti esclusivamente secondo le procedure e nell`ambito delle misure che riguardano la lotta alla pirateria – si legge in una nota diramata oggi dallo Stato Maggiore della Marina – Hanno sparato colpi di avvertimento in aria e in acqua (warning shots) per salvaguardare il proprio territorio, rispondendo in pieno alle norme esistenti. Vale a dire, proteggere la sicurezza dei traffici marittimi da un’attività criminosa che mette a repentaglio le libertà economiche e personali dell’alto mare”.

Sta a chi di dovere alzare la voce. Sbattere i pugni sul tavolo se necessario. Non è concepibile che ci si lasci intimidire da un turbante e da un paio di baffi arruffati. Ne va del buon nome dell’Italia. Ne va del rispetto del diritto ma soprattutto del lavoro dei nostri militari impegnati su questo come su altri fronti. E quando tutta questa vicenda sarà finita, perché dovrà finire prima o poi, rimarrà per sempre impresso nella memoria di tutti lo sguardo fiero di Massimiliano e Salvatore.

di Ebe Pierini

Anche l’Esercito al salone della nautica e del mare “Big Blu”

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 18 - 2012 ADD COMMENTS

A partire da oggi e fino al 26 febbraio sarà possibile visitare lo stand allestito dall’Esercito, per il secondo anno consecutivo presso “Big Blu – Salone della Nautica e del Mare”, nel  polo espositivo della nuova fiera di Roma. Esistono infatti dei reparti dell’Esercito che operano anche in ambiente marino. A rappresentare l’Esercito sono due reparti d’eccellenza: il 9° reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” e il reggimento lagunari “Serenissima”.

Il “9°” è l’unico reparto di forze speciali dell’Esercito la cui storia inizia nella grande guerra con le unità di arditi, reparti  specializzati per sfondare le difese nemiche a premessa degli attacchi delle fanterie. Oggi l’unità è composta essenzialmente da incursori, ovvero militari appositamente selezionati, qualificati e continuamente addestrati in grado di  muovere e combattere in tutti gli scenari operativi: dall’alta montagna all’ambiente subacqueo e anfibio, aviolanci da alta quota  per infiltrazione a piccoli nuclei. La specialità dei lagunari è stata istituita nel 1951. Il reggimento attualmente è dotato di mezzi da sbarco AAV7,  natanti, motoscafi rigidi, battelli pneumatici e kayak  per operazioni anfibie su piccola scala.

Nello spazio espositivo, curato dal comando militare della capitale, sono schierati  alcuni natanti da sbarco, materiali speciali,  attrezzature subacquee  e da roccia  in dotazione. Presente un team del raggruppamento logistico centrale che distribuisce informazioni e materiale illustrativo sulle varie possibilità di arruolamento nell’Esercito.

di Ebe Pierini

Libano: progetto italiano e tecnologia Led per illuminare le strade di Naqoura

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 15 - 2012 ADD COMMENTS

Inaugurato a Naqoura un impianto di illuminazione stradale di ultima generazione a tecnologia Led alimentato da energia solare. L’iniziativa rientra nell’ambito delle attività di cooperazione civile e militare portate avanti dal contingente italiano impegnato nella missione Unifil e finalizzate al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione civile nel sud del Libano.

Installati 20 nuovi punti luce che sono stati dislocati in punti scelti in accordo con la municipalità. Si è optato per zone sensibili e pericolose della strada principale  che conduce all’abitato a tutto vantaggio delle condizioni di sicurezza dei cittadini di al Naqoura. L’impianto è totalmente autosufficiente grazie all’alimentazione con pannelli solari da 110 watt per punto luce.

