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May , 2012
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Archive for the ‘Libri’ Category

Prosegue con successo la rassegna MobyCult. Autori e lettori si incontrano a Rimini

Posted by Luisa Belardinelli On agosto - 15 - 2011 Commenti disabilitati

Fervore e cultura per tutta l’estate in riviera adriatica a Rimini. Fino al 29 agosto si terrà Moby Cult, la rassegna di incontri con l’autore che quest’anno festeggerà i primi vent’anni di vita! L’appuntamento tra autori e lettori, si svolge quasi ogni sera presso la tendostruttura situata in Piazzale Boscovich.

Oltre allo spazio di Scaffale romagnolo, rassegna che mette in risalto gli autori del territorio, Moby Cult 2011 prevede la partecipazione di scrittori di fama nazionale magistralmente presentati da testimonial eccellenti; tra questi Vittorio Sgbarbi, Enzo Iacchetti, Bruno Vespa e Flavio Oreglio sono solo alcuni dei tanti ospiti previsti. Un modo intelligente e diverso per conoscere di persona gli autori preferiti e per passare una serata all’insegna della musica e della cultura.

Gli incontri si svolgono dalle 21.30 in poi e l’ingresso è libero.

Moby Cult è organizzato da CNA.COM, con la collaborazione del CONSORZIO “IL LIBRO NELLA CITTÀ” e la direzione artistica di Manola Lazzarini.

Per maggiori informazioni rivolgersi allo 0541.780332.

Programma:

SCAFFALE ROMAGNOLO

17/8 Giuseppe Chicchi

La Formazione (Pietroneno Capitani editore) Testimonial Nando Piccari

18/8 Gianluca Fantelli

Senza Respiro (Minerva edizioni) Testimonial Francesca Fabbri Fellini

19/8 Rosalba Corti

Le donne l’han sempre saputo (Pendragon) Testimonial Alessandro Meluzzi

21/8 Giuliano Bonizzato

Osta, te! Rimin’essenza (La Stamperia) Testimonial Angelo Trezza

22/8 Dario Franceschini

Daccapo (Bompiani) Testimonial Pietro Caruso

24/8 Rosanna Lambertucci

Le diete della salute (Mondadori)

25/8 Giampaolo Pansa

Carta Straccia (Rizzoli) Testimonial Enrico Cecchi

26/8 Alessandro Meluzzi

Ho seguito il mio maestro (Piemme) Testimonial Paolo Gambi

28/8 Marco Travaglio

Colti sul fatto (Garzanti) Testimonial Marcello Adriano Mazzola e Pietro Caruso

29/8 Barbara Benedettelli

Vittime per sempre (Aliberti editore) Testimonial Claudio Brachino

30/8 Daniele Bondi

Il caso Cartesio (Rusconi) Testimonial Alessandro Bacci

di Luisa Belardinelli

Edoardo Nesi vince il Premio Strega 2011 con “Storia della mia gente”

