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May , 2012
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Archive for the ‘Archivio’ Category

Un altro attacco suicida a Kabul fa 18 morti

Posted by Vito DiVentura On maggio - 18 - 2010 Commenti disabilitati

Non si ferma l’ondata di sangue in Afghanistan. Dopo il grave episodio di ieri in cui sono rimasti uccisi due militari Italiani e feriti altri due, un altro attacco suicida ha sconvolto la capitale Kabul.

Una macchina imbottita di esplosivo è esplosa al passaggio di un convoglio della NATO, durante l’ora di punto della capitale Afghana, uccidendo 12 civili e 6 militari, di cui 2 americani.

La responsabilità è stata subito rivendicata da un portavoce dei Talebani con una telefonata all’Agenzia Router, dicendo che il martire aveva usato un furgone con 750 kg di esplosivo.

Dopo l’attentato dello scorso settembre 2009, dove trovarono la morte proprio 6 militari Italiani, questo è il più grave e mortale effettuato contro le truppe in un contesto fortemente protetto come è Kabul.

Questo attentato si inquadra nell’ambito della controffensiva Talebana annunciata contro il governo Afghano, le forze straniere e i diplomatici presenti in Afghanistan in risposta all’offensiva programmata dalla NATO contro i gruppi dislocati nelle roccaforti di Kandahar.

Il Ministro dell’Interno Afghano ha confermato la morte di 12 civili ed il ferimento di 47 persone, molte delle quali erano in attesa del bus alla fermata vicino alla base. Nell’esplosione sono rimaste coinvolte numerose auto, ridotte in rottami o bruciate.

L’ospedale “Estiqlal” di Kabul è stato sommerso dai feriti, tra cui anche bambini. I corpi dei militari sono stati invece subito racchiusi nei tristemente famosi “sacchi neri”.
La polizia ha immediatamente circondato la zona dell’incidente, intorno al palazzo Darulaman che fu sede della famiglia reale Afghana.

L’esplosione è avvenuta mentre il Presidente Afghano, Hamid Karzai, teneva una conferenza stampa per riferire della sua recente visita a Washington con il Presidente Barack Obama. Karzai ha duramente condannato l’attacco, auspicando che tutti questi episodi di terrorismo finiscano al più presto.

Intanto, nel sudest del Paese la polizia ha ucciso un suicida mentre tentava di attaccare un palazzo governativo nella provincia di Paktia, vicino ai confini con il Pakistan. Nell’incidente è morto un poliziotto e altri sono rimasti feriti.

Purtroppo, episodi come questi si ripeteranno e la loro frequenza aumenterà mano a mano che i Talebani vedranno peggiorare la loro situazione. La vittoria militare sul campo e la cacciata dei Talebani dall’Afghanistan non porrà fine al terrorismo, sia in Afghanistan sia nel mondo.

Infatti, l’offensiva “Moshtarak”, lanciata lo scorso 13 febbraio contro le roccaforti dei Talebani nella regione dell’Helmand, e prossimamente toccherà a quella del Kandahar, ha, ed avrà, di fatto provocato una recrudescenza degli attacchi terroristici, unica arma in possesso dei Talebani per contrapporsi alla preponderante forza militare delle truppe della Coalizione.

di Vito Di Ventura

Finalmente un accordo? L’Iran invierà il suo uranio in Turchia

Posted by Vito DiVentura On maggio - 17 - 2010 Commenti disabilitati

Dopo un lunghissimo incontro in Teheran, tra il Presidente Iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, il Primo Ministro Turco, Recep Tayyip Erdogan, e il Presidente Brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, l’Iran ha accettato di inviare 1.200 kg di uranio a basso arricchimento in Turchia, in cambio di una pari quantità di uranio arricchito almeno al 20%.

L’accordo, molto simile a quello proposto dagli Stati Uniti mesi fa e definito dal Presidente Russo, Dmitri Medvedev come l’ultima chance per evitare le sanzioni, pone ora gli Stati Uniti in una posizione alquanto scomoda.

Innanzitutto, perché non sono ancora noti tutti i dettagli, in secondo luogo perché dopo gli ultimi colloqui con la Germania e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) ora sono stai introdotti due nuovi interlocutori, Turchia e Brasile, ed infine perché nel frattempo l’Iran ha prodotto nuovo uranio e quindi le quantità iniziali sono cambiate.

Fatto sta che il nuovo accordo potrebbe ricevere il benestare delle Nazioni Unite e porre finalmente termine allo stallo che si era venuto a creare sulla questione nucleare Iraniana, senza dover ricorrere al famoso quarto round di colloqui e, quindi, alle sanzioni.

