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Archive for the ‘"Al di sopra di ogni sospetto"’ Category

La talpa. Se l’eleganza da sola non basta…

Posted by Donata Carelli On gennaio - 24 - 2012 Commenti disabilitati

D’accordo, l’ultimo film dello svedese Tomas Alfredson è, al di sopra di ogni sospetto,  elegante, curatissimo negli interni, raffinata l’atmosfera. La fotografia avvolge lo spettatore sin dai primi fotogrammi con ambienti cupi, illuminati da una luce livida e razionata, quasi fosse più un noir che una spy story.  Inizialmente viene quasi da dire chapeau al regista che catapulta lo spettatore nella dimensione dell’algida contrapposizione scaturita dagli ultimi esiti della Guerra Fredda. Indubbiamente lodevole la prova attoriale del cast, in testa un Gary Oldman che ricorda tanto il Tony Servillo de “Le conseguenze dell’amore”, granitico nella mimica, monolitico nelle espressioni.

Troppo sfumato Colin Firth il cui ruolo non è sapientemente valorizzato. Dov’è il peccato originale di questa pellicola? Presto detto. Il film, il cui titolo originale è “Tinker Tailor Soldier Spy” -operaio, sarto, soldato e spia- è la  trasposizione di un celebre romanzo di John Le Carrè e la sensazione è che lo scrittore, che guarda caso compare anche come produttore esecutivo, abbia eseguito un controllo assoluto sulla pellicola, imponendo la fedeltà assoluta alla pagina scritta. A questo punto è d’obbligo la citazione del grande sceneggiatore Ugo Pirro – già autore della sceneggiatura del film Premio Oscar “Il giardino dei Finzi Contini”, tratto dal celebre romanzo di Giorgio Bassani- il quale, alla domanda “Maestro, come ci si regola davanti alla trasposizione di un grande romanzo sul grande schermo?” Senza esitazione rispondeva “Leggilo due volte e dimenticalo”. Quella che, ad un profano, potrebbe sembrare la superbia della celluloide, è invece la ricetta collaudata di chi sa bene che carta e grande schermo hanno regole diverse. E così, minuto dopo minuto, il film di Alfredson si adagia, aumentano le smagliature in un fluire che non ha ritmo, si avvolge attorno a se stesso, infinitamente frazionato dai troppi flashback, schiacciato da un non-finale abbondantemente annunciato e pertanto privo di mordente. All’uscita dalla sala, sguardi persi, delusi dal cast stellare che prometteva faville. La trama, già di per sé, complessa rimane ostica ai più e qualcuno azzarda timidamente “Io a un certo punto mi sono un po’ perso…”. Forse meglio leggere il romanzo di Le Carrè.

di Donata Carelli

150 anni di Italiani che hanno reso grande l’Italia all’estero

Posted by Donata Carelli On agosto - 31 - 2011 Commenti disabilitati

NEW YORK. Dopo l’intervista ad Irv Bauer, sceneggiatore, è la volta di Louisa Burns Bisogno, sceneggiatrice ed autrice teatrale e suo marito  Tom Bisogno,   entrambi docenti presso l’Università del West Connecticut, entrambi saldamente legati all’Italia e, al di sopra di ogni sospetto, da sempre  innamorati del Bel Paese.

Louisa Burns Bisogno è stata già più volte premiata come sceneggiatrice, regista, autrice, e consulente accreditata in diversi Paesi. Incontro lei e suo marito, il professor Bisogno, nella loro elegante villa immersa nei boschi tra Brewster e Southeast, ad un’ora circa da Manhattan. Un incanto di aceri e cascate, il luogo ideale per uno sceneggiatore dove ideare storie e creare personaggi . Qui Louisa Burns Bisogno ha scritto molti dei suoi film prodotti sulla tv via cavo, sui principali canali televisivi americani e distribuiti a livello internazionale. Sarah Jessica Parker, Cynthia Nixon e Vanessa Redgrave sono solo alcune tra le stars che vi hanno partecipato. È  stata anche consulente per la tv in Russia ed in Italia.  Louisa Burns ha inoltre scritto per alcune note serie televisive quali The Young and the Restless”e “As the World Turns”.

Louisa, a quando risale il suo rapporto con l’Italia?

“Ho visitato per la prima volta l’Italia nel 1973, quando volli mostrare ai miei cinque figli la terra dei loro antenati. Alloggiammo in una villetta tra Pienza e Montepulciano…ma poi viaggiammo attraverso tutta l’Italia, da Bolzano, a Genova, Venezia, Firenze, Siena, Roma, Napoli e Pompei, poi in Calabria e Sicilia. Ancora oggi, quando ci ritroviamo durante le feste, ridiamo sempre a ripensare alla nostra avventura in Italia. Ed io poi sono tornata molte volte. L’Italia ha ispirato molte delle mie storie per tv e cinema”.

La sua visita più recente in Italia?

“Sono stata invitata dall’Università Cattolica LUMSA di Roma a tenere un seminario sulla drammaturgia e sulla sceneggiatura nell’era digitale. Ero con la nota attrice Fioretta Mari e con Manuela Metri, incredibile produttrice e regista della Red Box Productions, una casa di produzione che opera in Italia e negli Usa. Il professor Gennaro Colangelo e la Presidente del Corso di Laurea Donatella Pacelli sono stati a dir poco squisiti nell’accogliermi. Ospiti e studenti che hanno seguito il seminario sono rimasti interessati al mio viaggio come scrittrice e alla mia convinzione riguardo al fatto che il web rappresenti una preziosa opportunità per quanti  oggi aspirino a raccontare delle storie attraverso l’audiovisivo. Sono stata sinceramente toccata dalla loro spontaneità e dal loro entusiasmo“.