Posted by Luisa Belardinelli On luglio - 9 - 2011 Commenti disabilitati

Proclamato la scorsa notte al Ninfeo di Villa Giulia a Roma il 65° Premio Strega, promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci in collaborazione con Liquore Strega e con il sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico di Roma Capitale.
A serata ancora non conclusa, il nome del vincitore era già sulla bocca di tutti. Una nottata quindi priva quella suspance da far rimanere col fiato corto.. Liscia come l’olio la vittoria, con 132 voti, del toscano di Prato, Edoardo Nesi e del suo saggio-racconto “Storia della mia gente”, edito da Bompiani. I votanti sono stati 397 su 430 (espressi da 400 Amici della Domenica e 30 lettori forti scelti da altrettante librerie indipendenti di tutta Italia). I risultati degli altri classificati presenti nella cinquina finale sono: La vita accanto (Einaudi) di Mariapia Veladiano con voti 74; L’energia del vuoto (Guanda) di Bruno Arpaia con voti 73; Ternitti (Mondadori) di Mario Desiati con voti 63; La scoperta del mondo (nottetempo) di Luciana Castellina con voti 45.
Ancor prima della premiazione non sono mancate anche le critiche, seppur velate, di Alberto Bevilacqua, noto scrittore e giornalista italiano. “Ma dove è finito il racconto? Quell’essenza quasi surreale di una storia?” –esordisce il noto scrittore. Bevilacqua apre un argomento molto delicato e purtroppo in controtendenza col mercato editoriale di oggi. Una cosa è certa: il romanzo di denuncia sociale negli ultimi anni ha avuto enorme successo e forti consensi nati dal fatto che è sempre più energica tra la gente, l’esigenza di dare voce alle ingiustizie e alle fragilità della nostra società.
Oltre ai pochi minuti concessi a Bevilacqua, ad animare la serata composta e politically correct ci ha pensato il Presidente della giuria Antonio Pennacchi, Premio Strega 2010 con il suo “Canale Mussolini”. La sua enfasi, a volte esasperata e a volte naturale nel premiare Edoardo Nesi come si deve, ha raccolto il sostegno degli ospiti più assonnati… (i presentatori ufficiali della serata infatti, vuoi per emozione, vuoi per un bicchiere di Strega di troppo, si sono dimenticati di citare gli ultimi punteggi delle votazioni e di annunciare formalmente il vincitore).
Un racconto autobiografico quello di Nesi, imprenditore-scrittore, esponente di una dinastia di industriali tessili, il quale ha voluto “urlare al mondo” la sua drammatica storia, la sua battaglia (ma anche quella di altri  moltissimi piccoli imprenditori locali) purtroppo persa, contro “quell’anarchia di mercato” che ha assorbito l’imprenditoria tradizionale, distruggendo così le singole e preziose creatività. “Storia della mia gente” è un romanzo malinconico e rabbioso allo stesso tempo. Lo scrittore racconta come proprio a lui sia toccato il compito di vendere l’azienda di famiglia, prima che venisse assorbita e distrutta dalla concorrenza cinese. Il libro dedica ampio spazio alla dura analisi economica, politica e sociale degli errori compiuti dal sistema Italia nel gestire la rivoluzione dei mercati mondiali. “Erano artigiani, straordinari e fragilissimi artigiani. Lontani pronipoti dei maestri di bottega medievali, e ciononostante rappresentavano l’ossatura di un sistema economico che incredibilmente si reggeva su di loro, e anche se era ben lungi dall’essere perfetto, funzionava, eccome se funzionava e si basava su quello che all’epoca erano le regole del libero mercato”. (Edoardo Nesi, ed. Bompiani)
E allora buona lettura a tutti!

di Luisa Belardinelli

Prima di morire addio

Posted by Ivan Eotvos On aprile - 27 - 2011 Commenti disabilitati

Lo strepitoso successo de “Il Codice da Vinci” di Dan Brown ha portato alla luce un genere letterario a sé stante tra i più fastidiosi e meno necessari del panorama editoriale moderno. In molti penseranno che questo genere si possa riassumere con la parola “thriller” alla quale si può aggiungere, a seconda della situazione, la parola psicologico, mistico o intellettuale (Il Codice da Vinci si potrebbe forse definire “thriller storico-religioso”, anche se la traduzione più ovvia sarebbe “polpettone”).

Ma questo genere, al quale sembra appartenere anche il romanzo della scrittrice francese, dal maschile pseudonimo Fred Vargas, si potrebbe forse descrivere con un altro termine: “thriller turistico”. Spiegheremo meglio la motivazione del nome, ma andiamo a individuare i canoni estetici che potrebbero comporre questo nuovo genere letterario. Ogni genere ha bisogno di un maestro e Dan Brown fa proprio al caso nostro.

Infatti lui incarna proprio il tipico esempio di autore di “thriller turistici” visto che si tratta di un grande viaggiatore. Come dimenticare le scene, poi “magistralmente” riportate anche sul grande schermo, che hanno reso celebre questo scrittore? Come dimenticare le drammatiche inquadrature di Castel Sant’Angelo, le corse in macchina in mezzo ai vicoletti di Roma e poi via, sfrecciando veloci fino a Piazza del Popolo?

Gli automobilisti romani saranno rimasti quanto meno perplessi dalla mancanza di ingorghi, ma questa è la magia del cinema. Come dimenticare le intense passeggiate tra i colonnati del Vaticano o, per cambiare cittá, l’omicidio al “misterioso” museo del Louvre? Perchè se sei uno scrittore di libri turistici e devi far capitare una cosa a Roma, mica questa cosa puó succedere in coda sul raccordo anulare,  all’Eur o a Ponte Milvio, ma figuriamoci. Se la vittima di turno non stramazza come minimo nella Fontana di Trevi o non si impicca direttamente al Colosseo la storia non vale niente.