All’inaugurazione hanno partecipato il generale Carlo Lamanna, comandante del settore ovest di Unifil; il sindaco della municipalità di  Al Naqoura, Hussein Awadah e una rappresentanza della popolazione locale. Il generale Lamanna ha ringraziato le autorità civili, religiose e militari presenti sul luogo della cerimonia per le costanti manifestazioni di vicinanza al contingente italiano.

di Ebe Pierini

Afghanistan: intitolato al capitano Massimo Ranzani il nuovo terminal dell’aeroporto civile di Herat

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 14 - 2012 1 COMMENT

E’ stato intitolato al capitano Massimo Ranzani il nuovo terminal dell’aeroporto civile di Herat, inaugurato dal generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e dal generale Luciano Portolano, comandante del Regional Command West.

Per l’occasione sono giunti in Afghanistan anche Mario e Ione Gabriella Ranzani, genitori del capitano caduto il 28 febbraio del 2011. Alla cerimonia erano presenti anche il governatore di Herat, Daud Shah Saba e autorità civili e militari afgane.

Il terminal è stato completato in circa 10 mesi ed è stato progettato e finanziato dal Provincial Reconstruction Team italiano, attualmente su base 3° reggimento bersaglieri della brigata “Sassari”. Per la realizzazione è stata impiegata manodopera di imprese locali. I lavori sono costati circa 750.000 euro. La struttura potrà accogliere fino a circa 1000 viaggiatori in transito al giorno. Si tratta del primo passo di un più ampio impegno italiano che nei prossimi anni porterà alla realizzazione di un aeroporto internazionale.

di Ebe Pierini

I piloti di Italair in volo sui cieli del Libano con il basco blu di Unifil

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 11 - 2012 2 COMMENTS

Trentacinquemila ore di volo sui cieli del Libano e di Israele. In  quasi 33 anni  i piloti della task force Italair hanno compiuto oltre 1.000 trasporti d’emergenza di ammalati o feriti gravi e trasportato 150.000 passeggeri. Si tratta dell’unità delle Forze Armate italiane che vanta il primato di essere quella da più tempo impiegata all’estero oltre ad essere la componente di Unifil con maggiore anzianità di servizio in teatro operativo. Oggi, a Naqoura, nel sud del Libano, sono dislocati 4 AB 212 del 2° reggimento Aves “Sirio” di Lamezia Terme ed operano 14 piloti provenienti da Esercito, che fornisce la componente maggiore, Marina e Aeronautica. Si vola 24 ore su 24 anche grazie ai sistemi di visione notturna, gli NVG. Vengono effettuate operazioni di casevac (casualty evacuation) e medevac (evacuazione medica), di  ricognizione ed osservazione ma anche di trasporto personale e materiale e di collegamento. A questo si aggiunga l’attività di border patrol e antincendio. Agli elicotteristi italiani spetta anche il compito di provvedere agli spostamenti aerei del force commander, il generale Paolo Serra, comandante di Unifil.

Lo squadrone elicotteri di Italair è presente in Libano dal lontano 3 luglio 1979, quando, a seguito della risoluzione 628 del 25 giugno 1979 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite i nostri piloti atterrano a Naqoura per sostituire gli elicotteristi norvegesi.  All’inizio furono 34 uomini e 4 AB 204B ad operare nella terra dei cedri. Il 12 aprile 1980 i 4 elicotteri vengono distrutti a seguito di un attacco messo a segno con colpi di mortaio ed armi portatili. Tra il 1982 e il 1984 vengono inviati in Libano 6 AB 205 e 50 uomini. Nel 1986  un elicottero AB 205 viene abbattuto nei pressi di Sidone  a colpi di mitragliatrici contraeree.  Gli uomini dell’equipaggio sono catturati e rilasciati solo dopo molte ore quando riescono a dimostrare di non essere israeliani. Il 6 agosto 1997, durante un volo notturno, un elicottero AB 205 si schianta nei pressi di Tibnin. Perdono la vita il capitano Giuseppe Parisi, il capitano Antonino Sgrò, il maresciallo capo Massimo Gatti e i passeggeri  John Lynch e Daniel Forner. Il resto è storia dei giorni nostri. Dopo la guerra dei 33 giorni tra Israele e Libano, dal luglio all’agosto del 2006 con la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del medesimo anno, viene confermata la presenza di Italair a Naqoura. Nel 2008 è stato realizzato un nuovo eliporto, Green Hill, proprio per la posizione strategica in cima ad una collina. La task force è comandata dal tenente colonnello Luigi Turchetti ed è organicamente alle dipendenze del colonnello Valter D’Agostino.