Quali sono state le pietre miliari della sua formazione?

I miei mentori sono stati George Roy Hill, il regista di “Butch Cassidy and the sundance kid”, e Robert Wise, il regista di “The sound of music” e “Westside story”. Le mie sceneggiature sono state interpretate da attori a dir poco favolosi, come Vanessa Redgrave, Sarah Jessica Parker ed ho vinto anche molti premi grazie al mio lavoro”.

Ed ora, nuovi progetti? A cosa sta lavorando?

“La mia scrivania è piena di progetti in corso. Ho completato 23 capitoli di un romanzo basato su un mio soggetto “La notte che morì John Lennon” ed ora sono circa a metà strada per portarlo a termine. Sto lavorando sul pilota di una serie televisiva. Un documentario che ho scritto si sta girando in questo periodo. Coordino una serie di reading per la National Academy of Television Arts & Sciences.  Sono anche professore associate presso il Dipartimento di Scrittura della Western Connecticut State University.

Al momento sto lavorando con una produttrice italiana allo sviluppo del concept di una serie televisiva. Questo mi ha portato a Roma diverse volte e posso dire di amare Roma ad ogni visita sempre più. Del resto ho sposato un italiano di origine!”. Sorride il professor Bisogno, poiché quel legame con il Bel Paese lo ha sempre sentito.

Professor Bisogno, quale legame ricorda, nella sua infanzia, con l’Italia?

“Da quando ero bambino, essenzialmente identificavo la cultura italiana con il cibo e l’ospitalità. Durante le festività, o quando qualcuno veniva a trovarci, i miei si preoccupavano prima di tutto di come l’ospite venisse ricevuto e che fosse ben nutrito! Oggi io stesso cerco di proseguire quella tradizione culturale”.

E dell’Italia in particolare cosa ricorda? C’è mai stato?

“Si, certo, varie volte. Ricordo come fosse oggi quando io e mia moglie visitammo Venezia. Mentre i nostri cinque figli erano con un gruppo parrocchiale a Firenze, Louisa ed io andammo a Venezia per goderci un raro momento per stare insieme. Io ero ammaliato dai canali e dall’energia della città. Ebbi anche una buffa esperienza in una splendida vetreria di Murano, una storia che ancora ci raccontiamo tra parenti ed amici. Anche se indubbiamente la bellezza ed il patrimonio artistico di molti luoghi in Italia ci colpì e ci ispirò molto, Venezia era tuttavia qualcosa di speciale perché diversa da tutto il resto“.

Oggi Tom Bisogno è docente di svariati Corsi di Comunicazione presso la Western Connecticut State University, e presso Iona College and Marist College.

Quale peso ritiene che il suo insegnamento abbia tra i suoi allievi e qual è il segreto per cui le sue lezioni sono sempre così seguite?

“Ritengo sinceramente che oltre ad insegnare materie canoniche quali leggere, scrivere,  aritmetica, scienze, filosofia, letteratura, dovremmo tutti allegare alla nostra educazione ed inserire nel nostro curriculum le abilità di comunicazione sociale ed emozionale. Per esempio, insegnare ai giovani come essere  effettivamente assertivi -nè timidi nè aggressivi- gestire le proprie emozioni, sciogliere i conflitti, come effettivamente ascoltare un altro, come sviluppare la creatività, risolvere i problemi, ri-orientarsi in modo differente, avere una sensibilità interculturale, negoziare soluzioni sempre favorevoli, parlare dalla propria postazione e sui proprio piedi e capire l’impatto che i propri segnali non verbali hanno sugli altri. Le pare poco?”.

Non c’è dubbio che il professor Tom Bisogno ami l’insegnamento, lo si intuisce da come i suoi studenti lo salutano con cordiale vicinanza, soprattutto i più giovani ai quali, un po’ per scaramanzia, un po’ per golosità, prima di ogni prova che si rispetti, regala un “fortune-cookie”, un tipico biscottino cinese all’interno del quale c’è un messaggio ben augurante. Anche Louisa Burns, sua moglie, ha deciso di adottare questo simpatico stratagemma ed ora mi chiede con un sorriso di “tuffarmi” con lei a Chinatown alla ricerca dei biscottini della fortuna. Come dire di no?

di Donata Carelli

Quando lo sceneggiatore americano vibra di passione italiana! Intervista ad Irv Bauer

Posted by Donata Carelli On luglio - 29 - 2011 Commenti disabilitati

Irv Bauer mi accoglie nella sua casa di Manhattan, a ridosso della celebre Fifth Avenue, nel primo pomeriggio. Siamo nella cosiddetta West side, a due passi dal cuore del West Village, lo storico quartiere degli artisti. Drammaturgo, scrittore e sceneggiatore, dalla vastissima produzione teatrale che lo ha visto protagonista al Promenade Theatre di New York, allo Showboat Theatre a Seattle, nonché autore di musical a Broadway e di sceneggiature per il cinema tra le quali Elephant is Well, “Captain of Paradise”,” Hunt and High Octane”, Irv Bauer ha anche legato il suo nome come scrittore e story consultant alla popolarissima serie “Courage The Cowardly Dog” per Cartoon Network, serie di grandissimo successo anche in Italia ed amata dai bambini, nota col nome di “Leone il cane fifone” . A tutt’oggi consulente per svariate sceneggiature da New York come a Los Angeles, Irv Bauer vanta la docenza presso la celebre New York University’s Tisch School of the Arts Film School, presso il Writing Institute al Sarah Lawrence College, all’Università di Washington, alla Scuola Nazionale Australiana di Cinema, solo per ricordare le più note.