Questo perché, in genere, le storie di questi racconti- come pure il racconto di Vargas, la cui ambientazioni è intrisa di banalitá da cartolina romana – sono tenute insieme in maniera labile e con un bel po’ di faccia tosta. Gli amanti e i detrattori di questo genere avranno notato quanto siano volutamente saccenti e boriosi i protagonisti di questi racconti e il personaggio che Vargas presenta come protagonistia – uno “specialista” non meglio qualificato che dovrebbe svolgere delle indagini sul misterioso omicidio di turno – oltre ad avere questi difetti, è anche un personaggio piatto, debole che, sebbene venga dipinto come un vero genio, non dice né fa nulla per giustificare questa descrizione. Si limita ad impaurire tutti con il suo “sguardo micidiale”.

Ma ci sono altri personaggi in questo racconto: una bellissima signora sposa della vittima, un alto prelato – nei romanzi alla Dan Brown non manca mai un alto prelato, un parroco, un monaco scalzo o un papa- e tre studenti francesi (non molto studiosi in veritá) molto legati tra loro e che, per gioco,  si identificano con il nome dei tre imperatori romani Claudio, Nerone e Tiberio.

Una delle cose meno credibili e piú stupide che vi capiterà di leggere durante questo romanzo quanto meno discutibile sarà il primo generatore dei dialoghi più improbabili e imbarazzanti di questo racconto. Come se ogni studente straniero che viene in Italia ambisca a diventare “imperatore di Roma”. Perché non pizzaiolo o mafioso visto che c’eravamo? Non potevano mancare poi alcuni elementi che sono il cuore del romanzo alla Dan Brown o, come lo stiamo rinominando qui, “romanzo turistico”: il clamoroso omicidio, apparetemente legato ad un furto d’arte alla Vaticana – la biblioteca di San Pietro – dove la refurtiva è rappresentata da uno schizzo inedito di Michelangelo e lo sfortunato fratello di un Ministro francese veste i panni della vittima.

Il Ministro manda uno “specialista” francese di stanza a Milano a sedare la situazione e ad insabbiare tutto. Questo è molto credibile considerando che l’omicidio avviene sotto gli occhi di migliaia di persone, davanti al prestigioso Palazzo Farnese e per di più con l’avvelenamento da cicuta – che non è proprio roba da tutti i giorni a meno che non si studi fiolosfia greca-. Giá ci possiamo immaginare che effetto farebbe questo nella pagina di cronaca di “Studio Aperto” che si sforzerebbe di trovare possibili implicazioni del satanismo nella vicenda. Un altro bel buco nell’acqua dell’autrice francese che in questo romanzo non era proprio in formissima. Questa a grandi linee la premessa del romanzo della francese Fred Vargas.

Il romanzo non vale la pena né sotto il profilo della storia, sciatta e disorientante dall’inizio alla fine, dove il lettore per scelta dell’autrice viene messo al corrente di fatti del tutto nuovi senza alcuna concatenazione apparente, tagliando di fatto le gambe fin dall’inizio alla suspence – comunque inesistente -.

Ma anche sotto il profilo estetico e tecnico si rivela un completo disastro pieno di un florilegio di personaggi piatti, monotoni e scombinati che si avventurano in una selva di dialoghi poco credibili, tagliati con l’accetta, tempestati di luoghi comuni e di passaggi al limite del ridicolo. La trama rantola alla ricerca di ossigeno fin dall’inizio, e l’autrice, anziché usare la sua esperienza di scrittrice di successo – Vargas scrive ormai un best seller all’anno -, colpisce a morte la sua trama con la più patetica delle ambientazioni romane, scelta probabilmente in seguito ad una vacanza di tre giorni alloggiando in un albergo a mezza pensione vicino il centro, pieno di turisti americani, russi e giapponesi con tanto di istruttivo giro in pulmann scoperto con colazione al sacco.

