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Archive for the ‘Libri’ Category

E’ morta Christa Wolf

Posted by Redazione On dicembre - 3 - 2011 Commenti disabilitati

E’ morta dopo una lunga malattia a Berlino, all’età di 82 anni, Christa Wolf, la scrittrice è stata a lungo simbolo della letteratura del dissenso in Germania est.

Nata a Landsberg an der Warthe il 18 marzo 1929, studia germanistica a Jena e Lipsia e nel 1949 entra nel Partito di Unità Socialista di Germania. Nel 1951 sposa lo scrittore Gerhard Wolf. Il suo primo romanzo, “Il cielo diviso”, è nel 1963 e la da immediata notorietà: è la storia di un amore al di qua e di là dal muro. Nel 1963 le è assegnato il premio Heinrich Mann e nel 1964 il libro diviene un film del regista Konrad Wolf. Tra i suoi romanzi più fortunati, “Riflessioni su Christa T” (1968), che, attraverso la biografia di un’amica scomparsa, scava nelle difficoltà dell’individuo a inserirsi nel socialismo reale di quegli anni. Seguono due rivisitazioni di miti classici, “Cassandra” del 1983 e “Medea. Voci” del 1996.

Wolf, più volte critica nei confronti del governo della Germania comunista, non ha però mai posto in discussione l’ideologia socialista. Famoso il suo accorato appello in tv ai concittadini della Ddr a non lasciare il paese, il giorno prima dell’apertura del confine tra le due Germanie e della caduta del muro. Nel 1993 ha fatto scalpore la notizia di una sua collaborazione con la polizia segreta della Ddr, che ha provocato un’ondata di attacchi contro la scrittrice, difesa solo dal suo amico di una vita, il Nobel Guenter Grass. Un fatto del passato davanti al quale non si è tirata indietro, pubblicando nel 1995 un libro-diario dal titolo emblematico “Congedo dai fantasmi”. Segue poi “Con uno sguardo diverso”, uscito pochi giorni dopo l’11 settembre 2001. Nel 2002 pubblica “Un giorno all’anno. 1960-2000”, altro diario. L’ultimo libro “Con uno sguardo diverso” (2005 in Germania, 2008 in Italia), raccoglie otto racconti e tra questi quello dedicato al fallimento del suo matrimonio.

Nella parte di Berlino nella Repubblica Democratica Tedesca (la Ddr) Wolf collaborò con la Stasi, i servizi segreti della Germania comunista, ma poi venne a sua volta spiata. Quando la notizia venne rivelata, dopo il crollo del Muro, la scrittrice fu bersagliata dalle polemiche. L’unico a difenderla fu lo scrittore e suo amico di una vita Guenter Grass, premio Nobel per la letteratura.

Famoso l’appello che rivolse ai concittadini della Repubblica Democratica Tedesca l’8 novembre 1989, perché non lasciassero il Paese per la Cecoslovacchia. “Care concittadine, cari concittadini, noi tutti siamo inquieti, disse dalla Tv tedesca. Vediamo migliaia di persone che ogni giorno lasciano la nostra terra. Noi sappiamo che la politica degli ultimi giorni ha rafforzato la sfiducia nel rinnovamento. Noi siamo consapevoli della debolezza delle parole di fronte al movimento di massa, ma non abbiamo nessun altro mezzo che le parole. Che ancora adesso mandano via, mitigano la nostra speranza. Noi vi preghiamo, rimanete nella vostra patria, rimanete da noi”.

Il Premio Nobel per la letteratura a Transtromer

Posted by Andrea Centenari On ottobre - 6 - 2011 Commenti disabilitati

Nella tarda mattina di oggi, a Stoccolma, il poeta svedese Tomas Transtromer ha conquistato il Premio Nobel 2011 per la letteratura.

Transtromer è stato insignito dell’ambito premio “perché attraverso immagini dense, limpide, ci offre un nuovo accesso al reale”, come recita la motivazione del comitato.