Quando si immagina uno scrittore, probabilmente lo si colloca in un posto proprio come questo dove mi riceve: il suo studio è un tripudio di libri, sceneggiature, locandine di film, quadri, dediche e foto di momenti da ricordare. Ma c’è qualcosa in più che merita di essere raccontato, oltre a tanti riconoscimenti: Irv Bauer è, al di sopra di ogni sospetto, uno degli sceneggiatori americani che, dagli anni ’50 in poi, ha legato più di chiunque altro la sua storia di scrittore a quella dell’Italia, intessendo una “corrispondenza di amorosi sensi” col nostro Paese che ancora dura a tutt’oggi ed è destinata a continuare. Quando domando dove ha inizio la sua carriera di sceneggiatore, Irv Bauer sorride, sottolineando la casualità degli eventi della vita e mi spiega, in un eloquio impeccabile e molto “british” che incanta che il suo inizio è come drammaturgo. Poi, alla New York University, l’incontro che gli cambia la vita, quello con un docente: Haig Manoojian.  Il giovane Bauer non perde nessuna delle sue lezioni, fa tesoro dei suoi insegnamenti e di quella straordinaria umanità che Manoojian sa comunicare, così come della capacità di sdrammatizzare e ridere al momento giusto. Manoojian diventa, un amico, un mentore, il primo sostenitore dei lavori di Irv. A lui ed al suo incoraggiamento Bauer deve il suo passaggio alla sceneggiatura ed anche la passione profonda per il grande cinema italiano degli anni ’50 e ’60. Fellini, Germi, Antonioni, De Sica, Pasolini gli disvelano un mondo così diverso da quello riscontrato nel cinema di ogni altro paese. “Rimasi profondamente impressionato dalla sensibilità e dalla umanità, sempre stemperate da uno spiccato sense of humour, e lo trovai così interessante! E come non pensare ad attori come Marcello Mastroianni, Sofia Loren, a film come “Sedotta ed abbandonata”, “Divorzio all’italiana”. Non erano certo solo “commedie” ma erano ciò che definirei “commedie socio-economiche”, specchio della cultura italiana del tempo, in una chiave semplice ed estremamente efficace. Cominciare per me a scrivere sceneggiature fu come un modo per rendere omaggio a quei film, rendendo loro onore con il mio modo di scrivere. Cercai cioè di utilizzare, in chiave americana, quel tono e quella stessa sensibilità che tanto ammiravo nel cinema italiano. “The elefant is well” (L’elefante sta bene) è l’omaggio certo più riuscito, a detta di tutti”.

Irv Bauer mi racconta che l’idea del film partiva da un equivoco iniziale: un appassionato di fotografia va in giro per la città scattando foto quando, a Little Italy, si imbatte in un gruppo di uomini anziani che stanno giocando a carte davanti ad un bar dall’aria sospetta, con vetri scuri, riservato solo ai soci. E’ una bella giornata di primavera. Gli uomini attorno al tavolino, piazzato all’aperto, sono immigrati italiani, di quelli che ormai vivono a New York da tanti anni ma conservano intatta la loro cultura di provenienza ed un accento spassoso che riporta al dialetto che sentivano parlare da bambini e che è l’unico “brandello” di lingua madre, goffo e sostanzialmente comico, che ancora conservano a distanza di anni. Tra di loro c’è Vittorio, dal viso particolarmente elegante, espressivo, quasi un principe d’altri tempi,  ed è proprio a lui che il fotografo scatta la foto migliore che interessa anche al giornale per cui lavora. Ma per la pubblicazione serve l’assenso del soggetto immortalato e le sue generalità. Così il fotografo torna a Little Italy per rintracciare quell’uomo e certo non immagina cosa inneschi il suo passare di porta in porta con la foto in mano chiedendo se qualcuno riconosca quel volto. Omertà, diffidenza. Tutti a Little Italy sono convinti che la Polizia – o forse anche peggio – stia cercando Vittorio e scatta immediato il senso di protezione dell’ignaro Vittorio.