“Volare nell’ambito della missione Unifil per me rappresenta un importante arricchimento professionale – racconta il sottotenente di vascello Mirko MalgariniQui si vola 24 ore su 24 con stand by di 30 minuti. Dei 4 elicotteri che abbiamo a disposizione due sono sempre pronti ad alzarsi in volo, il primo velivolo è pronto a decollare in 30 minuti sia di giorno che di notte; il secondo in 30 minuti di giorno e 60 di notte”. Mirko Malgarini, 34 anni, romano, deve fermarsi a riflettere quando gli chiedi quante missioni ha alle spalle. Sono talmente tante che ne ha quasi perso il conto. Il giovane pilota della Marina Militare, che in Italia presta servizio a Grottaglie, è stato impegnato per ben 4 volte in Afghanistan, a Kabul e poi Herat; in Senegal, Somalia, Libia e Libano dove è arrivato a settembre e si fermerà fino ad aprile. Il suo nome di battaglia è “Simba” perché, come sottolinea lui, “è il re della foresta”. Anche se c’è qualcuno che amichevolmente lo chiama “Micio”. “Lo scorso 9 dicembre siamo stati noi a trasportare con i nostri AB 212 i militari francesi feriti nell’attentato di Tiro all’ospedale di Sidone. Operare qui in Libano ci consente di lavorare a livello interforze in quanto i piloti della task force provengono da Esercito, Marina e Aeronautica. È un’occasione per condividere esperienze. Noi piloti della Marina possiamo mettere al servizio dei colleghi la nostra abilità a volare sul mare. Lo stesso vale per i colleghi di Esercito e Aeronautica che possono far valere la loro professionalità a volare in contesti diversi. Volare in Libano è diverso da volare in Afghanistan. Lì c’è una tensione maggiore”. Se gli chiedi cosa lo ha spinto a scegliere questo lavoro ti risponde semplicemente: “la passione per il volo e per il mare”. Iniziata già sui banchi di scuola quando frequentava l’istituto tecnico aeronautico “Pinedo” di Roma. “Sono felicissimo di aver scelto di diventare un pilota e di indossare la divisa della Marina Militare – racconta il sottotenente di vascello – Penso che continuerò per sempre, fin quando mi sarà data l’opportunità di volare”.

Il tenente Antonio D’Anna, 31 anni, originario di Avella, in provincia di Avellino e proveniente dal 2° reggimento Aves Sirio di Lamezia Terme, è alla sua seconda missione in Libano. “Questa esperienza mi consente di accrescere la mia preparazione personale e di confrontarmi con i colleghi delle altre Forze Armate – racconta – Il teatro libanese è l’unico nel quale abbiamo la possibilità di volare con equipaggi misti. Grazie ai briefing pre volo che precedono l’attività è possibile conciliare le differenze di approccio dei piloti per fronteggiare al meglio le emergenze. In quel contesto ci vengono fornite dal personale dell’Aeronautica Militare le previsioni meteo su Naqoura e su tutta l’area di nostra responsabilità. Veniamo aggiornati su tutte le novità giornaliere del teatro operativo”. In materia di sicurezza non viene lasciato nulla al caso. “I nostri elicotteri sono soggetti a ispezioni e controlli calendariali e funzionali – spiega – Ogni giorno viene effettuato un monitoraggio sui velivoli. Non c’è niente di più sicuro dei mezzi sui quali voliamo. Possiamo atterrare su tre tipologie di landing zone: quelle di classe α dove è possibile atterrare sia di giorno che di notte; quelle di classe β dove è possibile atterrare solo di giorno e le landing zone temporaly”. Se gli chiedi cosa si prova a indossare il basco blu dell’Onu replica che “è bello essere servitori del proprio Stato anche fuori dai confini nazionali e aiutare la popolazione locale”. “Lavorare e vivere qui in Libano rappresenta un arricchimento del mio bagaglio culturale anche perché questa è una terra stupenda”aggiunge il tenente.

