Ecco perchè l’Italia deve riportare a casa i due marinai del Reggimento San Marco
Brilla il fregio dorato bordato di rosso del Reggimento San Marco sul basco blu di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Innocenti fino a prova contraria. E prove oggettive a loro carico nessuno finora è stato in grado di mostrarne. Eppure sono stati trascinati via come assassini. Scortati come i peggiori criminali. Non hanno mai abbassato lo sguardo Massimiliano e Salvatore. Fieri come leoni. Orgogliosi dell’uniforme che indossano e pronti a difendere il proprio operato, nella buona e nella cattiva sorte. Forti della loro innocenza. Pronti a dimostrarla agli indiani e al mondo intero. Forse hanno provato paura in questi giorni. D’altronde la paura è un sentimento umano. Ma è dalla paura che nasce il coraggio. Il loro coraggio è tutto in quello sguardo che non tradisce emozioni, che punta dritto in avanti, che ti affonda dentro come una lama. Lo sguardo di due italiani che camminano a testa alta, tra gli insulti degli indiani, portando con orgoglio sul capo il basco da fucilieri del San Marco.
Non è il momento delle polemiche. E’ semplicemente il momento di riportarli a casa. In uno dei tanti gruppi che sono stati fondati in loro sostegno in questi giorni su facebook qualcuno ha scritto: “In Italia mancano due leoni, restiuiteceli”. Perché non è giusto che paghino per colpe non loro. Che siano sottoposti all’onta dell’arresto se non c’è una sola prova che attesti che sono loro gli assassini dei due pescatori indiani. Perché se il diritto internazionale è carta straccia allora ditecelo. Se i nostri soldati non sono tutelati nello svolgimento delle loro funzioni allora ammettetelo. Sembra la trama di un film. Sembra di vivere una situazione surreale. Peccato sia tutto vero. Peccato che ci siano due italiani messi alla gogna a livello internazionale per un crimine che non hanno commesso. Per aver semplicemente fatto il loro lavoro e per averlo fatto in maniera corretta. L’impressione è che qualcuno stia cercando di strumentalizzare l’intera vicenda occultando fatti, prove e reali responsabili. L’Italia deve avere il coraggio di alzare la voce. Perché troppe cose non tornano, troppi elementi non collimano, troppe incongruenze ci sono in questa storia.
A che gioco stanno giocando gli indiani? Cosa vogliono realmente? E’ così difficile ammettere che potrebbe esserci stato uno sbaglio? Oppure fa comodo a qualcuno far ricadere la colpa sugli italiani? L’estrema somiglianza tra il mercantile italiano Enrica Lexie e il mercantile greco Olympic Flair è un dato oggettivo. Scafo rosso e nero per entrambi, dimensioni simili, il nome scritto in bianco a prua. Facilmente confondibili quindi. Entrambi il 15 febbraio scorso sono stati attaccati da parte di pirati. Solo che per quanto riguarda l’Enrica Lexie l’episodio è avvenuto alle 16, ora locale, a 33 miglia dalla costa, quindi in acque internazionali. Elementi documentabili attraverso i dati del satellite. Mentre l’Olympic Flair è stata attaccata da due barconi a bordo dei quali c’erano 20 uomini armati, alle 21.50, ora locale, a poco più di due miglia dal porto di Kochi, così come riportato sul sito dell’International Commerce Chamber che registra tutti gli attacchi da parte di pirati. Ma nessuno, da parte indiana, fa riferimento a questo episodio sebbene ne fossero a conoscenza la Guardia Costiera e il Maritime Rescue Coordination Centre che stranamente non hanno diffuso la notizia. Il Ministero della Marina Mercantile greco si affretta a smentire sostenendo che non risulta che niente del genere sia accaduto ad una nave greca in navigazione in India in quella data. Eppure l’ International Commerce Chamber, ieri, ha confermato la notizia dell’attacco delle 21.50 all’Olympic Flair. La morte dei due pescatori indiani viene fatta risalire alle 21.50 e sarebbe avvenuta a poche miglia dalla costa. Non è quindi più logico pensare che sia scaturita dall’attacco al mercantile greco?
Tra l’altro secondo gli indiani quel giorno, nella zona in cui è avvenuto l’incidente erano presenti almeno tre altri mercantili, Kamome Victoria, Giovanni e Ocean Breeze, che sono stati semplicemente contattati dalla Guardia Costiera via radio per chiedere se avessero subito attacchi. Soltanto l’Enrica Lexie ha confermato un tentativo di attacco. Ora, se a bordo del mercantile italiano qualcuno avesse avuto il dubbio di aver ucciso qualcuno, magari con armi non dichiarate, sarebbe stato stupido ammettere la circostanza. E’ proprio lo spirito collaborativo dell’Enrica Lexie che ha accettato di raggiungere il porto di Kochi che attesta l’estraneità dei marò italiani all’incidente. E perché invece di attrarre con l’inganno l’imbarcazione italiana nel porto di Kochi gli indiani non hanno chiesto lumi all’Olympic Flair sul tentativo di attacco subito? E se invece l’uccisione accidentale dei due pescatori del St. Antony fosse scaturita proprio dall’ attacco all’Olympic Flair? E se si fosse sparato proprio dal mercantile greco o dalle motovedette della guardia costiera o della polizia di Cochin? Allora sarebbe tutto più chiaro. Ecco perché l’India avrebbe tutto l’interesse a non diffondere la notizia.