Fin dall’inizio Irv Bauer immagina, nel ruolo di Vittorio, il volto di Marcello Mastroianni. Ma è solo un sogno. Bauer inizia il consueto peregrinare dello sceneggiatore alla ricerca del produttore giusto per realizzare la sua storia. La storia funziona, la sceneggiatore è ben scritta. A Los Angeles chiunque legge, sembra interessato. Anche il regista del momento sembra entusiasta ma una richiesta spiazza lo sceneggiatore: sostituire il personaggio di Vittorio con un uomo di colore. Bauer ha le idee chiare e non ci pensa un attimo. Chiede di andare in bagno, afferra la sceneggiatura e fugge per tornare a New York. Qui però la delusione si fa sentire e se ne accorgono due amici italiani architetti i quali, davanti ad un piatto di pasta ed un bicchiere di buon vino, per rincuorarlo, gli domandano: chi vorresti incontrare? Irv Bauer ha un solo nome in testa: Marcello Mastroianni. Detto fatto. Proprio come in un sogno, i due hanno l’aggancio poiché lo stesso Mastroianni inizialmente voleva diventare architetto ed inoltre conoscono un parente del famoso attore. Il contatto è preso e Irv vola a Milano per incontrare l’attore almeno per un’ora. Mille sono le traversie attraverso cui deve passare. E’ la settimana della moda e non si trova un buco per dormire. Dormire? L’ultima preoccupazione per chi deve incontrare Mastroianni. E dopo tanta attesa, finalmente l’incontro avviene in un ristorante. Mastroianni entra, si guarda un po’ intorno, poi vede Bauer, lo indica sorridendo e dice: sei tu! Si, sono io, risponde lo sceneggiatore entusiasta. Bauer ricorda ogni istante “Era un uomo estremamente affabile, gentile, disponibile. Gli raccontai la storia e lui ne fu subito entusiasta. Mi disse che si, avrebbe interpretato la parte di Vittorio”. Questo è solo il primo di una serie di incontri che si susseguono avanti ed indietro, sorvolando l’oceano. Milano, Firenze, Roma. Nella capitale una sera, Bauer alla presenza di una ristretta cerchia di amici e di un traduttore, legge in circa quattro ore tutta la sceneggiatura a Marcello Mastroianni che, alla fine, dopo un giro ristoratore di whisky, firma la tanto agognata lettera di conferma per i produttori di Los Angeles. E’ l’avverarsi di un sogno che purtroppo, tempo dopo, a causa dei continui rimandi del produttore, si infrange con la malattia di Mastroianni. E’ ancora toccato, Irv Bauer, al pensiero di questa lunga avventura. Sua moglie Vimi, cantante mezzosoprano innamorata del “bel canto” e dell’opera , ricorda il giorno che appresero della morte di Mastroianni “Piangemmo tutti e due, io ed Irv. Fu terribile ripensare alla bellezza di quei giorni trascorsi insieme in Italia”.

Successivamente, nonostante l’interessamento di un attore del calibro di Alberto Sordi, che incontrò Bauer a Roma e che accettò subito di interpretare la parte di Vittorio, il film non approdò mai sul grande schermo e si perse nel dedalo dei continui rimandi della produzione. Così la sceneggiatura  “The elephant is well” rimase un ambizioso progetto da tutti apprezzato e sfortunatamente mai realizzato.

La passione per l’Italia non ha però mai abbandonato lo sceneggiatore che continua, appena può, a farvi visita. Qualche anno fa, si apre un altro interessante capitolo di questo” love-affaire” con il Bel  Paese. È la moglie Vimi, grazie alla passione per il canto, a portare ancora Irv in Italia, un Paese che entrambi sentono di prediligere. Più precisamente a Spoleto, sede del noto Festival di musica. Qui vive un americano che si dedica all’organizzazione di eventi e workshop e che, recentemente, ha iniziato a muoversi per avviare un workshop sulla scrittura creativa ed in particolare sulla sceneggiatura. Presto fatto. Irv è senz’altro la persona giusta per l’insegnamento e si iniziano a gettare le basi per quello che oggi è diventato uno degli appuntamenti più attesi dell’estate culturale spoletina: il corso “Italy Summer Screenwriting Scriptwriting Intensive”, dal 12 al 26 Agosto, destinato a chi desidera accostarsi ai segreti dell’arte della sceneggiatura.

Il corso segue di pochi giorni un analogo workshop che si svolge ogni anno a Manhattan ed il cui svolgimento e dettagli sono ben descritti sul sito www.irvbauerscreenwriting.com. Quest’anno il corso intensivo di Spoleto, che ha luogo nella suggestiva cornice di un vecchio monastero, giunge al suo decimo anno. Chiedo ad Irv Bauer: che idea ha oggi degli Italiani? Lo sceneggiatore sorride ancora guardando sua moglie Vimi che gli è vicino: “Passeggiando per New York, è diventato arduo sentire parlare americano…gli italiani sono sempre di più! Sinceramente mi sento sempre molto parziale e incline verso gli italiani, per il loro spirito, per la sensibilità. Questo troviamo ogni anno a Spoleto e per questo torneremo sempre, ogni stagione. Del resto è la terra del grande cinema di cui mi sono innamorato. La terra di Marcello Mastroianni!”

di Donata Carelli

Auguri ad Ettore Scola per i suoi 80 anni

Posted by Donata Carelli On maggio - 10 - 2011 Commenti disabilitati

Questa sera, 10 Maggio, alla Casa del Cinema, immersa nel polmone verde della splendida Villa Borghese, c’era tutto  il gotha del Cinema italiano per celebrare gli 80 anni di Ettore Scola.

 Il regalo  era stato già fatto, con qualche giorno di anticipo ma certamente un dono molto gradito. Mi riferisco al David di Donatello conferito al regista – da oggi “ottuagenario”, ammesso che il titolo gli garbi-  per una carriera che lo ha consacrato, al di sopra di ogni sospetto, nella rosa dei più insigni registi italiani, per di più alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

 Scola in quella occasione aveva mostrato la sua partecipazione commossa al ricordo di Mario Monicelli e Suso Cecchi D’Amico. Non deve essere stato un anno facile quello appena trascorso per chi  ha dovuto porgere a distanza di pochi mesi l’estremo saluto a due amici che con lui hanno condiviso tanti onori e l’affetto del grande pubblico.

