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Archive for the ‘Cinema’ Category

Berlino: Franco Battiato presenta “Haendel”

Posted by Redazione On febbraio - 21 - 2012 ADD COMMENTS

E’ stato presentato oggi al Festival di Berlino “Haendel” il film scritto da Francesco Ferracin, Raffaele Rinaldi e Franco Battiato. Alla conferenza stampa, al Cinema Babylon di Berlino, erano presenti: Franco Battiato e Francesco Cattini, produttore associato, Teresina Moscatiello e Simone Orlandini della casa di produzione tedesca Rebis Film, Francesco Ferracin co-sceneggiatore e di Johannes Brandrup, l’attore tedesco protagonista.

Sarà, infatti, Brandrup a vestire i panni del compositore barocco Georg Friedrich Haendel accanto a Willem Dafoe nel ruolo del barone Kielmannsegg. L’inizio delle riprese del film è previsto per l’autunno 2012 e ritrarrà la vita di Haendel fra Roma, Londra e Germania, in una co-produzione Rebis Film GmbH, di Berlino, e l’Ottava srl.

Come definito dai produttori di Rebis il film è una “vera produzione europea“, fedele allo spirito di Haendel, cittadino d’Europa, nato in Sassonia (Germania), vissuto a Roma, Venezia e in Inghilterra. Battiato, che ha definito la musica di Haendel “sublime”, ha raccontato di aver passato molto tempo a studiare la vita di Haendel attraverso biografie e fonti dell’epoca per essere in grado di catturare l’essenza del genio grande musicista. Il progetto ha il supporto di Film Commission Roma&Lazio, del network CRC (Capital Regions for Cinema) e dell’Istituto Italiano di Cultura di Berlino.

Hugo Cabret. Vivere una favola

Posted by Donata Carelli On febbraio - 11 - 2012 ADD COMMENTS

Ha il sapore di un sogno sempre accarezzato, ad occhi aperti, questa pellicola che Martin Scorsese ha voluto dedicare al meraviglioso mondo della Settima Arte, il cinema.

Prima volta con un film per ragazzi, prima volta con il 3D, Scorsese, regista che certo ama le sfide, si trova quest’anno in un curioso agone da Oscar: il suo omaggio americano agli albori del cinema francese si scontra con “The Artist” di Michel Hazanavicius, omaggio francese al cinema muto americano. 11 nominations il primo, contro le 10 del secondo. Vedremo chi la spunterà davanti a questo doppio reciproco“inchino”, per dirla con un termine attuale. Certo è che tutto in questo film è grandioso e magniloquente, a partire dalla fotografia di Robert Richardson, proseguendo con la scenografia e i costumi, opera della premiata coppia da Oscar Ferretti-Lo Schiavo.

Forse l’unico vero neo è proprio la sceneggiatura. La storia infatti del giovane Hugo si snoda farraginosa, lacunosa e tutto sommato gratuita nel voler incastrare a tutti costi realtà e finzione. Rimasto orfano dell’amatissimo padre (Jude Law) , Hugo, interpretato dall’espressivo Asa Butterfield, (“Il bambino con il pigiama a righe 2008) si  muove con la consumata disinvoltura di un picaro tra i binari e il sottotetto di in una stazione parigina anni ’30. Romanticamente liberty con le pensiline di ferro battuto a motivi floreali ed i vetri a tessere colorate, la stazione è una sorta microcosmo incantato di un’umanità appena uscita dalla prima guerra mondiale, dove il tempo scandito da un esercito di orologi non è tiranno ma anzi dispensatore di una piacevole routine finalmente ritrovata.

La ferita invece impressa  dalla Grande Guerra è metaforicamente ravvisabile proprio nel tutore meccanico che Sacha Baron Cohen (Borat), diabolico ispettore ferroviario, si trascina con malcelato imbarazzo. C’è la giovane e romantica fioraia, il libraio interpretato da Christopher Lee, l’anziana signora col cagnetto sempre accanto ed un corteggiatore timido ma indefesso. Tanti bozzetti, uno legato all’altro, giorno dopo giorno, nella ritrovata quotidianità del dopo-guerra. Forse il concetto più romantico espresso per bocca dell’innocente Hugo è che il mondo è un immenso complicatissimo ingranaggio all’interno del quale ognuno di noi, nessuno escluso, ha il suo posto preciso.

