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May , 2012
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Vedi Napoli…e poi muori!

Posted by Donata Carelli On gennaio - 4 - 2011 5 COMMENTS

L’origine di questo detto si perde nella notte dei tempi di una città complessa e meravigliosa. Goethe, un viaggiatore al di sopra di ogni sospetto, quando vi passò nel 1787, non potè non riportare ciò che la gente ripeteva “Vedi Napoli e poi muori“. Oggi questa frase è ancora tragicamente calzante poichè tragica è la bellezza sfacciata della città ed oscene le metastasi che la divorano.

Quando ho detto che avrei trascorso il Capodanno a Napoli, è stato come comunicare la partenza per una missione di guerra: visi perplessi, al peggio preoccupati “Ma è pericoloso…Ma è sporco…Attenzione ai proiettili vaganti di mezzanotte…Non mettete addosso nulla che attiri l’attenzione“.

Chissà se anche a Goethe fu delineato un simile scenario. Restiamo fermi nel nostro intento: Napoli. Poco più di due ore di treno, e siamo alla Stazione Centrale di Napoli. Ne avevo un ricordo ben più degradato quando circa dieci anni fa la vidi invasa di sbandati, bancarelle, trafficanti di ogni mercanzia che urlavano e agganciavano passanti gesticolando furiosamente.

Oggi la stazione, totalmente rinnovata, ha un aspetto tutto sommato moderno ed ordinato. Nella folla, di tanto in tanto, veniamo abbordati da chi vuole qualche centesimo ma mai troppo insistentemente.

Cominciamo da subito a sfatare dei miti: a Napoli tutti portano il casco e le macchine si fermano civilmente per farci attraversare sulle strisce. Non so da quanto, e non mi importa: l’attraversamento sulle strisce è un fatto culturale, non si impara dall’oggi al domani.

Siamo curiosi di verificare con i nostri occhi la situazione immondizia, visto che i notiziari da giorni dicono che si è riusciti incredibilmente a sgombrare il centro. Purtroppo constatiamo che quanto viene sbandierato non risponde a realtà. È il 31 Dicembre e già dal rettifilo, il centralissimo Corso Umberto e poi via Depretis, notiamo accatastati a bordo marciapiede cumuli maleodoranti di sacchi che a tratti coprono la visuale delle vetrine, mentre fiumane di passanti dediti allo shopping aggirano l’ostacolo con consumata abitudine.

Ci tuffiamo nelle bellezze di Napoli, guidati dagli sms che un amico partenopeo, di nascita e passione, mi inoltra da Roma dandomi dritte preziose: Maschio angioino, lungomare, Castel dell’Ovo, Capodimonte, Mergellina, pausa con ‘mpepata di cozze, babà e sfogliatelle ricce a volontà. Poi ancora Spaccanapoli, San Gregorio Armeno e la meraviglia dei Presepi, San Domenico, Piazza di San Gaetano, Monastero di Santa Chiara, la Cappella San Severo e la commozione davanti il Cristo velato, persino un “jukebox poetico” con un’attrice che, in una cripta, recita ad personam la poesia scelta.

Su un emittente locale rimaniamo rapiti per un’ora dalla sceneggiata napoletana di Mario Merola mentre lo spot pubblicitario canta il jingle di Cicciobello napoletano!

Napoli ci ammalia di suoni, colori, sapori e poi ci inghiotte nelle sue viscere sotterranee dove, armati solo di una bugia e di una candela, scopriamo la meraviglia di una cisterna romana che non ha nulla da invidiare a quella assai scenografica vista ad Istambul.

La notte si avvicina e di tanto in tanto sobbalziamo poichè l’intero rione trema per la deflagrazione di un botto, forte, sordo anche se solo noi sembriamo, tra i passanti, farcene cruccio.

Tutti i ristoranti su via Partenope, il lungomare che si stende con via Caracciolo per chilometri, offrono la loro proposta per il cenone, offerta che aumenta di prezzo man mano che ci si avvicina a Castel dell’Ovo da dove, alle 2 di notte, partirà il più atteso spettacolo pirotecnico di fine anno. Scegliamo “Poseidone”, un ristorante che ci sembra centrare il miglior rapporto qualità/prezzo, ad una decina di minuti a piedi da Castel dell’Ovo, posizione strategica ottima, anche perchè tutti i napoletani con cui abbiamo parlato ci hanno a chiare lettere consigliato di non spostarci dal lungomare o da Piazza del Plebiscito se non vogliamo correre guai, almeno fino all’una di notte.