Quanto a Scola, troppi i film importanti da ricordare per una produzione così ricca che inizia nel lontano 1964 e vede nel 2003 il suo prodotto più recente. Ci limitiamo a ricordare capolavori come “C’eravamo tanto amati” – film dedicato a Vittorio De Sica - che nel 1974 lo impone all’attenzione del grande pubblico ed anche della critica; “Brutti, sporchi e cattivi” nel 1976 e l’indimenticabile e struggente “Una giornata particolare” (1977) con una delle scene – quella tra le lenzuola sul terrazzo condominiale – tra le più riprese ed omaggiate del cinema italiano. 

Stasera, che il festeggiato era lui in persona, Scola ha mantenuto quell’atteggiamento tra l’ironico ed il vagamente scanzonato, mentre attorno a lui girava vorticosamente un carosello di personalità del calibro di Giorgio Arlorio, Citto Maselli, Ugo Gregoretti e molti altri. La scena mi ha fatto pensare ad un altro grande, Ugo Pirro, lo sceneggiatore scomparso nel 2008. Quando festeggiò i suoi 80 anni, Pirro aveva tutta l’aria di chi si stesse onestamente “rompendo” di tanti salamelecchi. Ma al contempo si leggeva chiaramente che dietro quel suo atteggiamento dissacratorio, c’era il sottile e contenuto gioire dell’affetto vero e della stima di tanti amici.

 Tutti uguali questi grandi del cinema, proprio come quei nonni un po’ burberi che scuotono le spalle insofferenti e poi di contro si offenderebbero –meritatamente – se non venisse tributato loro il giusto affetto.

Al Maestro Scola, gli auguri più sentiti per una carriera ancora intensa che non smetta di illuminare attraverso le sue immagini e le sue parole, perché come diceva Gabriele, il radiocronista licenziato  di “Una giornata particolare” : “La vita, qualunque sia, vale la pena di essere vissuta, si dice così. E poi arriva sempre un pappagalletto a ricordarcelo. Solo che oggi per me è una giornata particolare, lo sai? È come in un sogno quando… quando vuoi gridare e non ci riesci perché ti manca il respiro! Però ho voglia di parlare! Parlare! Parlare!”  Auguri Maestro.

di Donata Carelli

Osama bin Laden e la ricetta della felicità perduta

Posted by Donata Carelli On maggio - 2 - 2011 Commenti disabilitati

2 maggio 2011. È la voce del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a diffondere, in un comunicato dal tono controllato ma anche di malcelata soddisfazione, che si, Osama bin Laden è morto.

È il cuore della notte e subito le agenzie cominciano la loro corsa digitale diramandosi in una fitta rete attraverso tutti i continenti, cittadini americani si radunano sventolando bandiere a Times Square a New York, altri a Washington D.C davanti agli uffici del Pentagono.

Osama Bin Laden, diciassettesimo figlio di un costruttore ed imprenditore yemenita di successo fattosi da sè , al di sopra di ogni sospetto leader indiscusso e carismatico dell’organizzazione terroristica internazionale di matrice islamica al-Qaeda, assurge agli “onori” delle cronache dopo l’attacco alle Torri gemelle a Manhattan dell’11 settembre 2001, il più grave colpo mai inferto agli Stati Uniti dopo l’attacco a Pearl Harbor.

Da quell’ormai lontano 11 Settembre, trovare “lui”, l’ “Emiro”, il “Principe del Terrore” e magari eliminarlo è apparsa a tutti come l’ingrediente principale della ricetta della felicità.

Primo ingrediente: trovarlo. Facile a dirsi. In questi dieci anni inizia una sorta di caccia ad un uomo che abilmente si nasconde ed altrettanto consumatamente si mostra attraverso comunicati che ne impongono l’immagine “consacrandolo” ad anti-presidente, il negativo o il rovesciamento della figura del Presidente degli Stati Uniti. Uno sempre impeccabile in abiti curati che parla dalla Casa Bianca, l’altro avvolto in una barbetta fitta e vaporosa, seduto in terra dentro una grotta qualsiasi in un paesaggio brullo qualsiasi. Tanto il Presidente USA appare come l’investito dal popolo del compito di vendicare più di 3000 vittime innocenti, tanto bin Laden appare giocare con la comunità internazionale, vestito di abiti poveri, sicuro nelle sue mosse, aggressivo nelle parole.

Oggi possiamo dirlo, a più riprese si diffonde tra i politologi il sospetto che al- Qaeda ed il suo leader siano in realtà solo il facile bersaglio dei timori del mondo, quasi creati ad arte come nei producing studios per poter catalizzare l’odio ed il sentimento della vendetta. E qualora fosse stato così, non lo si saprà mai anche perché lui per primo, Osama, quell’onda mediatica la cavalca con forza inorgogliendosi per la strage delle Twin Towers, imponendosi come leader del terrore ed ingrossando col suo carisma le fila di kamikaze e di esaltati che in diverse parti del mondo auspicano di essere ricordati come martiri seminando in scie di sangue il numero più alto possibile di vittime ignare.

Ma poiché, si sa, ubi maior minor cessat, e la storia è un continuo fluire che tutto travolge inesorabilmente, l’avvicendarsi di numerose catastrofi naturali nel mondo e di altrettanti nuovi conflitti – di cui l’onda rivoluzionaria mediorientale è la più recente e significativa - di Osama bin Laden sinceramente ci eravamo quasi dimenticati. Lo davamo, oramai per definizione, nascosto chissà dove in un tugurio senza luce, a diffondere davanti ad una telecamerina digitale a cassette minidv i suoi ordini snocciolati in cantilena per un esercito silente ed un po’ fuori moda.