Ad avvalorare la tesi di due eventi separati anche il fatto che risulta difficile spiegare la lentezza con la quale le autorità indiane sarebbero intervenute. Insomma se erano già informate dell’attacco subito dalla Enrica Lexie alle 16 locali come mai sono intervenute soltanto in serata quando il peschereccio è rientrato in porto con i due cadaveri? Insomma i sospetti di infittiscono. I conti tornerebbero invece se si collegasse la morte dei pescatori all’attacco delle 21.50. Perché quindi le autorità indiane si sarebbero mosse con tale ritardo se l’uccisione fosse davvero avvenuta nel pomeriggio? L’avvenimento sarebbe stato segnalato via radio nel corso delle 3-4 ore di navigazione che separavano la posizione del peschereccio cui fanno riferimento i militari italiani dal porto di Kochi. Forse c’è qualcosa che ci sfugge. E perché gli indiani si sono affrettati a seppellire i due pescatori uccisi? Perché hanno rifiutato di effettuare sulle salme l’autopsia? Perché rifiutano la perizia balistica che potrebbe definitivamente scagionare i marò italiani qualora si appurasse che le pallottole che hanno ucciso i due indiani non corrispondono a quelle in uso al nucleo di protezione armato a bordo dell’Enrica Lexie? Una ricostruzione lacunosa che fa acqua da tutte le parti.
A questo si aggiunga che i nostri militari godono di immunità funzionale in quanto organi dello Stato anche perché il mercantile italiano di trovava in acque internazionali. E poi, se vogliamo dire le cose come stanno, non sono certo i marinai italiani quelli dal grilletto facile dato che finora hanno sempre gestito tutti gli attacchi di pirati con la minima forza necessaria. Se andiamo un po’ a scartabellare spunta fuori che gli indiani, nel 2008, distrusse a cannonate un peschereccio Ekawat Nava 5 ritenuto ostile per la presenza di persone armate a bordo con una nave della Marina, l’INS Taibar. In quell’occasione furono uccise 15 persone. L’unico supersite negò la presenza di pirati a bordo. In India è in esame un progetto secondo il quale il servizio di sicurezza a bordo dei mercantili in transito in prossimità delle acque nazionali dovrebbe essere garantito da personale proveniente dalle forze speciali o dai servizi segreti indiani ritenuto più qualificato di contractor privati o militari stranieri meno esperti della realtà locale. E se i militari e la guardia costiera o addirittura i servizi segreti indiani avessero un qualche interesse a mettere in cattiva luce la soluzione dei nuclei armati di protezione adottata dagli armatori internazionali? I marò italiani sarebbero quindi un capro espiatorio.
Una vicenda dai contorni decisamente oscuri. Eppure i rapporti tra Italia e India finora erano stati buoni. Pensiamo alla partecipazione di Finmeccanica alla progettazione della prima portaerei indiana, all’assistenza da parte dell’azienda italiana al loro naviglio militare e all’interesse degli stessi indiani verso il programma Fremm relativo alle fregate di ultima generazione.
Vien da chiedersi se l’Italia abbia fatto e stia facendo il massimo per riportare a casa i due fucilieri del San Marco. Anche perché quei due militari si trovavano a bordo di un mercantile ai sensi di una legge dello Stato che disciplina l’utilizzo di nuclei armati di protezione che sono divenuti realtà a partire dallo scorso ottobre. Anche perché andrebbe spiegato alla gente che la lotta ai pirati è ben altra cosa rispetto alle scaramucce tra Peter Pan e Capitan Uncino e che i fucilieri del San Marco sono uomini estremamente qualificati che non se ne vanno in giro per il mondo a sparare ai pescatori. “Appartengono alla compagnia operazioni navali – spiega il controammiraglio Pasquale Guerra da pochi giorni alla guida del comando della forza da sbarco – Affrontano un complesso iter di preparazione e prima di entrare a far parte dei nuclei di protezione armati seguono un corso di un mese nel corso del quale apprendono nozioni di diritto internazionale e umanitario”.
Insomma sono l’èlite dell’èlite. Uomini che hanno alle spalle esperienze in Kosovo, Albania, Iraq, Afghanistan. Che conoscono le regole. Che sanno quando, come e dove devono sparare. Proprio per questo la Marina fa quadrato attorno ai suoi uomini. “I due fucilieri del Reggimento San Marco uomini addestrati a pensare prima di agire, sono intervenuti esclusivamente secondo le procedure e nell`ambito delle misure che riguardano la lotta alla pirateria – si legge in una nota diramata oggi dallo Stato Maggiore della Marina – Hanno sparato colpi di avvertimento in aria e in acqua (warning shots) per salvaguardare il proprio territorio, rispondendo in pieno alle norme esistenti. Vale a dire, proteggere la sicurezza dei traffici marittimi da un’attività criminosa che mette a repentaglio le libertà economiche e personali dell’alto mare”.
Sta a chi di dovere alzare la voce. Sbattere i pugni sul tavolo se necessario. Non è concepibile che ci si lasci intimidire da un turbante e da un paio di baffi arruffati. Ne va del buon nome dell’Italia. Ne va del rispetto del diritto ma soprattutto del lavoro dei nostri militari impegnati su questo come su altri fronti. E quando tutta questa vicenda sarà finita, perché dovrà finire prima o poi, rimarrà per sempre impresso nella memoria di tutti lo sguardo fiero di Massimiliano e Salvatore.
di Ebe Pierini