Al giorno d’oggi non ci si stupisce nel sentire un commesso di una libreria che decanta le lodi dei “romanzi alla Dan Brown” all’avventore di turno in cerca di un regalo “intellettuale” per Natale. Ed il genere è fortemente improntato sulla suggestione dei luoghi, nelle antiche cittá dagli anfratti segreti e rigonfi di torbida e vera Storia dimenticata. Ma in realtá si ottiene solo la banalizzazione delle popolazioni che si incontrano, con quell’aria da turista “conquistatore” che si riflette anche nei personaggi principali dei romanzi.

Questa è l’impressione che si cava leggendo i romanzi alla “Dan Brown” che dà del mondo una visione scialba, piatta, ingenua e superficiale. Tutte caratteristiche che rispecchiano in pieno il pietoso romanzo di Fred Vargas che, seppur meno pretenzioso, cerca di volare alto sulla scia delle suggestioni create dal maestro del genere, dimenticandosi però della storia priva di sbocchi appassionanti, dei personaggi grigi e senza spessore e della candida e improbabile descrizione della cittá di Roma. Basti pensare che esordisce descrivendo una stazione Termini deserta alle otto del mattino.

Orario in cui a Roma si cammina spintonandosi nella calca. Piccole cose che danno la misura della sciatteria e della pochezza di questo romanzo messo in piedi da una scrittrice che in passato si era rivelata tecnicamente dotata. Ma valeva la pena in fondo, perché così è potuta approdare nella grande famiglia degli scrittori del “romanzo turistico”. Benvenuta Vargas.

“Prima di morire addio” di Fred Vargas, 196 pagg., brossura, I edizione 2010, Collana Einaudi. Stile libero big
 
di Ivan Eotvos

Amélie Nothomb: l’insostenibile pesantezza dell’essere (scrittori)

Posted by Ivan Eotvos On marzo - 18 - 2011 Commenti disabilitati

Un soldato americano di stanza in Iraq, di nome Marvin Mapple, intraprende un rapporto epistolare con la scrittrice di successo belga Amélie Nothomb. Per la Nothomb – che in questo libro si autoritrae nel personaggio che probabilmente le calza meglio, ovvero, quello della scrittrice sofferente e oberata dal peso del successo – è normale ricevere una mole considerevole di lettere alle quali risponde con certosino impegno. Ma le confidenze che il soldato gli propone appaiono fin da subito molto interessanti. Il ragazzo afferma infatti di essere obeso e affetto da una grave forma di dipendenza da cibo, “la peggiore droga che esista”, secondo il soldato Mapple, che lo ha fatto ingrassare a dismisura.

Lo scambio di lettere diventa tra i due sempre più intenso e coinvolgente, mentre generalmente la scrittrice è abituata a fare una fredda cernita tra le richieste dei suoi lettori in adorazione: “Mi chiedono di scrivere prefazioni per loro, che reciti dei brani o che scriva addirittura qualcosa che loro possano interpretare” annota la Nothomb, probabilmente cogliendo a piene mani dalle sue esperienze reali, e aggiunge che “sono in molti che pensano che io sia in grado di entrare in contatto con le persone più in alto”, lamentandosi poi del fatto che i lettori scambino per “un ufficio di collocamento” la loro corrispondenza. Nel soldato Mapple però la Nothomb scopre un interlocutore molto interessante. Il rapporto epistolare tra i due si interromperà bruscamente e Amélie si preoccupa al punto di voler arrivare in fondo al mistero della scomparsa del suo amico di penna.

Quello che fa Amélie Nothomb con le sue storie è un’intrigante fusione di fantasia e realtà e, sebbene non si abbia mai la netta percezione che si arrivi alla narrativa, in molti casi, l’intimo filo dei pensieri che la scrittrice tesse è caratterizzato da cambi di ritmo e da valide strutture. Il genere di questo racconto si potrebbe definire epistolare – la parola “epistole” ricorre almeno cinquanta volte, quasi a voler continuamente richiamare il termine evitando gli altri sinonimi – visto che si tratta per lo più di una sequenza di missive tra la protagonista e il soldato americano. Ma per tutto il tempo, anche quando l’azione non è teoricamente svolta dalla protagonista, si ha la netta sensazione di non uscire mai dalla testa del personaggio.