Il presidente dell’Accademia, Peter Englund, ha dichiarato di aver parlato in precedenza con il poeta che si era detto sorpreso del ricevimento del Nobel. Englund ha voluto ricordare che Transtromer era stato proposto dal 1973. Era da 40 anni che un autore svedese non otteneva il premio.

Secondo Transtromer l’esame poetico della natura permette di inabissarsi nelle profondità dell’identità umana e della sua dimensione spirituale. “L’esistenza di un essere umano non finisce dove finiscono le sue dita”, ha dichiarato un critico svedese a proposito delle poesie del premio Nobel 2011, descritte come “delle preghiere laiche”.

Transtromer ha sbaragliato la concorrenza dei due principali favoriti da parte degli scommettitori: il poeta siriano Adonis e il cantautore Bob Dylan.

Nel 1990, Transtromer ha abvuto un ictus che gli ha causato una paralisi parziale e difficoltà nel parlare. In Italia, al momento sono stati pubblicati solo due tra le sue innumerevoli opere: “Poesia del Silenzio” e “La lugubre gondola”.

di Andrea Centenari
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Un libro, in due volumi, editi dalla Lev: “Ottant’anni della Radio del Papa”

Posted by Augusto Martellini On ottobre - 5 - 2011 Commenti disabilitati

I due volumi che celebrano gli ottant’anni della Radio del Papa non vogliono essere la cronaca di sette pontificati, ma il ricordo della missione di Radio Vaticana: un intreccio continuo tra impegno per l’evangelizzazione e ricerca degli strumenti di diffusione più adatti; tra la Parola del Vangelo e l’intelligenza tecnica per farla arrivare efficacemente “fino agli estremi confini della terra”».

Lo ha scritto padre Federico Lombardi, direttore della Radio Vaticana, nonché direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nella prefazione all’opera in due volumi “Ottant’anni della Radio del Papa”, scritta da Fernando Bea e Alessandro De Carolis ed edita dalla Libreria editrice vaticana per celebrare gli ottant’anni di attività (1931-2011) della “Radio del Papa”.

In ottant’anni Radio Vaticana è stata un altoparlante della speranza, nella disperazione della Seconda Guerra Mondiale e ha lanciato le sue onde più in alto dei muri della Guerra fredda. Ha posto la professionalità delle sue 40 lingue a servizio della Chiesa in momenti epocali come il Concilio Vaticano II o il Giubileo del Duemila. Da quella scintilla elettrica che per la prima volta diede vita ai suoi circuiti, in quel lontano 12 febbraio 1931, la Radio Vaticana ha cominciato un’avventura che le ha permesso di passare come testimone lungo le vicende del “secolo breve” e quelle del primo decennio del XXI secolo. Sette Papi, una guerra mondiale, totalitarismi e persecuzioni della Chiesa, un Concilio ecumenico e molti Sinodi, Anni Santi e un Grande Giubileo, oltre cento viaggi internazionali degli ultimi Papi in tutti i continenti. Un avvicendarsi di eventi scandito da continue rivoluzioni tecnologiche: dalla macchina da scrivere al computer, dal disco di vinile al CD, dall’analogico al digitale. Dalle trasmissioni in onde corte, medie, modulazione di frequenza ai satelliti e internet, fino alla multimedialità.

Questa è la lunga traiettoria dell’emittente di Piazza Pia, narrata nei due libri dell’opera “Ottant’anni della Radio del Papa”. Pur formata da volumi scritti in epoche diverse, gli autori, Fernando Bea e Alessandro De Carolis, si sono passati un ideale testimone: il primo riferendo gli albori della “Statio Radiophonica Vaticana” e i suoi sviluppi tecnici e poi redazionali fino agli esordi del Pontificato di Giovanni Paolo II; il secondo riannodando il filo da quello storico Comunicato stampa 16 ottobre 1978 e arrivando al 12 febbraio 2011, offrendo così una panoramica completa della Radio Vaticana durante il Pontificato di Papa Wojtyla per arrivare all’“era digitale” del Pontificato di Benedetto XVI.

