Lo strepitoso successo de “Il Codice da Vinci” di Dan Brown ha portato alla luce un genere letterario a sé stante tra i più fastidiosi e meno necessari del panorama editoriale moderno. In molti penseranno che questo genere si possa riassumere con la parola “thriller” alla quale si può aggiungere, a seconda della situazione, la parola psicologico, mistico o intellettuale (Il Codice da Vinci si potrebbe forse definire “thriller storico-religioso”, anche se la traduzione più ovvia sarebbe “polpettone”).
Ma questo genere, al quale sembra appartenere anche il romanzo della scrittrice francese, dal maschile pseudonimo Fred Vargas, si potrebbe forse descrivere con un altro termine: “thriller turistico”. Spiegheremo meglio la motivazione del nome, ma andiamo a individuare i canoni estetici che potrebbero comporre questo nuovo genere letterario. Ogni genere ha bisogno di un maestro e Dan Brown fa proprio al caso nostro.
Infatti lui incarna proprio il tipico esempio di autore di “thriller turistici” visto che si tratta di un grande viaggiatore. Come dimenticare le scene, poi “magistralmente” riportate anche sul grande schermo, che hanno reso celebre questo scrittore? Come dimenticare le drammatiche inquadrature di Castel Sant’Angelo, le corse in macchina in mezzo ai vicoletti di Roma e poi via, sfrecciando veloci fino a Piazza del Popolo?
Gli automobilisti romani saranno rimasti quanto meno perplessi dalla mancanza di ingorghi, ma questa è la magia del cinema. Come dimenticare le intense passeggiate tra i colonnati del Vaticano o, per cambiare cittá, l’omicidio al “misterioso” museo del Louvre? Perchè se sei uno scrittore di libri turistici e devi far capitare una cosa a Roma, mica questa cosa puó succedere in coda sul raccordo anulare, all’Eur o a Ponte Milvio, ma figuriamoci. Se la vittima di turno non stramazza come minimo nella Fontana di Trevi o non si impicca direttamente al Colosseo la storia non vale niente.
Questo perché, in genere, le storie di questi racconti- come pure il racconto di Vargas, la cui ambientazioni è intrisa di banalitá da cartolina romana – sono tenute insieme in maniera labile e con un bel po’ di faccia tosta. Gli amanti e i detrattori di questo genere avranno notato quanto siano volutamente saccenti e boriosi i protagonisti di questi racconti e il personaggio che Vargas presenta come protagonistia – uno “specialista” non meglio qualificato che dovrebbe svolgere delle indagini sul misterioso omicidio di turno – oltre ad avere questi difetti, è anche un personaggio piatto, debole che, sebbene venga dipinto come un vero genio, non dice né fa nulla per giustificare questa descrizione. Si limita ad impaurire tutti con il suo “sguardo micidiale”.
Ma ci sono altri personaggi in questo racconto: una bellissima signora sposa della vittima, un alto prelato – nei romanzi alla Dan Brown non manca mai un alto prelato, un parroco, un monaco scalzo o un papa- e tre studenti francesi (non molto studiosi in veritá) molto legati tra loro e che, per gioco, si identificano con il nome dei tre imperatori romani Claudio, Nerone e Tiberio.
Una delle cose meno credibili e piú stupide che vi capiterà di leggere durante questo romanzo quanto meno discutibile sarà il primo generatore dei dialoghi più improbabili e imbarazzanti di questo racconto. Come se ogni studente straniero che viene in Italia ambisca a diventare “imperatore di Roma”. Perché non pizzaiolo o mafioso visto che c’eravamo? Non potevano mancare poi alcuni elementi che sono il cuore del romanzo alla Dan Brown o, come lo stiamo rinominando qui, “romanzo turistico”: il clamoroso omicidio, apparetemente legato ad un furto d’arte alla Vaticana – la biblioteca di San Pietro – dove la refurtiva è rappresentata da uno schizzo inedito di Michelangelo e lo sfortunato fratello di un Ministro francese veste i panni della vittima.
Il Ministro manda uno “specialista” francese di stanza a Milano a sedare la situazione e ad insabbiare tutto. Questo è molto credibile considerando che l’omicidio avviene sotto gli occhi di migliaia di persone, davanti al prestigioso Palazzo Farnese e per di più con l’avvelenamento da cicuta – che non è proprio roba da tutti i giorni a meno che non si studi fiolosfia greca-. Giá ci possiamo immaginare che effetto farebbe questo nella pagina di cronaca di “Studio Aperto” che si sforzerebbe di trovare possibili implicazioni del satanismo nella vicenda. Un altro bel buco nell’acqua dell’autrice francese che in questo romanzo non era proprio in formissima. Questa a grandi linee la premessa del romanzo della francese Fred Vargas.
Il romanzo non vale la pena né sotto il profilo della storia, sciatta e disorientante dall’inizio alla fine, dove il lettore per scelta dell’autrice viene messo al corrente di fatti del tutto nuovi senza alcuna concatenazione apparente, tagliando di fatto le gambe fin dall’inizio alla suspence – comunque inesistente -.
Ma anche sotto il profilo estetico e tecnico si rivela un completo disastro pieno di un florilegio di personaggi piatti, monotoni e scombinati che si avventurano in una selva di dialoghi poco credibili, tagliati con l’accetta, tempestati di luoghi comuni e di passaggi al limite del ridicolo. La trama rantola alla ricerca di ossigeno fin dall’inizio, e l’autrice, anziché usare la sua esperienza di scrittrice di successo – Vargas scrive ormai un best seller all’anno -, colpisce a morte la sua trama con la più patetica delle ambientazioni romane, scelta probabilmente in seguito ad una vacanza di tre giorni alloggiando in un albergo a mezza pensione vicino il centro, pieno di turisti americani, russi e giapponesi con tanto di istruttivo giro in pulmann scoperto con colazione al sacco.
Al giorno d’oggi non ci si stupisce nel sentire un commesso di una libreria che decanta le lodi dei “romanzi alla Dan Brown” all’avventore di turno in cerca di un regalo “intellettuale” per Natale. Ed il genere è fortemente improntato sulla suggestione dei luoghi, nelle antiche cittá dagli anfratti segreti e rigonfi di torbida e vera Storia dimenticata. Ma in realtá si ottiene solo la banalizzazione delle popolazioni che si incontrano, con quell’aria da turista “conquistatore” che si riflette anche nei personaggi principali dei romanzi.
Questa è l’impressione che si cava leggendo i romanzi alla “Dan Brown” che dà del mondo una visione scialba, piatta, ingenua e superficiale. Tutte caratteristiche che rispecchiano in pieno il pietoso romanzo di Fred Vargas che, seppur meno pretenzioso, cerca di volare alto sulla scia delle suggestioni create dal maestro del genere, dimenticandosi però della storia priva di sbocchi appassionanti, dei personaggi grigi e senza spessore e della candida e improbabile descrizione della cittá di Roma. Basti pensare che esordisce descrivendo una stazione Termini deserta alle otto del mattino.
Orario in cui a Roma si cammina spintonandosi nella calca. Piccole cose che danno la misura della sciatteria e della pochezza di questo romanzo messo in piedi da una scrittrice che in passato si era rivelata tecnicamente dotata. Ma valeva la pena in fondo, perché così è potuta approdare nella grande famiglia degli scrittori del “romanzo turistico”. Benvenuta Vargas.
“Prima di morire addio” di Fred Vargas, 196 pagg., brossura, I edizione 2010, Collana Einaudi. Stile libero big
di Ivan Eotvos