In questo racconto, si evita la evocazione delle immagini, mentre le sensazioni vengono descritte in maniera fredda, si potrebbe dire quasi scostante. Nel loro scambio di lettere il soldato rivela alla scrittrice come abbia ormai sviluppato un rapporto quasi morboso con la sua malattia, arrivando a battezzare l’adipe in eccesso che lo ricopre all’altezza del cuore con un nome di donna, Zarahad, che Marvin immagina di stringere a sé nel più sensuale e conturbante degli abbracci. Il soldato aggiunge, inoltre, di essere convinto che il suo grasso sia un sintomo del senso di colpa per tutti i morti innocenti del conflitto iraqeno ma dalla vecchia Europa, dalla quale la scrittrice risponde, non vengono incoraggiamenti a rivolgersi ad un buon analista e a perdere qualche etto ma, al contrario, viene elevato il grasso in eccesso del soldato semplice Mapple a forma d’arte, suggerendogli di farsi ritrarre nudo in foto e di esporre il suo espandersi al mondo artistico, annotando anche i sintomi fisici, gli aumenti di peso e tutto ciò che si è mangiato ogni singolo giorno in nome dell’arte.

Chi scrive – ma forse anche qualche lettore – si domanda: perché limitarsi a questo? Perché non annotare con dovizia di particolari anche gli orari e la data delle visite che il soldato compie alle latrine? Se si vuole descrivere il ciclo del cibo che sembra fare solo un percorso dentro un corpo umano ridotto a materia inanimata per sciocchi esperimenti artistici visti e rivisti, perché non arrivare fino in fondo? In questo racconto quindi, il lettore superficiale si troverà senz’altro a domandarsi chi sia il vero malato nella storia, se il ragazzo obeso e disperato o la scrittrice annoiata e, diciamolo pure, anche abbastanza noiosa.

Ma, ripetiamo per amor del vero che la Nothmb non compie solo un’opera di narrazione nel suo libro; in realtà, come tutto nella vita di ogni artista dal fare sofferente che si rispetti, si tratta di una analisi di se stessi. L’ego della protagonista del romanzo è molto difficile da misurare in grandezze umane, visto che è spropositato e le descrizioni che l’autrice ci lascia del problema dell’obesità sono di sconfortante banalità.

Eppure, sebbene non sembra fatto per piacere, questo libro lascia qualcosa in chi lo legge, e potreste accorgervi di non vedere più una persona in sovrappeso con gli stessi occhi con cui la vedevate prima. E vi accorgerete anche, andando avanti nella lettura, che la trama prende pieghe inaspettate dando  risalto ai vari registri narrativi che la scrittrice è in grado di creare.

I temi trattati – con una voluta superficialità – come la guerra, l’obesitá e il confronto con se stessi, vengono fusi in un solo, interessante argomento: lo sconosciuto problema dell’obesità nelle file dell’esercito americano e di come chi ne è affetto sia, secondo la narrazione, trattato come un sabotatore.

Il finale poi apre vari scenari che lasciamo al lettore il gusto di scoprire, anche perché non mancherà il piacere nel leggere questo libro. Fondamentalmente sembra che la Nothomb, scrittrice di successo, piena di impegni e di soddisfazioni, parli con se stessa attraverso un alter ego disgraziato, scrittore fallito e alcolizzato, obeso e dalla vita sociale poco più che inesistente. Un lavoro difficile forse, ma di grande compiacimento per lo scrittore che vede lo spettro di quel se stesso disgraziato lontano, forse riconoscendolo negli occhi di qualche suo lettore. Atteggiamento tipico di chi sale sul piedistallo del successo, ma anche di chi ha avuto molti turbamenti. Lo stile della Nothomb può non piacere, ma la sua presenza nel panorama letterario è più che giustificata dal suo evidente talento e dalla pulizia del suo scrivere. Anche questo libro può non piacere, ma agli amanti della letteratura non dovrebbero farsi sfuggire almeno uno dei racconti della scrittrice belga, forse troppo in posa nel personaggio che si è cucita addosso, ma indubbiamente brava.