“Ottant’anni della Radio del Papa” è un progetto editoriale che ha visto la luce grazie al contributo di Ferrovie dello Stato Italiane ed è un’opera che completa il ciclo di iniziative legate al giubileo per gli 80 anni della Radio del Papa. Il primo momento ha riguardato l’apertura di uno spazio espositivo, il 12 febbraio 2011, all’interno dei Musei Vaticani. Il secondo evento ha riguardato la celebrazione in Vaticano della XVII Assemblea delle Radio dell’European Broadcasting Union (Ebu), con le emittenti europee del servizio pubblico riunite per l’occasione a Roma e ricevute in udienza da Papa Benedetto XVI a Castel Gandolfo il 30 aprile. L’ultimo atto avviene appunto con la presentazione di quest’opera. È l’inizio di una nuova pagina di storia per una Radio che deve, secondo la volontà di Benedetto XVI, continuare a essere una voce chiara “nell’areopago della comunicazione moderna”.

«Proprio come Ferrovie dello Stato italiane – ha commentato Mauro Moretti, amministratore delegato di FS – la Radio Vaticana, negli ottant’anni della sua attività, ha messo in relazione persone di lingue e di paesi diversi, rappresentando un capitolo importante non solo nella storia d’Italia, ma di tutto il XX secolo. In nome di questa comune missione, siamo stati onorati di collaborare all’edizione di questo doppio volume, che, nelle nostre intenzioni, rappresenta il nostro amichevole augurio a Radio Vaticana per altrettanti anni di trasmissioni, informazione e cultura». Alla presentazione dell’opera, svoltasi questa sera presso l’Aula Magna della Libera Università Maria Ss. Assunta, hanno preso parte anche don Giuseppe Costa, direttore della Lev; Sergio Valzania, vicedirettore Radio Rai e Alessandro De Carolis, giornalista di Radio Vaticana e autore del secondo volume del libro.

di Augusto Martellini

Prosegue con successo la rassegna MobyCult. Autori e lettori si incontrano a Rimini

Posted by Luisa Belardinelli On agosto - 15 - 2011 Commenti disabilitati

Fervore e cultura per tutta l’estate in riviera adriatica a Rimini. Fino al 29 agosto si terrà Moby Cult, la rassegna di incontri con l’autore che quest’anno festeggerà i primi vent’anni di vita! L’appuntamento tra autori e lettori, si svolge quasi ogni sera presso la tendostruttura situata in Piazzale Boscovich.

Oltre allo spazio di Scaffale romagnolo, rassegna che mette in risalto gli autori del territorio, Moby Cult 2011 prevede la partecipazione di scrittori di fama nazionale magistralmente presentati da testimonial eccellenti; tra questi Vittorio Sgbarbi, Enzo Iacchetti, Bruno Vespa e Flavio Oreglio sono solo alcuni dei tanti ospiti previsti. Un modo intelligente e diverso per conoscere di persona gli autori preferiti e per passare una serata all’insegna della musica e della cultura.

Gli incontri si svolgono dalle 21.30 in poi e l’ingresso è libero.

Moby Cult è organizzato da CNA.COM, con la collaborazione del CONSORZIO “IL LIBRO NELLA CITTÀ” e la direzione artistica di Manola Lazzarini.

Per maggiori informazioni rivolgersi allo 0541.780332.