Quanto a “Poseidone”, non solo non ci sbagliamo, ma mai avremmo pensato di aver scelto tanto bene. Il locale è chiaramente a gestione familiare e punta sull’accoglienza. Quello che scopriamo procedendo nella serata, è che nella sala principale, dove anche noi ceniamo, le due grandi tavolate poste ai nostri lati non sono semplici avventori, ma è “la famiglia”, ossia i parenti tutti della “matrona” che ha avviato l’attività.

È lei stessa, capelli impeccabili, orecchini corallo e grembiule scozzese, a mostrarci con orgoglio tutti i figli, le figlie soprattutto e i nipoti. Le figlie e le nipoti sono tante e tutte belle, come possono essere belle solo le ragazze partenopee: more, occhi grandi e truccatissimi, mediterranee nelle forme e nel sorriso. La società ci appare rigorosamente matriarcale.

La “matrona” ci regala delle perle di saggezza tra una portata e l’altra, circa l’educazione severa impartita in casa sua e commenta sarcastica che oggi s’è perso il valore della serietà e del rispetto, ed invita me, che le ho confidato di essere insegnante, ad essere severa e rigorosa perchè -provo a dirlo con parole edulcorate- “…con l’erba tenera tutti si puliscono le terga, mentre sull’ortica non ci si siede nessuno!

Parole sante, brindiamo noi che decidiamo questo sia il motto del 2011! A rincarare la dose ci pensa la figlia che materialmente serve ai tavoli e sovrintende alla sala. Ci mostra le foto appese al muro fatte con vari avventori famosi, tra cui Fabrizio Corona col quale, dice, ha avuto subito a che ridire per quel modo spavaldo di chiedere “sa ha cose buone da mangiare”, come se a lei fosse necessario specificarlo, lei che, ribadisce con fierezza “….con 12 ore di lavoro al giorno, sono l’unica vera persona importante in questo locale e in quelle foto” indicando appese al muro le facce sorridenti dei cosiddetti VIP.

Le portate si susseguono buone ed abbondanti, condite da battute gridate in dialetto da un tavolo all’altro, mentre ormai siamo di famiglia tanto che c’è chi ci offre fette di una pastiera da urlo o il gesto galante di chi porge alle signore le preziose capesante da gustare, come le ostriche, direttamente dalla valva. In un trionfo di fritture, lenticchie con zampone e dolci a volontà, arriviamo al conto alla rovescia 5, 4, 3, 2, 1 ! E’ il 2011.

Io non riesco neppure a dare gli auguri a chi è al tavolo con me perchè prima si fa avanti in un carosello senza fine “la famiglia” tra baci e abbracci! E mentre le donne brindano con la “ola” agli uomini più belli del decennio nella classifica presentata in tv da Barbara D’Urso, tra urla entusiaste e commenti irripetibili fatti da nipoti e zie, usciamo davanti al locale dove lo spettacolo è da togliere il respiro: tutto il lungomare, Posillipo, Montesanto e i Quartieri Spagnoli, dalla collina fino al mare è tutta un’esplosione di fuochi, botti, bengala che illuminano le acque del golfo, persino lanterne vaganti che solcano il cielo sfavillanti dirette chissà dove.

Salutiamo il ristorante Poseidone che meglio non poteva farci chiudere l’anno ed iniziare il 2011, con la promessa di tornare al più presto e via, verso Castel dell’Ovo.

Le facciate dei grandi alberghi si contendono l’addobbo più elegante. Su tutte vince lo storico Albergo Vesuvio, con un albero illuminato ad intermittenza ed un candeliere su ogni balcone in ferro battuto delle prestigiose suite. Non arriviamo proprio a Piazza Plebiscito dove una signora ci dice che, a seguito delle polemiche politiche dei giorni scorsi, lo spettacolo fosse sotto tono ed anche l’affluenza non delle migliori. Ci gustiamo invece lo spettacolo grandioso e solenne dei fuochi che iniziano, come previsto, alle 2 e che celebrano sul finale i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Già, l’Italia, questo è il pensiero con cui chiudiamo il 2010 ed apriamo il 2011, sospesi tra un decennio e l’altro. Cosa rimane di questo spirito nazionale? Ed ancora: quale destino attende questa città meravigliosa da secoli maltrattata e bistrattata e che, di volta in volta, diviene il cavallo di battaglia di questo o quel politico ma poi, immancabilmente, affonda in un gorgo di polemiche, recriminazioni e promesse non mantenute?

E’ il 1 Gennaio e ci apprestiamo a lasciare il golfo più bello d’Italia, sovrastato dalla maestosità del Vesuvio illuminato da un sole sfacciato, con un misto di sensazioni contrastanti nello stomaco.

C’è una valanga di spazzatura, ma c’è anche la raccolta differenziata.

C’è la bella guida trentenne, sposata e con una bimba piccola che sogna di trasferirsi alle Canarie perchè “….Napoli è una meraviglia ma mio marito ha deciso che nostra figlia non può crescere qua dove vivere serenamente è impossibile!”