In effetti la realtà non era così differente. Osama è stato ucciso con un colpo alla testa in Pakistan, nella città di Abbotabad, 50 km a nord da Islamabad. A condurre l’operazione sono stati 14 uomini del Navy Seal, (United States Navy Sea, Air and Land forces), forze speciali d’élite, che lo hanno scovato in un rifugio privo di alcun tipo di collegamento, né telefonico né web. Proprio come quei nostri capi mafia che appaiono granitici nel loro potere nell’immaginario ma poi infinitamente soli e tristi nella quotidianità, curvi a scrivere i cosiddetti “pizzini” su post-it impolverati.

Le responsabilità del Principe del Terrore sono affidate alla storia. L’accanimento con cui due Presidenti, Gorge Bush figlio e Barack Obama, si sono ostinati nella caccia all’uomo e la folla di Americani che si riversa in strada sventolando bandiere stelle e strisce sono testimonianza della ormai diffusa tendenza a centralizzare l’odio, ma anche che certe ferite nella coscienza di un popolo sono dure a rimarginarsi.

Ed ora che, come si dice in termini giornalistici, Osama aveva perso “lo spot” sulla notizia, ossia l’attenzione, eccolo assurgere ancora, per l’ultima volta, ai riflettori dell’informazione mondiale. Certo, che beffa, se avesse potuto scegliere mai avrebbe indicato il 2 maggio, il giorno cioè che in Italia neppure vengono stampati i giornali.

Lui, l’ingrediente principale da eliminare per la ricetta della felicità, lui Osama comparirà sui giornali con un giorno di ritardo, quando la sua morte sarà già affiancata da lanci giornalistici più cogenti, come quelli riguardanti gli scontri in Libia.

Ed ancora una volta, travolti da un’ennesima notizia di guerra, ci rimarrà in bocca un gusto amaro. Realizzeremo che, per la ricetta della felicità, manca sempre qualcosa e dovremo ricominciare ancora una volta la caccia all’ingrediente mancante…

di Donata Carelli

Mario Martone ha fatto 13

Posted by Donata Carelli On aprile - 8 - 2011 Commenti disabilitati

Mario Martone ha fatto 13! Alla 55esima edizione dei David di Donatello, Accademia presieduta da Gianluigi Rondi, tante sono state le nomination ottenute dal regista per il suo “Noi credevamo”. Il film è un vero e proprio inno a quel manipolo di giovani, al di sopra di ogni sospetto,  ardenti ed incoscienti che fecero L’Italia.

A seguire, è “Benvenuti al Sud” di Luca Miniero a raccogliere 10 nomination, un’incetta meritata se si pensa agli incassi ragguardevoli che la pellicola ha fatto registrare, oltre al documentato afflusso di turisti nella regione Campania.

A Martone vanno le candidature relative a miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura, miglior produttore, miglior direttore della fotografia, miglior musicista, migliore scenografo, miglior costumista, miglior truccatore, miglior acconciatore, miglior montatore, miglior fonico di presa diretta e  David Giovani.

Quanto a Miniero, per lui ci sono le candidature come miglior film, miglior regista, miglior produttore, migliore attrice protagonista, migliore attore protagonista, migliore attrice non protagonista, migliore attore non protagonista, migliore musicista, migliore scenografo e David Giovani.

Tra gli altri è opportuno segnalare le otto candidature di “La nostra vita” di Daniele Luchetti, film che deve molto del suo successo ad un bravissimo Elio Germano ma anche le otto candidature di “Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo che, da subito, divenne un vero e proprio caso in sala.

Quattro candidature vanno anche al film “Una vita tranquilla” di Claudio Cupellini, tragico e imperdibile per quanti amano la poliedricità di Tony Servillo, qui impegnato nella parte di un uomo “tranquillo”, cuoco meridionale trapiantato in Germania, ma con un passato malavitoso che torna a scompaginargli una serenità faticosamente raggiunta.

Il “caso” di questa edizione è senz’altro “È stato morto un ragazzo” di Filippo Vendemmiati. Il titolo, volutamente e polemicamente sgrammaticato, rispecchia la confusione in cui la famiglia Aldovrandi  si è trovata invischiata sin dalle prime notizie circa la scomparsa del figlio diciottenne Federico, morto in circostanze tutte da chiarire ma che gettano luci inquietanti sulle ultime ore del ragazzo.

Non resta che attendere il 6 Maggio 2011, alle ore 17 quando in diretta su Rai Movie andrà in onda l’attesa attribuzione dei David.