Programma:

SCAFFALE ROMAGNOLO

17/8 Giuseppe Chicchi

La Formazione (Pietroneno Capitani editore) Testimonial Nando Piccari

18/8 Gianluca Fantelli

Senza Respiro (Minerva edizioni) Testimonial Francesca Fabbri Fellini

19/8 Rosalba Corti

Le donne l’han sempre saputo (Pendragon) Testimonial Alessandro Meluzzi

21/8 Giuliano Bonizzato

Osta, te! Rimin’essenza (La Stamperia) Testimonial Angelo Trezza

22/8 Dario Franceschini

Daccapo (Bompiani) Testimonial Pietro Caruso

24/8 Rosanna Lambertucci

Le diete della salute (Mondadori)

25/8 Giampaolo Pansa

Carta Straccia (Rizzoli) Testimonial Enrico Cecchi

26/8 Alessandro Meluzzi

Ho seguito il mio maestro (Piemme) Testimonial Paolo Gambi

28/8 Marco Travaglio

Colti sul fatto (Garzanti) Testimonial Marcello Adriano Mazzola e Pietro Caruso

29/8 Barbara Benedettelli

Vittime per sempre (Aliberti editore) Testimonial Claudio Brachino

30/8 Daniele Bondi

Il caso Cartesio (Rusconi) Testimonial Alessandro Bacci

di Luisa Belardinelli

Edoardo Nesi vince il Premio Strega 2011 con “Storia della mia gente”

Posted by Luisa Belardinelli On luglio - 9 - 2011 Commenti disabilitati

Proclamato la scorsa notte al Ninfeo di Villa Giulia a Roma il 65° Premio Strega, promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci in collaborazione con Liquore Strega e con il sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico di Roma Capitale.
A serata ancora non conclusa, il nome del vincitore era già sulla bocca di tutti. Una nottata quindi priva quella suspance da far rimanere col fiato corto.. Liscia come l’olio la vittoria, con 132 voti, del toscano di Prato, Edoardo Nesi e del suo saggio-racconto “Storia della mia gente”, edito da Bompiani. I votanti sono stati 397 su 430 (espressi da 400 Amici della Domenica e 30 lettori forti scelti da altrettante librerie indipendenti di tutta Italia). I risultati degli altri classificati presenti nella cinquina finale sono: La vita accanto (Einaudi) di Mariapia Veladiano con voti 74; L’energia del vuoto (Guanda) di Bruno Arpaia con voti 73; Ternitti (Mondadori) di Mario Desiati con voti 63; La scoperta del mondo (nottetempo) di Luciana Castellina con voti 45.
Ancor prima della premiazione non sono mancate anche le critiche, seppur velate, di Alberto Bevilacqua, noto scrittore e giornalista italiano. “Ma dove è finito il racconto? Quell’essenza quasi surreale di una storia?” –esordisce il noto scrittore. Bevilacqua apre un argomento molto delicato e purtroppo in controtendenza col mercato editoriale di oggi. Una cosa è certa: il romanzo di denuncia sociale negli ultimi anni ha avuto enorme successo e forti consensi nati dal fatto che è sempre più energica tra la gente, l’esigenza di dare voce alle ingiustizie e alle fragilità della nostra società.
Oltre ai pochi minuti concessi a Bevilacqua, ad animare la serata composta e politically correct ci ha pensato il Presidente della giuria Antonio Pennacchi, Premio Strega 2010 con il suo “Canale Mussolini”. La sua enfasi, a volte esasperata e a volte naturale nel premiare Edoardo Nesi come si deve, ha raccolto il sostegno degli ospiti più assonnati… (i presentatori ufficiali della serata infatti, vuoi per emozione, vuoi per un bicchiere di Strega di troppo, si sono dimenticati di citare gli ultimi punteggi delle votazioni e di annunciare formalmente il vincitore).
Un racconto autobiografico quello di Nesi, imprenditore-scrittore, esponente di una dinastia di industriali tessili, il quale ha voluto “urlare al mondo” la sua drammatica storia, la sua battaglia (ma anche quella di altri  moltissimi piccoli imprenditori locali) purtroppo persa, contro “quell’anarchia di mercato” che ha assorbito l’imprenditoria tradizionale, distruggendo così le singole e preziose creatività. “Storia della mia gente” è un romanzo malinconico e rabbioso allo stesso tempo. Lo scrittore racconta come proprio a lui sia toccato il compito di vendere l’azienda di famiglia, prima che venisse assorbita e distrutta dalla concorrenza cinese. Il libro dedica ampio spazio alla dura analisi economica, politica e sociale degli errori compiuti dal sistema Italia nel gestire la rivoluzione dei mercati mondiali. “Erano artigiani, straordinari e fragilissimi artigiani. Lontani pronipoti dei maestri di bottega medievali, e ciononostante rappresentavano l’ossatura di un sistema economico che incredibilmente si reggeva su di loro, e anche se era ben lungi dall’essere perfetto, funzionava, eccome se funzionava e si basava su quello che all’epoca erano le regole del libero mercato”. (Edoardo Nesi, ed. Bompiani)
E allora buona lettura a tutti!