C’è l’uomo delle forze dell’ordine, giovane e motivato, che ci parla davanti ad un buon caffè di realtà ai limiti dell’immaginazione, di interi quartieri che vivono di espedienti, di case dove si fanno i turni per dormire nel letto, di chi vive nel sottosuolo ed esce dai tombini per andare allo stadio a vedere il Napoli, di un mondo complesso, agonizzante e pur sempre vivo e dinamico dove “…l’unico intervento possibile è quello per “tamponare, o tagliare l’erba di tanto in tanto solo per evitare che cresca troppo, dove l’unica risposta serie sarebbe quella di agire sul sociale“.

Infine, la sera, mentre passano i mezzi che puliscono le strade e i netturbini a piedi, aspirando cartacce, schizzofrenicamente aggirano i cumuli di immondizia sempre più maleodoranti, incontriamo a passeggio un distinto ed elegante signore che con piacere, ad una nostra domanda, si abbandona a fare quattro chiacchiere con noi. È un noto professionista, ci lascia anche i suoi recapiti dovessimo aver bisogno di altri consigli. Sorride quando gli chiediamo della città e dei timori che spesso accompagnano la sua fama. Dice serafico di lasciarsi ammaliare, ci dà dritte preziose per gustare della buona pizza e dei dolci favolosi nella pasticceria più rinomata, dice di girare Napoli in lungo e in largo e lo dice con un tale godimento che il pensiero va spontaneo a Goethe.

Anche lui, nel 1787, aveva notato l’attitudine tutta partenopea al godere delle gioie della vita. Nei suoi scritti Goethe chiosavaAnche a me qui sembra di essere un altro. Dunque le cose sono due: o ero pazzo prima di giungere qui, oppure lo sono adesso.

Anche per noi è stato così ed ora di una cosa siamo certi: a Napoli, a questa città splendida, malata, mille volte data per spacciata e mille volte risorta, diciamo solo un convinto “A…rivederci“!

di Donata Carelli

Se anche lo “Zio Mario” se ne va…

Posted by Donata Carelli On novembre - 30 - 2010 Commenti disabilitati

A novantacinque anni, il “gigante” del cinema italiano lascia la scena. Con Mario Monicelli, classe 1915, scompare la prima pagina della nostra storia fatta di celluloide. Uomini come lui non tornano più.

I giornali riempiranno le colonne con  la sua incredibile filmografia, dalla sua prima opera “Al diavolo la celebrità” diretta con Steno nel 1949 fino a “Vicino al Colosseo c’è Monti” un documentario girato nel 2008,  presentato a Venezia ed accolto con incredibile calore.

A Venezia mi ritrovai a vederlo scendere dal treno su cui viaggiavano anche i miei genitori. Era appunto il 2008 ed anche io avevo al festival un documentario sul grande Ugo Pirro, di cui avevo firmato la sceneggiatura con altri colleghi. Salutai Monicelli aiutandolo a scendere e gli accennai che ero un allieva di Ugo e che ci eravamo conosciuti anni addietro per un’altra storia, “La cosa pubblica”. Scoprii con sollievo che si ricordava sì della storia ma fortunatamente non del nostro incontro.

E sottolineo “fortunatamente” dato che quel giorno, sprofondata sul suo divano di casa, avevo rischiato quasi di morire soffocata per un fatto emotivo. Ora, a ripensarci, mi viene da ridere ma allora passai un brutto minuto.

Ero con Mariella Sellitti, anche lei sceneggiatrice e autrice con me de “La cosa pubblica”. Eravamo fortunosamente riuscite a far avere la sceneggiatura a “Lui”, o “Lo Zio Mario” come ormai lo chiamavamo in codice in mezzo agli altri. E Lui cosa fece? Un bel giorno ci telefonò e ci convocò a casa sua, nel rione Monti.

Mariella, solitamente molto spigliata, sulle scale mi intimò  “Parla tu” ed io, dura, assunsi il comando della spedizione. Solo che , non appena io iniziai a raccontare perché avessimo scritto una storia simile, un’enorme formazione di saliva mi tappò progressivamente la gola tanto da indurmi dopo pochi istanti al silenzio coatto e paonazzo, mentre, come in un fermo immagine,  Mariella mi fissava dalla sua poltroncina con gli occhi sbarrati come a dire “Bè? Che fai?” e Monicelli tornava prontamente dalla cucina con un bicchierone d’acqua provvidenziale.