Il portavoce del Ministro degli Esteri Ramin Mahmanparast ha dichiarato che lo scambio avverrà in Turchia. L’Iran invierà 1.200 kg di uranio a basso arricchimento in Turchia per ricevere le barre di carburante di uranio arricchito che serviranno a far funzionare i reattori per la ricerca scientifica e medica. Questo avverrà un mese dopo la firma tra l’Iran e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite (IAEA) della versione finale dell’accordo.   

Quest’ultimo potrebbe ricalcare la bozza di programma proposta in ottobre dalle Nazioni Unite, ma non è ancora chiaro quanto il nuovo accordo rispecchi quella bozza che fu rigettata dall’Iran.

Cosa è cambiato ora per far dire di sì ad Ahmadinejad? E’ caduta la richiesta iniziale di effettuare uno scambio per gradi piuttosto che fornire il suo materiale in un singolo lotto. E’ anche decaduta la richiesta che lo scambio avvenisse in Iran.

Come mai questi requisiti una volta ritenuti inderogabili adesso non hanno più significato? L’Iran ha davvero deciso di abbandonare i suoi programmi nucleari militari o può fare a meno dei 1.200 kg di uranio impoverito tanto ne ha altro in qualche altro deposito nascosto? La mossa serve solo a fermare le sanzioni che, come ha dichiarato il Vice Presidente Iraniano, Ahmet Davutoglu, “ora non sono più necessarie”?

Sono tutti interrogativi che saranno sicuramente chiariti prima che l’accordo finale venga accettato, ma di certo possiamo dire che è stato compiuto un grosso passo avanti per risolvere una questione estremamente delicata a livello internazionale.

di Vito Di Ventura

Altri due militari italiani morti in Afghanistan e due feriti, tra cui una donna.

Posted by Vito DiVentura On maggio - 17 - 2010 Commenti disabilitati

Il Sergente Massimiliano Ramadù, di 33 anni originario di Velletri (Roma), e il 1° Caporal Maggiore Luigi Pascrazio, di 25 anni originario di Grumo Apula (Bari), sono morti, mentre il 1° Caporal Maggiore Gianfranco Scirè, 28 di Calsteldaccia (PA) e il Caporale Cristina Buonacucina, unica donna rimasta coinvolta, di Foligno, sono rimasti feriti in un attacco che ha colpito alle 09.15 ore locali di questa mattina un convoglio ISAF.

I feriti sono stati trasportati all’ospedale da campo di Herat, ma fortunatamente non sono in pericolo di vita. Tutto il personale appartiene al 32° Reggimento Genio gustatori della Brigata alpina “Taurinense”.

Una bomba IED (Improvised Explosive Device) è esplosa al passaggio del convoglio in movimento diretto a Bala Murghab, a nord del Paese. Il Lince su cui viaggiavano i militari Italiani era in testa al convoglio, composto da una decina di automezzi di diverse nazionalità.

Il contingente Italiano di stanza ad Herat conta circa 2.800 soldati, cui si aggiungeranno altri 527 per raggiungere il numero totale di 3.227 ed è al comando del Generale di Brigata Claudio Berto, comandante della Brigata “Taurinense”.

Tutto il mondo politico ha unanimemente espresso il proprio cordoglio alle famiglie colpite da questa nuova tragedia.

Salgono così a 20 i militari morti in Afghanistan, di cui 15 per incidenti provocati da ordigni esplosivi e 5 per incidenti stradali o malori.

di Vito Di Ventura

E’ cominciata la corsa al posto di Capo del Partito Laburista.

Posted by Vito DiVentura On maggio - 16 - 2010 Commenti disabilitati

di Vito Di Ventura

Dopo i disastrosi risultati delle ultime elezioni, Gordon Brown si è dimesso anche dalla carica di Capo del Partito Laburista, aprendo la corsa alla sua successione.

I più accreditati, Alan Johnson, Harriet Herman e Jack Straw  si sono già auto esclusi dalla competizione, mentre l’ex segretario all’istruzione, Ed Balls, il precedente Segretario alla Sanità, Andy Burnham e il parlamentare, Jon Cruddas, stanno ancora considerando l’opportunità.

Chi si è invece apertamente schierato è il precedente Ministro degli Esteri, David Milibrand. Ma la sorpresa per David è arrivata ieri quando anche il fratello Ed, il precedente Ministro dell’Energia, ha comunicato ai membri locali del suo partito in Doncaster che intende correre per la presidenza del partito Laburista.