di Luisa Belardinelli

Prima di morire addio

Posted by Ivan Eotvos On aprile - 27 - 2011 Commenti disabilitati

Lo strepitoso successo de “Il Codice da Vinci” di Dan Brown ha portato alla luce un genere letterario a sé stante tra i più fastidiosi e meno necessari del panorama editoriale moderno. In molti penseranno che questo genere si possa riassumere con la parola “thriller” alla quale si può aggiungere, a seconda della situazione, la parola psicologico, mistico o intellettuale (Il Codice da Vinci si potrebbe forse definire “thriller storico-religioso”, anche se la traduzione più ovvia sarebbe “polpettone”).

Ma questo genere, al quale sembra appartenere anche il romanzo della scrittrice francese, dal maschile pseudonimo Fred Vargas, si potrebbe forse descrivere con un altro termine: “thriller turistico”. Spiegheremo meglio la motivazione del nome, ma andiamo a individuare i canoni estetici che potrebbero comporre questo nuovo genere letterario. Ogni genere ha bisogno di un maestro e Dan Brown fa proprio al caso nostro.

Infatti lui incarna proprio il tipico esempio di autore di “thriller turistici” visto che si tratta di un grande viaggiatore. Come dimenticare le scene, poi “magistralmente” riportate anche sul grande schermo, che hanno reso celebre questo scrittore? Come dimenticare le drammatiche inquadrature di Castel Sant’Angelo, le corse in macchina in mezzo ai vicoletti di Roma e poi via, sfrecciando veloci fino a Piazza del Popolo?

Gli automobilisti romani saranno rimasti quanto meno perplessi dalla mancanza di ingorghi, ma questa è la magia del cinema. Come dimenticare le intense passeggiate tra i colonnati del Vaticano o, per cambiare cittá, l’omicidio al “misterioso” museo del Louvre? Perchè se sei uno scrittore di libri turistici e devi far capitare una cosa a Roma, mica questa cosa puó succedere in coda sul raccordo anulare,  all’Eur o a Ponte Milvio, ma figuriamoci. Se la vittima di turno non stramazza come minimo nella Fontana di Trevi o non si impicca direttamente al Colosseo la storia non vale niente.

Questo perché, in genere, le storie di questi racconti- come pure il racconto di Vargas, la cui ambientazioni è intrisa di banalitá da cartolina romana – sono tenute insieme in maniera labile e con un bel po’ di faccia tosta. Gli amanti e i detrattori di questo genere avranno notato quanto siano volutamente saccenti e boriosi i protagonisti di questi racconti e il personaggio che Vargas presenta come protagonistia – uno “specialista” non meglio qualificato che dovrebbe svolgere delle indagini sul misterioso omicidio di turno – oltre ad avere questi difetti, è anche un personaggio piatto, debole che, sebbene venga dipinto come un vero genio, non dice né fa nulla per giustificare questa descrizione. Si limita ad impaurire tutti con il suo “sguardo micidiale”.