La sera stessa, per non perdere neppure un istante di quella giornata incredibile, scrissi uno dei racconti di quella galleria di personaggi intitolata “Lei, invece, di che si occupa?”e di cui  qui pubblico un breve stralcio:

Tre piani. La porta è già socchiusa. “Si può? Permesso?”. E’ un classico.Entriamo in fila, una dietro l’altra, incerte sul da farsi ma lui ci viene già incontro “Entrate, entrate!”  Non so da dove compaia, io gli stringo la mano prima ancora di riuscire almeno a dargli un’occhiata. Lo seguiamo mentre ci fa strada nella stanza dove ci riceve, un salotto rosa antico e verde mela. La sua figura di spalle è quella asciutta di un uomo che ha passato i settanta ma il suo passo sicuro lo fa sembrare un ragazzo brizzolato. Ci sediamo tutti e tre, ognuno su un divano diverso. Siamo lontanissimi. Io e Mariella evitiamo di guardarci, anche perché che bisogno c’è? Si cercano con gli occhi solo gli innamorati, i bugiardi e …gli insicuri. Ma lo Zio Mario si dimostra da subito insoddisfatto delle postazioni, siamo troppo lontane, dice, e ci invita ad avvicinarci, poi subito passa all’offensiva: con fare tra l’inquisizione e il rimbrotto ad un nipote impertinente ci domanda perché ci chiamiamo Donata e Mariella, perché, dice, un motivo c’è sempre”.

Aveva ragione. Un motivo c’è sempre per tutto. Lui che ha fatto nascere sullo schermo una teoria infinita di  caratteri universali tesi a descrivere l’ “italianità” con le sue ricchezze e le sue miserie, lui che ha sempre conservato, anche sotto la cenere, il gusto catartico della risata, schietta, dissacratrice e sempre salvifica, non ha mai lesinato le sue verità, per quanto parziali potessero essere, sempre oneste.

Un uomo appassionato, Mario Monicelli, che negli ultimi anni non si è risparmiato neppure gli interventi appassionati nelle piazze, come quello contro il taglio al FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo.

Ho sentito l’ultima volta Mario Monicelli questa estate. Mi ha telefonato mentre ero in ufficio al Circolo Canottieri Sabaudia. La sua voce dall’altra parte del telefono mi ha fatto letteralmente schizzare in piedi dalla sedia. Mi sono incamminata verso il lago per isolarmi e sentire meglio. Aveva provato anche questa volta a leggere la storia che gli avevo mandato ma si era fermato dopo poco poiché, mi disse con una punta di sconforto, non vedeva quasi più. Io cambiai discorso subito e chiacchierammo d’altro e gli ricordai la mia performance nel suo salotto quando avevo rischiato di strozzarmi. Rise di cuore con quella sua risata piena e sincera, che è esattamente il suono con cui ognuno di noi vorrebbe essere ricordato.

Nella settimana delle proteste degli immigrati arrampicati sulle gru e sulle torri, degli studenti abbarbicati con gli striscioni ai monumenti, degli universitari accampati sui tetti delle facoltà, Mario Monicelli ha fatto un passo indietro ed ha abbandonato la scena. Il vuoto, quello vero, lo lascia in noi. Grazie Maestro.

di Donata Carelli

Tutti a casa! Infuria la protesta del Cinema italiano

Posted by Donata Carelli On novembre - 2 - 2010 Commenti disabilitati

dal Festival del Cinema di Roma. “Tutti a casa” il motto che è stato scelto, gridato, scritto dai manifestanti sulle migliaia di volantini fatti cadere giù nella cavea dell’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano.

E’ una protesta al di sopra di ogni sospetto, che non ha nulla di pretestuoso se non che il mondo del cinema italiano è letteralmente alla fame.

Tolti i pochissimi baciati dalla “fortuna”,  attorno alla celluloide, così come alla televisione ed al teatro,  c’è un esercito di perdenti posto, giovani e meno giovani sfruttati e non pagati perché non c’è una lira.

Incredibile l’unione raggiunta per dar vita alla manifestazione. Doveva essere eclatante e ci si è riuscito. Un fiume in piena di operatori, registi, attori e  maestranze ha invaso il red carpet e si è riversato nella cavea dove poi tutti, guidati dalla voce di Andrea Purgatori -una delle anime del corteo in rappresentanza dei 100Autori-  si sono ordinatamente seduti in attesa del passaggio della giuria, bloccando però le passerelle della mondanità. Tra loro volti noti e meno noti, mentre la folla ondeggiante contro le transenne, strappava una foto o un autografo. Neri Marcorè, Wilma Labate, Andrea Barzini, Paolo Virzì con la moglie Micaela Ramazzotti, Francesco Rosi, Monica Guerritore e Valeria Solarino madrina del festival e molti altri .