Ci sarà uno scontro in casa Milibrand, quindi. Alla notizia dell’ingresso nella competizione del fratello Ed, David Milibrand ha commentato dicendo che “l’amore fraterno sopravvivrà”. Ed, da parte sua, ha dichiarato di averci pensato a lungo prima di decidere di sfidare il fratello, ma poi, sostenuto dall’entusiasmo con cui i suoi sostenitori hanno lanciato la petizione sul web incitandolo ad accettare la sfida, ha deciso di scendere in campo .

David Miliband è il protetto dell’ex leader dei Laburisti, Tony Blair, ed ha già ottenuto il sostegno di un certo numero di Laburisti di peso, compreso il precedente Segretario all’interno, Alan Johnson.

Il fratello Ed è meno noto essendo stato parlamentare per un breve periodo, ma è sostenuto dal sindacato di Laburisti e da parlamentari del Partito.

I due fratelli sono gli unici che fino ad oggi si siano dichiarati pronti a sostituire Gordon Brown.

In un intervista rilasciata ieri a Andrew Marr, nel suo programma televisivo, Ed Milibrand ha dichiarato di “avere la capacità di riunificare il partito” e che la sua candidatura serve ad “offrire un più ampio contesto possibile di idee e di persone” e si è, inoltre, detto pronto a collaborare con David, dovesse risultare vincitore il fratello. 

Ed Milibrand era nella stanza con Gordon Brown nei momenti finali, quelli decisivi. Momenti definiti emozionanti, ma terminati in modo doloroso. In quanto al futuro dei Laburisti, secondo Ed “il partito ha bisogno di riguadagnare il senso della sua missione e l’idealismo, che sono assolutamente essenziali per stabilire la direzione verso cui deve andare il Paese, in modo da indirizzare i nuovi problemi da affrontare, come il cambiamento del clima e l’invecchiamento della popolazione”.

In sintesi, secondo Ed Milibrand occorre riguadagnare la fiducia persa di quanti hanno sempre votato per il Partito Laburista e di quelli che furono attirati da Tony Blair nel 1997.

Nuova imponente protesta a Okinawa

Posted by Vito DiVentura On maggio - 16 - 2010 Commenti disabilitati

Circa 17.000 Giapponesi hanno circondato la base dei Marines in Okinawa in segno di protesta contro la presenza USA nell’isola. Questione che, nonostante le continue pressioni, Tokio non ha ancora risolto.

La base aerea di Futenma occupa circa 5 km quadrati e ospita circa 2.000 Marines, ma per molto tempo è stata il simbolo della presenza Americana, che nell’isola, nel suo complesso, mantiene più della metà delle sue truppe presenti in Giappone, pari a circa 47 mila uomini.

Durante la protesta la base è stata letteralmente circondata da un doppio cordone di gente che, nonostante la pioggia, tenendosi per mano, ha intonato slogan. La base si trova proprio nel mezzo di Ginowa, una città che conta quasi 93 mila abitanti.

La popolazione residente si è più volte lamentata dei rumori provocati dagli aerei e dalla criminalità provocata dalle truppe USA nell’area. Nel 1996, dopo un brutale rapimento di una bambina di 12 anni da parte di due Marines e alcuni marinai, fu firmato un accordo con gli Stati Uniti che hanno accettato di spostare entro il 2014 circa 8.600 uomini dalla base di Okinawa a Guam, nel Pacifico.    

Il Primo Ministro Giapponese, Yukio Hatoyama, subito dopo la sua elezione, lo scorso anno, ha detto di voler rivedere quell’accordo, ma, nonostante le promesse, ha finora rinviato la decisione per timore delle critiche sia interne che estere. Durante la sua visita, all’inizio del mese, Hatoyama si è scusato con la popolazione locale per i “fastidi”, così li ha definiti, causati dalla presenza della base.

La dimostrazione è stata organizzata in coincidenza dell’anniversario della restituzione, da parte degli Stai Uniti, di Okinawa al Giappone, avvenuta il 15 maggio del 1972. Ma la più grossa protesta è stata quella dello scorso mese, dove a manifestare sono stati in circa 100 mila.

Il Capo di Gabinetto della Segreteria, Hirofumi Hirano, che sta visitando le isole di Kyushe nel sud del Giappone, ha avuto modo di parlare con alcuni abitanti di Tokunoshima, un isola vicino Okinawa, che appoggerebbero la ridislocazione della base sulla loro isola per motivi economici, ma la proposta è stata subito critica dalle autorità politiche dell’isola.

Il Primo Ministro Hatoyama è tra due fuochi, tra chi vorrebbe la chiusura della base e la liberazione dell’isola dalla presenza americana e chi invece, sostenendo l’alleanza con gli Stati uniti, vorrebbe che si applicassero gli accordi.