“Una forma di vita” di Amélie Nothomb, Edizioni Voland, 14,00 euro

di Ivan Eotvos

“Indignatevi!” di Stéphane Hessel

Posted by Ivan Eotvos On marzo - 3 - 2011 Commenti disabilitati

Il grande pubblico ha ormai fatto l’abitudine ad un certo tipo di indignazione. Quella indignazione che spinge le persone a riversarsi in piazze domenicali, ad identificarsi magari in un colore, in un simbolo politico o in una persona.
Quel tipo di indignazione che corre sul web, con immagini “indimenticabili” che si scordano dopo un click o che si possono apprezzare con un poco impegnativo “mi piace” comodamente da casa propria.
Il grande pubblico, specialmente in Italia, ha quindi imparato che indignarsi è una pratica comune e senza conseguenze.

Cerca di dare un nuovo significato alla parola – o meglio a rievocare il suo spirito originario – il libro di Stéphane Hessel dal piú che significativo  titolo “Indignatevi!”. Un pamphlet che in poco piú di trenta pagine (escludendo la post-fazione) cerca di risvegliare nell’animo del lettore i veri motivi che dovrebbero spingere la propria indignazione. Si tratta di un richiamo senza fronzoli allo spirito intransigente e solidale che sorreggeva la Resistenza francese. Un ritorno allo spirito caratteristico del secondo dopo-guerra del 1945 e della stesura della “Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo” del 1948, alla quale lo stesso Hessel ha partecipato come diplomatico.
Si ricordano al pubblico le conquiste ottenute grazie alla istituzione della “Sécurité” sociale per tutti i cittadini francesi – ai quali il libro è principalmente rivolto – e a non sottovalutare la condizione dei “sans papiers” e dei Rom attualmente al centro di grandi polemiche in Francia. Per dire cose che appaiono ovvie ai piú – anche ai non facilmente indignabili- si usano anche troppe parole in verità mentre, per quello che riguarda i soli confini della Francia, il 93enne Hessel riassume in poche, pregevoli battute l’essenza del messaggio civile che cerca di lanciare ai cittadini delle Nazioni che si possono definire “evolute” e che si allontanano alla ricerca del profitto personale, dalla carità e dal buon senso.
“Questi diritti” spiega Hessel concludendo la breve descrizione del lavoro svolto dalla delegazione francese nel ‘48 per la stesura della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” “sono universali. Se incontrate qualcuno che non ne beneficia abbiatene pietà, aiutateli a conquistarli”.

Forse questo basterebbe, non già l’indignazione di massa, quanto la manifestazione della propria disapprovazione in quanto mera opinione a fare di un abitante di un qualsiasi Paese un cittadino a tutti gli effetti. In queste poche parole, Hessel condensa e regala il vero messaggio del suo libretto. Ma il suo sguardo si allarga, si discosta dalla normale indignazione altrui e si concentra per qualche pagina anche sul suo più grande motivo di indignazione in assoluto: la condizione palestinese. Qui il messaggio di Hessel prende una piega davvero rivoluzionaria per certi versi, anche se ripercorre strade battute da grandi pensatori, filosofi, uomini di Stato o semplici “sovversivi”. “Serve ad Hamas il lancio di missili sulla città di Sderot?” si domanda retoricamente l’autore. “La risposta è no (…) sono persuaso che il futuro appartenga alla non violenza” spiega l’autore aggiungendo l’importanza di far comprendere “l’inutilità del terrorismo in senso pratico”, sebbene il terrorismo rappresenti in sé una sorta di risposta alla soverchiante forza del nemico in campo militare. “Non si può tollerare la violenza” dice l’autore “anche perché, citando Sartre, in qualunque forma si manifesti la violenza è una sconfitta. Ma Sartre aggiunge anche che si tratta di una sconfitta inevitabile perché il nostro è un universo di violenza”. Cita in seguito la reazione del governo israeliano di fronte ad una consueta manifestazione nella città di Bil’ dove da anni un gruppo di persone manifesta ogni settimana presso il controverso muro di separazione che viene elevato in questo periodo per dividere i territori israeliani da quelli palestinesi. “Bisogna essere Israeliani per definire terrorista la non-violenza” dice Hessel e questa sua chiosa è forse la più efficace e ficcante delle sentenze, alla quale si può certamente aggiungere la bordata di sconcertante semplicità sempre diretta ad Israele: “Che degli Ebrei commettano a loro volta dei crimini di guerra è una cosa insopportabile. Purtroppo non sono molti gli esempi di popoli che imparano dalla propria storia”.