Tante le testimonianze che si sono succedute al microfono volante, forse le più toccanti proprio quelle dei volti sconosciuti come il macchinista non proprio ragazzino che ha iniziato dicendo di non lavorare da diversi mesi o il tono accorato e preoccupato di un giovane che si accinge ora ad intraprendere questo mestiere dopo aver terminato gli studi come operatore

Applauditissimo l’intervento di Marco Bellocchio. Ecco poi giungere la giuria del Festival col suo Presidente, Sergio Castellitto che, interrotto più volte dagli applausi, presta la sua voce per leggere il comunicato dei protestanti contro l’annunciato mancato rinnovo del tax credit, del tax shelter e la richiesta invece affinché sia ripristinato il Fondo Unico dello Spettacolo, meglio noto come FUS.

L’atmosfera sembra poi stemperarsi, quando la giuria si congeda e guadagna l’ingresso della sala Santa Cecilia per la prima del film “Last night” ma fuori, sul red carpet, si alzano i fischi e gli improperi. Vengono lette le dichiarazioni del Ministro Bondi e di Gianni Letta prontamente fatte pervenire. Il primo, Bondi, definisce la protesta “del tutto ingiustificata. Letta invece sottolinea come questo atteggiamento sia controproducente e probabilmente sia stato causa del forfait di tanti investitori esteri che per questo hanno disertato la manifestazione.

Attacchi pretestuosi”commentano i manifestanti defluendo in modo ordinato dall’area ed in terra rimangono centinaia e centinaia di scritte a ricordare che la protesta non si ferma qui, anzi da qui parte e non finirà neppure con la chiusura di questa quinta edizione del Festival del Cinema di Roma, altrimenti… “Tutti a casa”!

di Donata Carelli

Ministro Bossi, permette un invito al cinema con me?

Posted by Donata Carelli On ottobre - 6 - 2010 1 COMMENT

Ministro Bossi, permette un invito al cinema con me?

Le assicuro che si tratta di un invito gentile ed al di sopra di ogni sospetto, dato che con Lei vorrei invitare la Sua signora e i Suoi figli.

Vorrei proporLe una serata leggera e rilassante davanti al grande schermo che, in questi giorni, attira un numero inconsueto di spettatori accorsi, grazie al tam tam, per vedere “Benvenuti al Sud”, il film di Luca Minieri.

I numeri del box-office, ha detto oggi forse incautamente un commentatore credendo di fare un complimento, sono da cine-panettone. E menomale, visto che “Benvenuti al Sud” fortunatamente è qualcosa in più di un cine-panettone.

E’ un fresco, divertente e ben fatto ritorno alla commedia italiana, quando i registi riuscivano a far ridere, sorridere e talvolta commuovere. Giacchè vede, Ministro, Alessandro Siani all’inizio ed alla fine della pellicola ripete una frase che in molti, avuta la fortuna di aver lavorato al Sud, hanno condiviso: chi scende a lavorare e vivere nel Meridione, piange due volte, quando arriva e quando riparte.

Alberto (Claudio Bisio) ambisce da una vita a diventare direttore di banca in una filiale al centro di Milano. Per compiacere Silvia, (Angela Finocchiaro) la moglie eternamente insoddisfatta ed un po’ paranoica che sogna un appartamento in Piazza Duomo, Alberto le tenta tutte, anche facendo il passo più lungo della gamba, tanto che incapperà in una dura sanzione: trasferimento d’ufficio a Castellabate, Salerno.

Una specie di verdetto per la coppia milanese d.o.c. che vede nella trasferta in Campania una sorta di discesa agli inferi da affrontare con tanto di giubbotto anti-proiettili e vaccini per malattie tropicali.

 Inutile dire che la permanenza, superata l’iniziale diffidenza da ambo le parti, si risolve in un indimenticabile periodo di “formazione”, come l’avrebbero definito gli intellettuali romantici, al termine del quale nessuno è più come prima. La trama è molto easy e pertanto accattivante verso un pubblico dalla forchetta anagrafica molto ampia. 

Erano anni che non vedevo ridere di gusto insieme nonni, genitori e figli. Per giunta davanti a scene né volgari né tantomeno pecorecce, come spesso accade nel periodo natalizio. L’accoppiata Bisio-Siani dispensa gag forse probabili ma comunque efficaci nel ridicolizzare abitudini e luoghi comuni diffusi tanto al Nord quanto al Sud.

Sgombrati i ridicoli pregiudizi, che pur ancora oggi resistono se qualcuno ogni tanto li annaffia, il direttore di banca milanese imparerà a lavorare con i suoi nuovi colleghi, che non solo hanno piacere a lavorare ma sono anche animati da una generosità la cui matrice si perde nella storia del Sud e quindi nella notte dei tempi. Due qualità tipicamente “terrone”, l’operosità e la generosità, me lo si lasci ricordare, che sono state cifra determinante a quel miracoloso sviluppo industriale del Nord di cui oggi molti vanno giustamente fieri, pur avendone dimenticato i contorni.