Le candidature sono qui di seguito riportate:

MIGLIOR FILM:

BASILICATA COAST TO COAST di Rocco Papaleo

BENVENUTI AL SUD di Luca Miniero

NOI CREDEVAMO di Mario Martone

LA NOSTRA VITA di Daniele Luchetti

UNA VITA TRANQUILLA di Claudio Cupellini

MIGLIORE REGISTA:

Marco Bellocchio (SORELLE MAI)

Saverio Costanzo (LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI)

Claudio Cupellini (UNA VITA TRANQUILLA)

Michelangelo Frammartino (LE QUATTRO VOLTE)

Paolo Genovese (IMMATURI)

Daniele Luchetti (LA NOSTRA VITA)

Mario Martone (NOI CREDEVAMO)

 
Luca Miniero (BENVENUTI AL SUD)

MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE:

Aureliano Amadei (20 SIGARETTE)

Massimiliano Bruno (NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE)

Edoardo Leo (DICIOTTO ANNI DOPO)

Rocco Papaleo (BASILICATA COAST TO COAST)

Paola Randi (INTO PARADISO)

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA:

Paola Cortellesi (NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE)

Sarah Felberbaum (IL GIOIELLINO)

Angela Finocchiaro (BENVENUTI AL SUD)

Isabella Ragonese (LA NOSTRA VITA)

Alba Rohrwacher (LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI)

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA:

Antonio Albanese (QUALUNQUEMENTE)

Claudio Bisio (BENVENUTI AL SUD)

Elio Germano (LA NOSTRA VITA)

Vinicio Marchioni (20 SIGARETTE)

Kim Rossi Stuart (VALLANZASCA GLI ANGELI DEL MALE)

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA:

Barbora Bobulova (LA BELLEZZA DEL SOMARO)

Valeria De Franciscis Bendoni (GIANNI E LE DONNE)

Anna Foglietta (NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE)

Valentina Lodovini (BENVENUTI AL SUD)

Claudia Potenza (BASILICATA COAST TO COAST)

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA:

Giuseppe Battiston (LA PASSIONE)

Raoul Bova (LA NOSTRA VITA)

Francesco Di Leva (UNA VITA TRANQUILLA)

Rocco Papaleo (NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE)

Alessandro Siani (BENVENUTI AL SUD)

MIGLIORE SCENEGGIATURA:

Rocco Papaleo, Valter Lupo (BASILICATA COAST TO COAST)

Paolo Genovese (IMMATURI)

Mario Martone, Giancarlo De Cataldo (NOI CREDEVAMO)

Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Daniele Luchetti (LA NOSTRA VITA)

Filippo Gravino, Guido Iuculano, Claudio Cupellini (UNA VITA TRANQUILLA)

MIGLIORE PRODUTTORE:

Tilde Corsi, Gianni Romoli, Claudio Bonivento (20 SIGARETTE)

Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica, Mark Lombardo per Eagle Pictures, Elisabetta Olmi per Ipotesi Cinema (BASILICATA COAST TO COAST)

Medusa in collaborazione con Cattleya (BENVENUTI AL SUD)

Angelo Barbagallo per Bibi Film Tv, Isaria Productions con la collaborazione di Rai Cinema (GIANNI E LE DONNE)

Carlo Degli Esposti con Conchita Airoldi e Giorgio Magliulo (NOI CREDEVAMO)

Gregorio Paonessa e Marta Donzelli per Vivo Film (Italia), Susanne Marian e Philippe Bober per Essential Filmproduktion (Germania), Gabriella Manfrè per Invisibile Film (Italia), Elda Guidinetti e Andreas Pfaeffli per Ventura Film (Svizzera) (LE QUATTRO VOLTE)

MIGLIORE MUSICISTA:

Rita Marcotulli, Rocco Papaleo (BASILICATA COAST TO COAST)

Umberto Scipione (BENVENUTI AL SUD)

Teho Teardo (IL GIOIELLINO)

Fausto Mesolella (INTO PARADISO)

Hubert Westkemper (NOI CREDEVAMO)

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE:

«Mentre dormi» testi di Gimmi Cantucci e Max Gazzè musica e interpretazione di Max Gazzè (BASILICATA COAST TO COAST)

«L’amore non ha religione» musica, testi, interpretazione di Luca Medici (CHE BELLA GIORNATA)

 «Immaturi» musica, testi, interpretazione di Alex Britti (IMMATURI)

«Capocotta Dreamin’» musica di Maurizio Filardo testi e interpretazione di Massimiliano Bruno e Marco Conidi (NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE)

«Qualunquemente» musica di Peppe Voltarelli, Salvatore De Siena, Amerigo Sirianni, testi di Peppe Voltarelli, Antonio Albanese, Piero Guerrera, interpretata da Antonio Albanese (QUALUNQUEMENTE)

MIGLIORE DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA:

Vittorio Omodei Zorini (20 SIGARETTE)

Luca Bigazzi (IL GIOIELLINO)

Renato Berta (NOI CREDEVAMO)

Fabio Cianchetti (LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI)

Arnaldo Catinari (VALLANZASCA GLI ANGELI DEL MALE)

MIGLIOR FILM EUROPEO:

Another Year di Mike Leigh

Il discorso del re di Tom Hooper

In un mondo migliore di Susanne Bier

Uomini di Dio di Xavier Beauvois

Il segreto dei suoi occhi di Campanella

MIGLIORE SCENOGRAFO:

Francesco Frigeri (AMICI MIEI COME TUTTO EBBE INIZIO)

Paola Comencini (BENVENUTI AL SUD)

Paki Meduri (INTO PARADISO)

Emita Frigato (NOI CREDEVAMO)

Tonino Zera (VALLANZASCA GLI ANGELI DEL MALE)

MIGLIOR COSTUMISTA:

Alfonsina Lettieri (AMICI MIEI COME TUTTO EBBE INIZIO)

Nanà Cecchi (CHRISTINE CRISTINA)

Francesca Sartori (LA PASSIONE)

Ursula Patzak (NOI CREDEVAMO)

Roberto Chiocchi (VALLANZASCA GLI ANGELI DEL MALE)

MIGLIORE TRUCCATORE:

Vincenzo Mastrantonio (AMICI MIEI COME TUTTO EBBE INIZIO)