La passione per il loro lavoro gliela leggi negli occhi perché quando ne parlano lo fanno con entusiasmo e trasporto. Ed è inutile chiedere loro quanto pesi stare lontani da casa per così tanti mesi. La risposta è scontata. Ma questo è il loro lavoro, questa è la loro vita. È volare che li rende appagati professionalmente. Tra le nuvole di casa così come sui cieli libanesi. Mirko e Antonio, con la tuta volo indosso, salutano e tornano al loro lavoro. Sanno già che domani voleranno insieme.

di Ebe Pierini

Le forze armate a supporto della popolazione per l’emergenza neve

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 9 - 2012 ADD COMMENTS

Per fronteggiare l’emergenza neve che ha colpito gran parte dell’Italia, dal 3 febbraio le Forze Armate concorrono con uomini e mezzi a ripristinare la viabilità e a portare sostegno ai cittadini in difficoltà. Attualmente sono impiegati circa 1.000 militari di Esercito, Marina ed Aeronautica che operano in varie località d’Italia: Venezia, Vibo Valentia, Bologna, L’Aquila, Siena, Frosinone, Roma, Forlì, Pesaro, Sora, Viterbo, Chieti, Avellino, Isernia, Rieti, Candela, Cerignola, Caserta, Ancona, Cerignola, Spinazzola, La Spezia, Benevento, Foggia, Potenza.

Le Forze Armate  stanno impiegando oltre 200 mezzi stradali idonei a ripristinare la viabilità unitamente ad elicotteri al fine di effettuare una ricognizione delle zone più colpite ed isolate dal gelo. Vengono anche impiegati mezzi per il trasporto del sale, autobotti ed ambulanze.

Nei giorni scorsi i militari hanno accolto presso la Scuola di Fanteria di Cesano 700 persone bloccate su un treno, nei pressi della stazione ferroviaria di Cesano. Sono stati, inoltre, distribuiti pasti caldi e coperte nelle zone maggiormente colpite dal maltempo.

Le attività sono svolte sotto il coordinamento delle varie Prefetture, in stretta collaborazione con la Protezione Civile, i Vigili del Fuoco e le forze dell’ordine.

di Ebe Pierini

Libia: la Marina Militare partecipa al ripristino delle aree portuali

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 9 - 2012 ADD COMMENTS

Partecipare al completo ripristino delle aree portuali di Tripoli che sono state pesantemente danneggiate a causa degli scontri che hanno infuocato la Libia nei mesi scorsi. Questo il compito del Gruppo Navale Speciale costituito dalla Marina Militare salpato ieri sera dal porto di Augusta. L’accesso alla zona portuale della città libica è infatti ostruito da numerosi relitti semi-affondati. L’intervento dei marinai italiani rientra nell’ambito delle attività svolte dall’Italia per supportare la Libia in questa delicata fase che segue al conflitto che ha portato alla caduta e alla morte di Gheddafi.

Le navi Gorgona e Tremiti, sono in navigazione verso il porto di Tripoli dove arriveranno nella giornata di domani. Si tratta di un compito complesso e importante che porterà al ripristino delle attività marittime libiche e del quale si occuperanno gli equipaggi delle due unità navali, insieme ai palombari del GOS, ai fucilieri di Marina del reggimento San Marco e al personale tecnico dell’arsenale di Taranto.

di Ebe Pierini

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