I grandi media hanno un po’ trascurato la forza del messaggio che Hessel lancia attraverso questo pamphlet ad Israele, eppure questo sembra essere la vera essenza del libro. Il messaggio eclatante di queste poche righe forse si può andare a cercare nella più analitica delle sue conclusioni, dove l’autore si cimenta con la realtà osservata dal proprio punto di vista. La prima parte è, infatti, un’esortazione generica al risveglio dal torpore creato dal consumismo, un messaggio ai giovani della nostra generazione troppo addormentati, forse, ma anche in una condizione di non poter vedere chiaramente, in questo vasto mondo odierno, il nemico e combatterlo. Sulla questione israeliana Hessel sgombra il campo dai dubbi e ambiguità ed in un’intervista rilasciata a “Repubblica” chiarisce: “Con quello che ho passato in guerra in quanto ebreo non posso prendere sul serio accuse di antisemitismo, ma rivendico di poter esercitare una pressione non violenta su Israele affinché i diritti umani vengano sempre rispettati”.

Sul piano letterario, il pamphlet ha il pregio della chiarezza. L’opera tratta temi vasti che meriterebbero forse una maggiore attenzione, ma possiede la qualità – e questo vale anche per i lettori italiani – di invitare chiaramente le persone ad uscire dagli schemi dell’indignazione classica, quella disimpegnata e frivola che spesso caratterizza le nostre piazze, prendendo spunto dalle proteste contro le riforme scolastiche francesi di chi, disobbedendo alle direttive, correva il rischio di prendere anche multe sul salario.

Per restituire il vero significato all’indignazione in questo Paese di “popoli viola”, di donne che “se non ora quando” o di folle osannanti che cantano “meno male che Silvio c’è”, probabilmente non basterà la schiettezza di questo 93enne che  tira le redini della sua vita, facendone un urlo di esortazione in poche righe per lo più generiche. Eppure le grandi rivoluzioni sono divampate per cose anche più piccole di un libricino di cui, tra l’altro, è già pronto anche il seguito, che si chiamerà, come logica conseguenza, “Impegnatevi!”. E chissà che non sia davvero l’inizio di un nuovo modo di indignarsi e magari, ancor meglio, di impegnarsi per le cose in cui crediamo.

“Indignatevi!” di Stéphane Hessel, ADD Editore, 5,00 euro

di Ivan Eotvos

Il tennis tricolore racconta i suoi 100 anni di storia

Posted by Armida Tondo On febbraio - 28 - 2011 Commenti disabilitati

300 pagine contenenti cento anni di storia. Stiamo parlando della storia del tennis italiano, raccontata da centinaia di fotografie e aneddoti, che renderanno felice ogni appassionato di questa disciplina. Il libro scritto da Paolo Andrea Caldarera, uscito dalla redazione di “Tennis Club”, la rivista ideata e diretta negli anni Settanta da Rino Tommasi, attualmente all’ufficio stampa del Coni.

Un volume di colore rosso mattone, come un campo in terra battuta, dalla forma rettangolare che riproduce idealmente un campo da tennis, della Acco Editore. L’autore, Caldarera, ci fa ripercorrere il mondo del tennis a partire dai passi e i match, i set di uno sport e di una passione che in Italia ha radici antiche. Partendo dal Trattato del Gioco della Pala di Messer Antonio Scaino da Salo’  del 1555, passando alla fondazione della Federazione Italiana Tennis, nel 1910, quando due dirigenti fiorentini, Giovanni Cosimo Cini e Piero Antinori le diedero vita.

Parla dei Club storici italiani, due in particolare, il Tennis Club Milano Alberto Bonacossa e il Tennis Club Parioli di Roma, da cui partirono le racchette italiane che provarono ad andare alla conquista di uno sport dominato da Americani, Australiani, Inglesi e Francesi. Ci ricorda del primo Italiano che entrò nei primi dieci giocatori del mondo, il colto e stizzoso barone Hubert de Morpurgo, come della tenace e volitiva Francesca Schiavone, passando, ovviamente, per Gardini, Sirola, Pietrangeli, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli; questi ultimi quattro vantano nel loro palmares la vittoria di Coppa Davis nel Cile di Pinochet. Calderara racconta l’avventura tricolore del tennis dedicando speciali attenzioni ai grandi campioni e campionesse della Coppa Davis e degli Internazionali d’Italia, come ai circoli.