Lorella De Rossi (GORBACIOF)

Vittorio Sodano (NOI CREDEVAMO)

Gianfranco Mecacci (LA PASSIONE)

Francesco Nardi, Matteo Silvi (VALLANZASCA GLI ANGELI DEL MALE)

MIGLIORE ACCONCIATORE:

Ferdinando Merolla (AMICI MIEI COME TUTTO EBBE INIZIO)

Maurizio Tamagnini (CHRISTINE CRISTINA)

Aldo Signoretti (NOI CREDEVAMO)

Teresa Di Serio (QUALUNQUEMENTE)Massimo Gattabrusi (LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI)

Claudia Pallotti, Teresa Di Serio (VALLANZASCA GLI ANGELI DEL MALE)

MIGLIORE MONTATORE:

Alessio Doglione (20 SIGARETTE)

Jacopo Quadri (NOI CREDEVAMO)

Mirco Garrone (LA NOSTRA VITA)

Francesca Calvelli (SORELLE MAI)

Consuelo Catucci (VALLANZASCA GLI ANGELI DEL MALE)

MIGLIORE FONICO DI PRESA DIRETTA:

Mario Iaquone (20 SIGARETTE)

Francesco Liotard (BASILICATA COAST TO COAST)

Gaetano Carito, Maricetta Lombardo (NOI CREDEVAMO)

Bruno Pupparo (LA NOSTRA VITA)

Paolo Benvenuti, Simone Paolo Olivero (LE QUATTRO VOLTE)

di Donata Carelli

A Los Angeles trionfano Muti … e l’Unità d’Italia

Posted by Donata Carelli On febbraio - 14 - 2011 Commenti disabilitati

Forse il più bel regalo che si poteva fare per i 150 di Unità d’Italia, in una location davvero al di sopra di ogni sospetto: lo Staples Center di Los Angeles. È quanto accaduto alla 53esima edizione dei Grammy Awards, gli Oscar della musica, ma andiamo con ordine e vediamo perché l’Italia ha conquistato i riflettori. La cerimonia, condita come da tradizione, da effetti speciali, ospiti d’eccezione e red carpet, ha visto trionfare Eminem, i Lady Antebellum, i Muse ed una contestata Lady Gaga. Pare infatti che l’artista, giunta celata all’interno di un uovo opalescente azzurrino scortata su una portantina da una dozzina di servitori e ancelle adoranti, abbia infiammato le colonne della critica per il plagio, a detta di molti, incontrovertibile del brano “Born this way” troppo simile al noto “Express yourself” di Lady Ciccone. Certo Madonna ha tutta l’aria di chi non abbia timore a difendersi, pertanto staremo a vedere. Oltre alle apprezzate esibizioni di star internazionali come Barbra Straisand, Husher, Christina Aguilera, Bob Dylan,  è tornato ad esibirsi sul palco niente di meno che il baronetto di Sua Maestà Sir Mick Jagger. Elegantissimo in giacca verde petrolio e pantaloni neri, il “Rolling man” alla tenera età di 67 anni, ha reso omaggio a Solomon Burke con un elettrizzante “Everybody Needs Somebody to Love” cantata tra una corsa ed un salto sull’ampio palco, premiato da una valanga di applausi ed una prolungata standing ovation.

Ma veniamo al  risultato italiano, ottenuto in ambito classico. Di certo il clamore suscitato non è stato lo stesso degli altri Grammy (anche perché questa sezione di premiati ha preceduto la diretta televisiva), ma la portata dell’evento è straordinaria, specie nelle condizioni poco serene in cui è maturata. Solo pochi giorni fa, infatti, il Maestro Riccardo Muti era stato ricoverato per un ennesimo malore durante le prove in studio con la Chicago Symphony Orchestra (CSO) di cui è Direttore stabile dal gennaio 2009.  Proprio in occasione del suo “insediamento” a Chicago, Muti diresse la CSO in una memorabile esecuzione del Requiem di Verdi senza forse immaginare che avrebbe ottenuto il suo primo Grammy Award come Miglior album classico dell’anno.

Purtroppo il malore non è stato passeggero e Muti è stato successivamente sottoposto ad intervento presso il Northwestern Memorial Hospital di Chicago da dove, pochissime ore fa, è stato dimesso. E dal suo letto il Maestro Muti deve aver seguito la cerimonia di premiazione e quel lungo applauso di partecipazione a lui diretto da tutto lo Staples Center .

Con Muti hanno trionfato non solo la musica classica ed un Maestro che ci invidia tutto il mondo ma anche l’opera del nostro più grande  compositore nazionale, Giuseppe Verdi, così intimamente legato alla nostra storia risorgimentale. Difficile pensare che la giuria americana non abbia indirettamente voluto onorare i 150 dell’Unità d’Italia premiando il Requiem di un compositore il cui nome, nel 1800, riempiva piazze e strade non solo con le sue note ma persino sui muri col suo cognome per il celebre acrostico creato ad arte “Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia”.

E così, mentre in Italia si dibatte piuttosto indecorosamente su come festeggiare o non festeggiare l’Unità nazionale, a Los Angeles i riflettori si sono accesi meritatamente sul Maestro Riccardo Muti e sul Maestro Giuseppe Verdi,  aiutandoci a non dimenticare come questo nostro Paese, nel passato e nel presente, sia stato reso migliore da grandi uomini dell’arte e della cultura.

di Donata Carelli

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