Quando quel posto non lo si trova più, quando ci si sente “rotti”, fuori posto, la chiave della soluzione  può venire proprio da un sogno, una passione, l’amore di una vita: l’amore per il cinema, sembra voglia dirci Martin Scorsese. E così Hugo, dopo aver a lungo cercato la sua chiave, la troverà per magia tra le mani di una ragazzina che lo porterà dritto dritto da Georges Méliès. Già attore di teatro, illusionista, Méliès rappresenta il talento istrionico per antonomasia del primo cinema francese e “Viaggio sulla luna” (1902), qui insistentemente ricordato,  fu  il suo capolavoro indiscusso di ben 14 minuti, quando le pellicole duravano non più di un paio.

Tra luci, scoppi, fondali, effetti tanto elementari da suscitare nostalgia di quel cinema pioniere di inizio secolo, lo spettatore dimentica la quasi totale assenza di coerenza nella storia  e si fa volentieri trascinare da Scorsese in un viaggio splendido dove la magia della celluloide regala sogni a non finire. Insomma, si perdona tutto ad “Hugo Cabret”, a patto che si sia disposti ancora a vivere una favola.

di Donata Carelli

Le nomination agli Oscar

Posted by Vito DiVentura On gennaio - 24 - 2012 1 COMMENT

Poco fa è stato dato l’annuncio ufficiale delle nomination dell’84esima edizione degli Oscar, per le varie categorie. Ad annunciarle, sul sito youtube dell’Academy , sono stati Jennifer Lawrence e il Presidente dell’Academy Awards, Tom Sherak.

Come tutte i sondaggi che si rispettano, anche questi sono stati ribaltati. Così, mentre tutti davano per primo The Artist, un film francese che parla della transizione di Hollywood dal cinema muto a quello parlato, le nomination ufficiali invece hanno premiato il film Hugo, lettere d’amore di Martin Scorsese ai primi giorni del cinema, che ha ricevuto ben 11 nomination; seguono “The Artist” con 10, “Moneyball” con 6, a pari merito con “War Horse” (Cavallo da guerra), Paradiso Amaro con 5, a pari merito con “Millenium”, “Uomini che odiano le donne”, seguono “The Help” (K’Aiuto) con 4 a pari merito con “Midnight in Paris” (Mezzanotte a Parigi) di Woody Allen.

A contendersi la statuetta d’oro come miglior attore protagonista saranno: Demián Bichir “A Better Life”, George Clooney “The Descendants”, Jean Dujardin “The Artist”, Gary Oldman “Tinker Tailor Soldier Spy” e Brad Pitt “Moneyball”.

Miglior attrice protagonista sono risultate: Glenn Close “Albert Nobbs”, Viola Davis “The Help”, Rooney Mara “The Girl With The Dragon Tattoo” , Meryl Streep “The Iron Lady”, Michelle Williams “My Week with Marilyn”.

Gli organizzatori hanno annunciato che quest’anno saranno in vigore anche restrizioni agli eventi sociali miranti ad accaparrare voti prima della grande notte. Le nuove regole vietano ai membri della commissione di partecipare a party organizzati dalle compagnie cinematografiche, dopo l’annuncio delle nomination, mentre sono comunque autorizzati a partecipare alla selezione, cui prendono parte anche gli attori.