Insomma, se “Benvenuti al Sud” ha sbaragliato al botteghino la concorrenza del colosso “Inception” di C. Nolan, una ragione ci sarà! Forse è da ricercare nell’analisi semplice e soddisfatta del regista, Luca Minieri che, commentando un successo così strabiliante, ha detto alla radio “Quello che colpisce è questo successo senza confini. La gente in sala ride di gusto, ride per i luoghi comuni ma sostanzialmente ride insieme, da Nord a Sud”. Ma vogliamo vedere che, se ci mettiamo un po’ di buona volontà, non solo riusciamo a capirci, ma pure a farci quattro risate insieme?

Dunque, Ministro, La aspetto con la Sua famiglia per una serata spensierata. Ah, dimenticavo: ovviamente offro io. Sa come siamo noi del Sud, certe abitudini siamo duri a perderle!

di Donata Carelli

Venezia 67. Coppola: “Somewhere”, non sempre un posto vale l’altro …

Posted by Donata Carelli On settembre - 8 - 2010 Commenti disabilitati

Arriva alla 67 Mostra del Cinema di Venezia l’atteso “Somewhere” di Sophia Coppola. Il film è stato accolto da grandi applausi, anche se i critici -tra i nostrani Mereghetti in testa- hanno fatto il loro,  lamentando che la regista inizi a girare un po’ a vuoto. Perchè? Perchè pare interrogarsi sempre sulla stessa questione. Nella vita di tutti c’è un prima e un dopo. Una cesura dopo la quale nulla è più com’era.
 Johnny Bravo (Stephen Dorff), è un attore di fama, bello e impossibile come l’immagine costruita ad arte dai rotocalchi che  offuscano le pupille delle fan disseminate ovunque.
Johnny vive in una sorta di “discount” della felicità dove tutto gli è dato, anche prima di chiederlo; dove il sesso è sempre pronto e in omaggio come la modella che si scopre il seno ogni volta che lui si affaccia distrattamente al balcone; dove al telefono risponde sempre la voce dolce della reception del lussuoso albergo in cui Johnny vive, voce sempre pronta ad esaudire desideri.
Ma Johnny vive in realtà in una bolla d’acqua, neanche fosse un pesce rosso vinto in un luna park di provincia.
Senza gioia, senza interesse, senza sfiorare la gente né farsi sfiorare. Dove i ritmi della sua giornata sono scanditi in attesa della telefonata in cui la sua agente, con voce metallica e impersonale, impartisce gli ordini da svolgere: intervista, foto, ospitata. Il resto è attesa apatica, un’attesa sterile di un nemico che non arriva mai, proprio come nel deserto di Buzzati. Johnny infatti, come ogni star che si rispetti, teme sempre di essere seguito, pedinato, spiato, quando in realtà così non è.
In realtà tutti attingono da Johnny per dare un senso alla loro vita. Solo Johnny non ha dove attingere, bloccato in un’esistenza scomoda e fastidiosa come il manicotto di gesso che ha al braccio e che lo costringe a fare la doccia ad occhi chiusi ed il braccio per aria come fosse in tram.
Tutto fino alla cesura che si palesa nell’arrivo a sorpresa della figlia Cleo, un’adolescente recapitatagli da una madre in crisi, neppure fosse un pacco senza ricevuta di ritorno.
Cleo ha il viso e le movenze semplici quanto incantevoli della dolce Elle Fanning. Così come vuole la teoria del battito d’ali della farfalla, anche Cleo col suo naturale sorridere e aggirarsi distrattamente nella stanza disordinata del padre, finisce per generare un uragano nella vita uggiosa e insulsa di Johnny.
Nella stessa bolla d’acqua ora a nuotare i pesci sono due, e c’è una bella differenza d’emozione, tutta magistralmente compresa nella toccante sequenza girata in apnea.
Sophia Coppola conferma un talento non comune nel creare messaggi mai detti, sempre solo suggeriti, senza enfasi né retorica, interrogandosi ancora una volta su un tema, la “spersonalizzazione”, che a quanto pare, per lei, cresciuta in fasce nello showbiz,  resta di primaria importanza. Un’amara curiosità? Per rappresentare  il mondo vuoto, stereotipato, “paillettato” e volgare dello show-biz, la Coppola ha scelto il palcoscenico di un programma televisivo italiano. Un caso? Auguriamocelo. Avvolgente e mai scontata la colonna sonora creata su misura da Thomas Mars, frontman dei Phoenix nonché compagno della regista.
Preparatevi: come era stato in “Lost in translation” (guai a perderlo! Rimane l’esperimento più riuscito, anche grazie all’inimitabile mimica facciale di Bill Murray) i tempi di “Somewhere” sono lenti, lentissimi, quasi biblici. Ma solo un’ estenuante lentezza  permette di percepire davvero l’arrivo della farfalla, ed il battito leggero delle sue ali. Dopo, si sa, nulla sarà più come prima…