Il punto di forza di questo volume sono le foto, dove vengono ritratti i protagonisti di questo sport, non solo italiani; pensate tra queste foto compare Charlie Chaplin, con Bill Tilden, il campione americano degli anni Venti, che fu l’ispiratore di un famoso aforisma del grande Ezra Pound. ‘’Un poeta non deve pensare alla forma del verso che sta creando più di quanto il tennista Bill Tilden pensi alla posizione di ogni singola parte del suo corpo mentre esegue un colpo’’.

Un consiglio per gli appassionati, ma anche per semplici amanti dello sport e della storia: un volume da non perdere, da leggere, ammirare e conservare.

di Armida Tondo

Israele: dialogo tra gli scrittori Erri De Luca e Meier Shalev

Posted by Giuseppe Favilla On febbraio - 22 - 2011 Commenti disabilitati

L’auditorium del Beit Aba Hushy di Haifa, in Israele, giovedì 24 febbraio, alle ore 19.00 ospiterà un incontro tra scrittori nell’ambito del dialogo interculturale tra Italia ed Israele. Erri De Luca,  scrittore, traduttore e poeta napoletano, che ha conciliato impegno politico e sociale con la scrittura e il lavoro manuale, si confronterà con Meier Shalev.

De Luca, come autodidatta approfondisce lo studio di diverse lingue; tra queste c’è l’Ebraico antico, dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo delle traduzioni di De Luca, che lui stesso chiama “traduzioni di servizio” – apprezzate anche dai più eminenti specialisti del settore – non è quello di fornire un testo biblico in lingua accessibile oppure elegante, bensì di riprodurlo nella lingua più simile e aderente all’originale ebraico.

Recentemente definito “lo scrittore del decennio” dal critico letterario del “Corriere della Sera” Giorgio De Rienzo, è anche poeta e traduttore. Svolge numerosi mestieri in Italia e all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore. Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: “Non ora, non qui”, una rievocazione della sua infanzia a Napoli. Regolarmente tradotto in Francese, Spagnolo, Inglese, tra il 1994 e il 2002 riceve il premio France Culture per Aceto, arcobaleno, il Premio Laure Bataillon per Tre Cavalli e il Femina Etranger per Montedidio. È del 1999 il libro Tu, mio. Collabora a diversi giornali (La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Manifesto, Avvenire, Gli Altri) e oltre ad articoli d’opinione, scrive occasionalmente anche di montagna.

Meier Shalev, figlio del poeta Itzhak Shalev, è uno degli scrittori israeliani più importanti tra i contemporanei e tra i più tradotti. Dopo un’esperienza come conduttore televisivo fra gli anni Settanta e Ottanta, si è dedicato a tempo pieno alla scrittura. Ha pubblicato libri per l’infanzia, una raccolta di saggi e vari romanzi, diventati best-seller internazionali.

Tra le sue opere ricordiamo “Per amore di una donna”, ambientato prima del 1948, nel territorio sul quale in seguito sarebbe sorto lo Stato di Israele. Il romanzo narra le vicende di una donna e di tre uomini che si innamorano di lei, un contadino, un mercante di carni e un poeta. Nella stessa notte la donna andrà con tutti e tre e da questa unione nascerà un bambino, il cui padre sarà incerto. Nonostante ciò i tre uomini adotteranno insieme questo figlio e ognuno gli darà un’educazione diversa. Paradigma della convivenza fra cultura diverse

di Giuseppe Favilla
 

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Il punto sulla prima giornata

On ago-30-2010
Reported by Marco DePalo

Guantanamo, al via il processo per l’11 settembre

On mag-5-2012
Reported by Elisa Cassinelli

Prandelli fa la conta: in attacco è un rebus

On apr-10-2012
Reported by Luca Paradiso

Pallavolo. All’Andreoli arriva Rauwerdink

On mag-16-2012
Reported by Augusto Martellini

Carlos Sastre primo grande colpo della neonata Geox

On ago-16-2010
Reported by Antonio Massariolo

Gothic Lolita di Valentina Testa

On lug-15-2011
Reported by Umberto Ruffino
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