Ma ci sono altri personaggi in questo racconto: una bellissima signora sposa della vittima, un alto prelato – nei romanzi alla Dan Brown non manca mai un alto prelato, un parroco, un monaco scalzo o un papa- e tre studenti francesi (non molto studiosi in veritá) molto legati tra loro e che, per gioco,  si identificano con il nome dei tre imperatori romani Claudio, Nerone e Tiberio.

Una delle cose meno credibili e piú stupide che vi capiterà di leggere durante questo romanzo quanto meno discutibile sarà il primo generatore dei dialoghi più improbabili e imbarazzanti di questo racconto. Come se ogni studente straniero che viene in Italia ambisca a diventare “imperatore di Roma”. Perché non pizzaiolo o mafioso visto che c’eravamo? Non potevano mancare poi alcuni elementi che sono il cuore del romanzo alla Dan Brown o, come lo stiamo rinominando qui, “romanzo turistico”: il clamoroso omicidio, apparetemente legato ad un furto d’arte alla Vaticana – la biblioteca di San Pietro – dove la refurtiva è rappresentata da uno schizzo inedito di Michelangelo e lo sfortunato fratello di un Ministro francese veste i panni della vittima.

Il Ministro manda uno “specialista” francese di stanza a Milano a sedare la situazione e ad insabbiare tutto. Questo è molto credibile considerando che l’omicidio avviene sotto gli occhi di migliaia di persone, davanti al prestigioso Palazzo Farnese e per di più con l’avvelenamento da cicuta – che non è proprio roba da tutti i giorni a meno che non si studi fiolosfia greca-. Giá ci possiamo immaginare che effetto farebbe questo nella pagina di cronaca di “Studio Aperto” che si sforzerebbe di trovare possibili implicazioni del satanismo nella vicenda. Un altro bel buco nell’acqua dell’autrice francese che in questo romanzo non era proprio in formissima. Questa a grandi linee la premessa del romanzo della francese Fred Vargas.

Il romanzo non vale la pena né sotto il profilo della storia, sciatta e disorientante dall’inizio alla fine, dove il lettore per scelta dell’autrice viene messo al corrente di fatti del tutto nuovi senza alcuna concatenazione apparente, tagliando di fatto le gambe fin dall’inizio alla suspence – comunque inesistente -.

Ma anche sotto il profilo estetico e tecnico si rivela un completo disastro pieno di un florilegio di personaggi piatti, monotoni e scombinati che si avventurano in una selva di dialoghi poco credibili, tagliati con l’accetta, tempestati di luoghi comuni e di passaggi al limite del ridicolo. La trama rantola alla ricerca di ossigeno fin dall’inizio, e l’autrice, anziché usare la sua esperienza di scrittrice di successo – Vargas scrive ormai un best seller all’anno -, colpisce a morte la sua trama con la più patetica delle ambientazioni romane, scelta probabilmente in seguito ad una vacanza di tre giorni alloggiando in un albergo a mezza pensione vicino il centro, pieno di turisti americani, russi e giapponesi con tanto di istruttivo giro in pulmann scoperto con colazione al sacco.

Al giorno d’oggi non ci si stupisce nel sentire un commesso di una libreria che decanta le lodi dei “romanzi alla Dan Brown” all’avventore di turno in cerca di un regalo “intellettuale” per Natale. Ed il genere è fortemente improntato sulla suggestione dei luoghi, nelle antiche cittá dagli anfratti segreti e rigonfi di torbida e vera Storia dimenticata. Ma in realtá si ottiene solo la banalizzazione delle popolazioni che si incontrano, con quell’aria da turista “conquistatore” che si riflette anche nei personaggi principali dei romanzi.