Donata Carelli

Occhi che non vedono

Posted by Donata Carelli On settembre - 5 - 2010 1 COMMENT

E’ giunto Settembre e, scattato il grande contro-esodo, siamo tutti, o quasi, rientrati dalle ferie. 
Le agognate ferie…

Quelli che hanno l’obbligo di consumarle nelle due settimane centrali di Ferragosto, affrontano costi che sono almeno il doppio rispetto agli altri periodi dell’anno in termini di voli, alberghi e servizi.
Ma quel che più dispiace è vedere le meraviglie che ci si dispiegano davanti agli occhi inondate, sommerse, fagocitate da orde di turisti che colano fuori dalle porte di autobus immensi riversandosi rumorosamente sulla piazza.

Ma i “turisti”, sostantivo molto plurale di cui peraltro anche la sottoscritta era parte fino a pochi giorni fa, i turisti –ripeto- osservano ciò che vedono?

Anni fa, cercando un alloggio che non trovavo al Lido di Venezia durante la Mostra del Cinema,  capitai ospite nella casa di una anziana ed enigmatica signora veneziana, Lidia Tarantola, pittrice e artista di formazione steineriana. Fu lei a parlarmi per la prima volta della “antroposofia” e appunto di Rudolf Steiner, figura controversa di alto pensatore, certamente dispensatore di grande fascino, divenuto recentemente più noto a quanti non lo conoscevano quando si venne a sapere che la ex consorte del premier, Veronica Lario, fosse fervente steineriana e che crescesse i figli seguendo l’impostazione pedagogica del metodo omonimo.

La signora Lidia Tarantola, oltre che regalarmi una serie infinita di aneddoti circa le previsioni storiche e politiche di Steiner e soprattutto circa le idee della signora Lario che conosceva personalmente, iniziò con me una specie di trattazione a puntate.

Mi spiegò come ciò che realmente nuocesse alla sua amata Venezia non fosse né l’acqua alta né la precarietà delle fondamenta. Erano i turisti, il cui “strame metaforico ” corrodeva peggio che quello dei colombi sui monumenti. “Dovrebbero –mi diceva infervorandosi- sistemare ovunque, sulle panchine, nelle piazze, quegli spilli di ferro che si usano per non far posare i piccioni, proprio per tenere lontani i turisti! Tanto hanno occhi che non vedono!Osservali quando fanno le foto: non inquadrano veramente, è più una  frenesia!”.

Questo concetto, con una serie di varianti, me lo sciorinava la mattina a colazione e la notte quando rientravo e la trovavo immancabilmente sveglia a leggere in poltrona vicino alla tapparella schiarita, i lunghi e radi capelli rossi elettrici sparati in varie direzioni e gli occhiali calati sul naso, mentre fuori imperversavano le luci saltellanti dei riflettori sul red carpet.
Così, ogni volta che mi imbattevo in un gruppo di turisti, specie se orientali, mi sorprendevo ad osservarli in modo critico. In effetti, quelle 8, 9 foto scattate in sequenza al vaporetto che lasciava il pontile se le sarebbero riguardate davvero?
Oggi credo che  il digitale abbia una grossa fetta di colpa in questa situazione: ha dato libero sfogo allo scatto compulsivo che accumula nei pc pixel su pixel, cancellando il concetto “romantico” dell’unicità dello scatto analogico.
Quest’anno, mentre ero in vacanza in Spagna, mi è tornata spesso in mente la voce sottile ma ferma di Lidia. Mi sono resa conto del fatto che  le prove della presunta “cecità” del turista sono disseminate ovunque.Vogliamo parlare delle ormai richiestissime wi-fi zone nelle hall degli alberghi, frequentate da mummie postmoderne ipnotizzate davanti a schermi sempre più piccoli e tascabili? Anche nel mio di albergo ce n’erano un paio, “in servizio” a qualsiasi ora. Ma poiché concedo sempre il beneficio del dubbio, sulle prime guardando queste figure appollaiate in pieno pomeriggio davanti al pc nella hall ho pensato a che cosa tremenda fosse essere costretti a portarsi il lavoro dietro anche in vacanza, dare la propria reperibilità ovunque nel mondo e magari rispondere su questioni tanto urgenti da non conoscere pausa.
Poi però, mi sono sentita una sciocca constatando che, mentre fuori splendeva un sole sfacciato e contro il cielo svettava magari la Giralda, la torre di Siviglia, l’immagine romantica  che mi ero fatta del turista stakanovista cedeva il passo a quella ben più scoraggiante del  “Facebook-dipendente” che non può fare a meno di collegarsi anche da lì scorrendo la lunga lista di contatti alla ricerca di un link qualsiasi o delle foto inserite in vacanza da altri.