Hatoyama ha promesso di dare una risposta per la fine del mese, ma, poiché dai sondaggi la sua popolarità è scesa del 20%, molto del suo destino politico potrebbe dipendere proprio dalle decisioni in merito alla questione.

 di Vito DI Ventura

La Cina costruirà raffinerie in Nigeria

Posted by Vito DiVentura On maggio - 15 - 2010 Commenti disabilitati

di Vito Di Ventura

La società statale nigeriana NNPC e la China State Construction Engeneering Corporation (CSCEC) hanno firmato un accordo per 18 miliardi di Euro, per la costruzione di 3 raffinerie e di un complesso petrolchimico in Nigeria.

Il progetto incrementerà di circa 750.000 barili al giorno le capacità della Nigeria e, di conseguenza, il flusso dei prodotti raffinati in Nigeria, che pur essendo la dodicesima produttrice di petrolio e l’ottava in termini di esportazione, è costretta a importare circa l’85% dei prodotti raffinati, a causa delle pessime condizioni di manutenzione e di gestione in cui versano le 4 raffinerie statali.

Il progetto contribuirà a rendere ancora più salde le relazioni tra Pechino e Abuja.

Le 3 raffinerie saranno costruite a Bayelsa, Kogi e Lagos, mentre è ancora da definire l’ubicazione del complesso petrolchimico.

Il governo Nigeriano, nei confronti delle compagnie straniere, applica la politica che queste debbano investire nello sviluppo delle infrastrutture  e dell’economia prima di cominciare a trarre profitto dall’esportazione del petrolio e del gas.

La Repubblica Federale di Nigeria, o semplicemente Nigeria, è la nazione più popolosa dell’Africa e l’ottava del mondo. La sua economia è in forte crescita proprio grazie ai giacimenti di petrolio e gas naturale, che rappresentano il 40% del GDP nazionale e l’80% degli introiti del governo.

La Cina, dal canto suo, è in forte espansione economica e le esigenze di energia e, quindi, di petrolio e gas, aumentano in maniera vertiginosa. La compartecipazione al raffinamento del petrolio Nigeriano costituisce una fonte certa di approvvigionamento.

Obama finanzierà Israele per l’installazione di un nuovo sistema di difesa

Posted by Vito DiVentura On maggio - 14 - 2010 Commenti disabilitati

di Vito Di Ventura

Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si prepara a chiede al Congresso lo stanziamento di 200 milioni di dollari per permettere ad Israele di installare un sistema di difesa missilistico capace di controbattere la minaccia di mortai e razzi.

Durante la guerra del 2006, Hezbollah e i Palestinesi lanciarono su Israele migliaia di razzi e bombe di mortaio, senza che alcun sistema difensivo potesse intercettarli.

Da allora Israele ha iniziato gli studi di un sistema controaerei missilistico a corto raggio denominato “Iron Dome”, i cui test sono stati completati in gennaio. La sua introduzione in servizio è prevista per la fine dell’anno. Il sistema è composto da tre elementi: il lanciatore e l’intercettore, il radar multifunzione EL/M-2084 e il sistema di comando e controllo.

Iron Dome” costituirà il primo livello di un ombrello difensivo multistrato. Le medie distanze verranno coperte dal sistema “David Sling”, sviluppato dalla Raytheon (USA) e dalla Rafael (Israele), per contrastare i missili Iraniani Zelzal” e “Fajr” e gli M600 Siriani, di cui si ritiene che gli Hezbollah siano in possesso. Nello strato più alto, ovvero alle quote maggiori opererà il sistema missilistico a lungo raggio “Arrow-2”, sviluppato in cooperazione tra USA e Israele, in grado di contrastare i missili balistici Iraniani del tipo “Shehab-3” e “Sejjil-2”.   

I due fronti, Israeliano e Palestinese, sono stati finora relativamente calmi, anche se la minaccia rimane palpabile. Hezbollah non ha lanciato alcun razzo dalla fine della guerra di 34 giorni del 2006, ma Israele ritiene che i militati, aiutati dai Siriani, stanno ammassando circa 80.000 razzi di vario calibro, alcuni dei quali in grado di colpire fino a 250 km.

Gli aiuti Americani agli Israeliani sono stati nel 2009 pari a 2,55 miliardi di dollari, e si prevede che entro il 2018 aumenteranno a 3,15 miliardi.

Questi ulteriori finanziamenti serviranno soprattutto a migliorare i rapporti tra Stati Uniti e Israele che in qualche modo si erano raffreddati a seguito della condanna da parte degli Stati Uniti delle ripresa degli insediamenti a est di Gerusalemme.

 

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