L’84esima edizione dell’Academy Awards, la notte degli Oscar, si terrà Domenica 26 febbraio prossimo presso il Kodak Theatre, di Hollywood. A presentare sarà l’attore, regista, sceneggiatore, comico e produttore cinematografico Bill Crystal, al posto di Eddie Murphy,  inizialmente scelto. L’attore, 63enne, ha già presentato ben 8 edizioni, l’ultima nel 2004.

di Vito Di Ventura

La talpa. Se l’eleganza da sola non basta…

Posted by Donata Carelli On gennaio - 24 - 2012 Commenti disabilitati

D’accordo, l’ultimo film dello svedese Tomas Alfredson è, al di sopra di ogni sospetto,  elegante, curatissimo negli interni, raffinata l’atmosfera. La fotografia avvolge lo spettatore sin dai primi fotogrammi con ambienti cupi, illuminati da una luce livida e razionata, quasi fosse più un noir che una spy story.  Inizialmente viene quasi da dire chapeau al regista che catapulta lo spettatore nella dimensione dell’algida contrapposizione scaturita dagli ultimi esiti della Guerra Fredda. Indubbiamente lodevole la prova attoriale del cast, in testa un Gary Oldman che ricorda tanto il Tony Servillo de “Le conseguenze dell’amore”, granitico nella mimica, monolitico nelle espressioni.

Troppo sfumato Colin Firth il cui ruolo non è sapientemente valorizzato. Dov’è il peccato originale di questa pellicola? Presto detto. Il film, il cui titolo originale è “Tinker Tailor Soldier Spy” -operaio, sarto, soldato e spia- è la  trasposizione di un celebre romanzo di John Le Carrè e la sensazione è che lo scrittore, che guarda caso compare anche come produttore esecutivo, abbia eseguito un controllo assoluto sulla pellicola, imponendo la fedeltà assoluta alla pagina scritta. A questo punto è d’obbligo la citazione del grande sceneggiatore Ugo Pirro – già autore della sceneggiatura del film Premio Oscar “Il giardino dei Finzi Contini”, tratto dal celebre romanzo di Giorgio Bassani- il quale, alla domanda “Maestro, come ci si regola davanti alla trasposizione di un grande romanzo sul grande schermo?” Senza esitazione rispondeva “Leggilo due volte e dimenticalo”. Quella che, ad un profano, potrebbe sembrare la superbia della celluloide, è invece la ricetta collaudata di chi sa bene che carta e grande schermo hanno regole diverse. E così, minuto dopo minuto, il film di Alfredson si adagia, aumentano le smagliature in un fluire che non ha ritmo, si avvolge attorno a se stesso, infinitamente frazionato dai troppi flashback, schiacciato da un non-finale abbondantemente annunciato e pertanto privo di mordente. All’uscita dalla sala, sguardi persi, delusi dal cast stellare che prometteva faville. La trama, già di per sé, complessa rimane ostica ai più e qualcuno azzarda timidamente “Io a un certo punto mi sono un po’ perso…”. Forse meglio leggere il romanzo di Le Carrè.

di Donata Carelli

Federico Fellini: Buon compleanno maestro

Posted by Licia Esposto On gennaio - 20 - 2012 Commenti disabilitati

Google decide di omaggiare il grande maestro del cinema italiano, che proprio oggi avrebbe compiuto 92 anni. Il doodle di oggi lo rappresenta accanto alla sua preziosa cinepresa, inseparabile oggetto, egli dedicò infatti tutta la sua vita al cinema. Nasce a Rimini il 20 gennaio del 1920 e muore a Roma il 31 ottobre del 1993, ma le sue opere lo hanno reso immortale, nello stesso anno della sua morte gli viene conferito l’Oscar alla carriera per la sua attività da cineasta. Uno dei più grandi cineasti della storia del cinema mondiale, vincitore di quattro premi Oscar al miglior film straniero, come non parlare di lui nel giorno del suo compleanno!

Regista geniale che ha reso il nostro cinema grande, ancora oggi un punto di riferimento per molti e motivo di orgoglio del nostro Paese. La filmografia di Fellini regista è composta da 24 titoli girati fra il 1950 al 1990, patrimonio inestimabile della cultura del nostro secolo.

Il logo di Google è semplice e soprattutto lo ritrae in bianco e nero, come fosse in una scena di uno dei suoi film.