Aveva ragione Lidia Tarantola. Oggi non appena vedo un ombrellino sollevato al cielo e dietro un trenino umano di turisti, penso alla pittrice dalla chioma fulva ed ai suoi quadri dai contrasti cromatici arditi con i soggetti sempre uguali: sullo sfondo di piazza San Marco, un gruppetto di turisti osserva a bocca aperta il paesaggio. Con un unico particolare: i volti dipinti hanno bocche spalancate dallo stupore ma non hanno gli occhi. Occhi che non vedono, per l’appunto.

Donata Carelli

Quando si ruba a casa del ladro

Posted by Donata Carelli On agosto - 4 - 2010 Commenti disabilitati

Ebbene si. Questa volta voglio parlare di una vittoria  che è davvero al di sopra di ogni sospetto, quasi incredibile.

Lo scenario è quello della Baia di Honk Kong , il Victoria Harbor, dove ogni anno si svolge l’attesissimo International Dragon Boat Carnival, una manifestazione che vede scendere in acqua più di 130 equipaggi provenienti da tutto il mondo, oltre che, naturalmente, i campioni di casa.
Quest’anno è accaduto l’inimmaginabile:  l’equipaggio italiano della Federazione Italiana Dragon Boat, formato da atleti toscani e laziali, nella categoria Bowl ha portato a casa la medaglia d’oro, seminando alle proprie spalle niente meno che l’equipaggio della nazionale cinese.
Un successo traboccante, storico,  per una disciplina sportiva relativamente giovane in Italia ma non certo in Cina dove le origini del Dragon Boat affondano in un inestricabile mix di storia e leggenda.
Si dice infatti che il poeta e statista cinese Qu Yuan si fosse gettato nel fiume Mi-Lo con un atto disperato per protestare contro le vessazioni cui veniva sottoposto il suo popolo dal governo di allora. I pescatori,  saputa la notizia , si lanciarono con grandi barche alla ricerca del corpo di Qu Yuan sbattendo con forza le acque con i remi per allontanare i pesci.
Da allora e’ nata una tradizione che ricorda quel giorno e si celebra in tutto l’oriente il quinto giorno della quinta luna con Festival di Dragon Boat. 
Il Dragon Boat è una disciplina sportiva di origine orientale, che prevede gare su imbarcazioni lunghe 12,40 metri e larghe al massimo 1,12 metri, con la prua e la poppa aventi la forma rispettivamente di testa e coda di un drago. Le imbarcazioni sono sospinte da 20 atleti, i cui colpi di pagaia vengono scanditi dal ritmo di un “tamburino”, mentre un timoniere a poppa dirige la barca con un remo lungo circa 3 metri.
In Italia la FIDB  -Federazione Italiana Dragon Boat- si è formalmente costituita il 10 maggio 1997 come unico organismo riconosciuto dalla Federazione Europea ed Internazionale ed è presieduta da Claudio Schermi, il primo ad aver gioito per lo straordinario piazzamento italiano ad Honk Kong. 
Come semplicemente entusiasta è il tecnico federale Vincenzo Iuliano che, dalla bella cittadina di Sabaudia nel Lazio, dove ha scelto di vivere e di fare l’allenatore con l’incarico di seguire le squadre di categoria juniores sia maschile che femminile, commenta la notizia da poco appresa “Mi sento di dire che questa vittoria è uno straordinario biglietto da visita per la nazionale italiana in campo internazionale. Ora la prossima meta sono gli europei di Amsterdam. In questi anni con i ragazzi junior abbiamo vinto ben tre mondiali e tre europei”. E’ il caso di dire che quella di Iuliano è una “premiata ditta” del Dragon boat, un caso più unico che raro di fedeltà “genetica” ad una disciplina sportiva. E’ lo stesso tecnico federale a spiegare una continuità da vanto: “Dal 1998, mio figlio Stefano ha preso parte agli europei di Roma,  successivamente  io stesso, in qualità di tecnico e atleta,  mia moglie Elvira  come atleta e mio figlio Marco, in qualità di tamburino junior. A tutto oggi siamo tutti tesserati con la FIDB e siamo sempre stati presenti a tutte le manifestazioni, così come lo saremo ad Amsterdam”  Dunque  più che uno sport, una disciplina sportiva che fa della coesione e del senso di squadra la sua arma vincente. Non ci resta che dire in bocca al lupo ai nostri italiani per i traguardi olandesi.

Donata Carelli

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