Questa è l’impressione che si cava leggendo i romanzi alla “Dan Brown” che dà del mondo una visione scialba, piatta, ingenua e superficiale. Tutte caratteristiche che rispecchiano in pieno il pietoso romanzo di Fred Vargas che, seppur meno pretenzioso, cerca di volare alto sulla scia delle suggestioni create dal maestro del genere, dimenticandosi però della storia priva di sbocchi appassionanti, dei personaggi grigi e senza spessore e della candida e improbabile descrizione della cittá di Roma. Basti pensare che esordisce descrivendo una stazione Termini deserta alle otto del mattino.

Orario in cui a Roma si cammina spintonandosi nella calca. Piccole cose che danno la misura della sciatteria e della pochezza di questo romanzo messo in piedi da una scrittrice che in passato si era rivelata tecnicamente dotata. Ma valeva la pena in fondo, perché così è potuta approdare nella grande famiglia degli scrittori del “romanzo turistico”. Benvenuta Vargas.

“Prima di morire addio” di Fred Vargas, 196 pagg., brossura, I edizione 2010, Collana Einaudi. Stile libero big
 
di Ivan Eotvos

Amélie Nothomb: l’insostenibile pesantezza dell’essere (scrittori)

Posted by Ivan Eotvos On marzo - 18 - 2011 Commenti disabilitati

Un soldato americano di stanza in Iraq, di nome Marvin Mapple, intraprende un rapporto epistolare con la scrittrice di successo belga Amélie Nothomb. Per la Nothomb – che in questo libro si autoritrae nel personaggio che probabilmente le calza meglio, ovvero, quello della scrittrice sofferente e oberata dal peso del successo – è normale ricevere una mole considerevole di lettere alle quali risponde con certosino impegno. Ma le confidenze che il soldato gli propone appaiono fin da subito molto interessanti. Il ragazzo afferma infatti di essere obeso e affetto da una grave forma di dipendenza da cibo, “la peggiore droga che esista”, secondo il soldato Mapple, che lo ha fatto ingrassare a dismisura.

Lo scambio di lettere diventa tra i due sempre più intenso e coinvolgente, mentre generalmente la scrittrice è abituata a fare una fredda cernita tra le richieste dei suoi lettori in adorazione: “Mi chiedono di scrivere prefazioni per loro, che reciti dei brani o che scriva addirittura qualcosa che loro possano interpretare” annota la Nothomb, probabilmente cogliendo a piene mani dalle sue esperienze reali, e aggiunge che “sono in molti che pensano che io sia in grado di entrare in contatto con le persone più in alto”, lamentandosi poi del fatto che i lettori scambino per “un ufficio di collocamento” la loro corrispondenza. Nel soldato Mapple però la Nothomb scopre un interlocutore molto interessante. Il rapporto epistolare tra i due si interromperà bruscamente e Amélie si preoccupa al punto di voler arrivare in fondo al mistero della scomparsa del suo amico di penna.

Quello che fa Amélie Nothomb con le sue storie è un’intrigante fusione di fantasia e realtà e, sebbene non si abbia mai la netta percezione che si arrivi alla narrativa, in molti casi, l’intimo filo dei pensieri che la scrittrice tesse è caratterizzato da cambi di ritmo e da valide strutture. Il genere di questo racconto si potrebbe definire epistolare – la parola “epistole” ricorre almeno cinquanta volte, quasi a voler continuamente richiamare il termine evitando gli altri sinonimi – visto che si tratta per lo più di una sequenza di missive tra la protagonista e il soldato americano. Ma per tutto il tempo, anche quando l’azione non è teoricamente svolta dalla protagonista, si ha la netta sensazione di non uscire mai dalla testa del personaggio.

In questo racconto, si evita la evocazione delle immagini, mentre le sensazioni vengono descritte in maniera fredda, si potrebbe dire quasi scostante. Nel loro scambio di lettere il soldato rivela alla scrittrice come abbia ormai sviluppato un rapporto quasi morboso con la sua malattia, arrivando a battezzare l’adipe in eccesso che lo ricopre all’altezza del cuore con un nome di donna, Zarahad, che Marvin immagina di stringere a sé nel più sensuale e conturbante degli abbracci. Il soldato aggiunge, inoltre, di essere convinto che il suo grasso sia un sintomo del senso di colpa per tutti i morti innocenti del conflitto iraqeno ma dalla vecchia Europa, dalla quale la scrittrice risponde, non vengono incoraggiamenti a rivolgersi ad un buon analista e a perdere qualche etto ma, al contrario, viene elevato il grasso in eccesso del soldato semplice Mapple a forma d’arte, suggerendogli di farsi ritrarre nudo in foto e di esporre il suo espandersi al mondo artistico, annotando anche i sintomi fisici, gli aumenti di peso e tutto ciò che si è mangiato ogni singolo giorno in nome dell’arte.

Chi scrive – ma forse anche qualche lettore – si domanda: perché limitarsi a questo? Perché non annotare con dovizia di particolari anche gli orari e la data delle visite che il soldato compie alle latrine? Se si vuole descrivere il ciclo del cibo che sembra fare solo un percorso dentro un corpo umano ridotto a materia inanimata per sciocchi esperimenti artistici visti e rivisti, perché non arrivare fino in fondo? In questo racconto quindi, il lettore superficiale si troverà senz’altro a domandarsi chi sia il vero malato nella storia, se il ragazzo obeso e disperato o la scrittrice annoiata e, diciamolo pure, anche abbastanza noiosa.

Ma, ripetiamo per amor del vero che la Nothmb non compie solo un’opera di narrazione nel suo libro; in realtà, come tutto nella vita di ogni artista dal fare sofferente che si rispetti, si tratta di una analisi di se stessi. L’ego della protagonista del romanzo è molto difficile da misurare in grandezze umane, visto che è spropositato e le descrizioni che l’autrice ci lascia del problema dell’obesità sono di sconfortante banalità.

Eppure, sebbene non sembra fatto per piacere, questo libro lascia qualcosa in chi lo legge, e potreste accorgervi di non vedere più una persona in sovrappeso con gli stessi occhi con cui la vedevate prima. E vi accorgerete anche, andando avanti nella lettura, che la trama prende pieghe inaspettate dando  risalto ai vari registri narrativi che la scrittrice è in grado di creare.

I temi trattati – con una voluta superficialità – come la guerra, l’obesitá e il confronto con se stessi, vengono fusi in un solo, interessante argomento: lo sconosciuto problema dell’obesità nelle file dell’esercito americano e di come chi ne è affetto sia, secondo la narrazione, trattato come un sabotatore.

Il finale poi apre vari scenari che lasciamo al lettore il gusto di scoprire, anche perché non mancherà il piacere nel leggere questo libro. Fondamentalmente sembra che la Nothomb, scrittrice di successo, piena di impegni e di soddisfazioni, parli con se stessa attraverso un alter ego disgraziato, scrittore fallito e alcolizzato, obeso e dalla vita sociale poco più che inesistente. Un lavoro difficile forse, ma di grande compiacimento per lo scrittore che vede lo spettro di quel se stesso disgraziato lontano, forse riconoscendolo negli occhi di qualche suo lettore. Atteggiamento tipico di chi sale sul piedistallo del successo, ma anche di chi ha avuto molti turbamenti. Lo stile della Nothomb può non piacere, ma la sua presenza nel panorama letterario è più che giustificata dal suo evidente talento e dalla pulizia del suo scrivere. Anche questo libro può non piacere, ma agli amanti della letteratura non dovrebbero farsi sfuggire almeno uno dei racconti della scrittrice belga, forse troppo in posa nel personaggio che si è cucita addosso, ma indubbiamente brava.

“Una forma di vita” di Amélie Nothomb, Edizioni Voland, 14,00 euro

di Ivan Eotvos

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