Figlio di Ida Barbiani, romana, e Urban, originario di Gambettola rappresentante di vendita di dolciumi e liquori. Mentre compie gli studi liceali, il futuro regista comincia ad essere conosciuto come vignettista, infatti, per promuovere i film, il famoso cinema Fulgor gli commissiona famosi ritratti. Dai primi mesi del 1938 inizia la collaborazione con il quotidiano “La Domenica del Corriere”, ma la collaborazione più duratura è quella che riesce a stabilire con il settimanale politico-satirico Il 420 sul quale pubblica numerose vignette e rubrichette umoristiche, sino alla fine del 1939, anno nel quale si era trasferito a Roma con la scusa di frequentare l’Università.

L’ambiente romano riserva per lui molti incontri e occasioni che gli permetteranno di mettersi in mostra. A Roma inizia lavorando in radio, un’esperienza da ricordare perché segna il suo esordio nel mondo dello spettacolo, nonché l’inizio del sodalizio artistico e affettivo con Giulietta Masina, la protagonista di uno dei suoi film memorabili La Strada del 1954 con l’attore Anthony Quinn.

Il film fu girato in parte nel famoso Circo Saltanò, l’ambiente circense rappresenta un emblema della sua poetica che tende a vedere il mondo in bilico tra finzione e realtà, e la vita come un viaggio itinerante.

Fellini giunge al debutto assoluto come regista, con lo Sceicco Bianco del 1952 con Michelangelo Antonioni come coautore  ed Ennio Flaiano coautore della sceneggiatura ed un grande ed eccellente Alberto Sordi.

Flaiano rimarrà il suo inseparabile aiuto sceneggiatore, un grande poeta presente in quasi tutti i suoi film e anche nel suo film più famoso La dolce vita del 1960, per il quale Fellini ha vinto La Palma d’Oro al 13° Festival di Cannes.

Questo film rivoluziona i canoni estetici del cinema, viene definito dallo stesso maestro un  film “picassiano” come “comporre una statua per romperla a martellate”, aveva dichiarato. La pellicola, che abbandona gli schemi narrativi tradizionali, desta scalpore e polemiche perché, oltre a illustrare situazioni fortemente erotiche, descrive con piglio graffiante una certa decadenza morale tipica nel benessere economico ormai acquisito dalla società italiana. Interprete del film, insieme con Marcello Mastroianni la svedese Anita Ekberg.

Sulla scia della rivoluzionaria tecnica estetica di questo film realista e surreale allo stesso tempo, ricordiamo i due capolavori 8 1/2 e Amarcord, di quest’ultimo Fellini afferma: “Mi sembra che i personaggi di Amarcord, i personaggi di questo piccolo borgo, proprio perché sono così, limitati a quel borgo, e quel borgo è un borgo che io ho conosciuto molto bene, e quei personaggi, inventati o conosciuti, in ogni caso li ho conosciuti o inventati molto bene, diventano improvvisamente non più tuoi, ma anche degli altri”.

Un grazie a Google per averci dato l’occasione di ricordare un grande personaggio della cultura italiana e ci ha fatto venire voglia di rivedere qualcuna delle sue pellicole in bianco e nero.

Buon Compleanno maestro!!

di Licia Esposto

Anche Milano per la prima di “I don’t think”, film sui Chemical Brothers

Posted by Andrea Centenari On gennaio - 17 - 2012 Commenti disabilitati

Anche Milano è stata inserita nella lista delle venti città che ospiteranno la prima di “I don’t think”, film-documentario sul concerto tenuto dai Chemical Brothers al festival giapponese Fujirock lo scorso 31 Luglio. La capitale lombarda si va ad aggiungere alla lista che vede già, tra le altre, città come Londra, Tokyo, Parigi, Los Angeles e New York.

La pellicola, diretta dal regista Adam Smith, sarà presentata il 26 Gennaio al Cinema Arcobaleno di Milano e promette di catapultare lo spettatore nel bel mezzo di un concerto dei Chemical Brothers, grazie alle 20 telecamere sparse tra il pubblico e il palco e ad un audio Dolby Sorround 7.1 remixato dagli stessi Chemical Brothers.

“Dopo 18 anni di lavoro sui Chemical Brothers siamo finalmente riusciti a catturare un loro live in un film” – ha dichiarato Smith - “Si potrebbe quasi dire che quest’opera include 18 anni di lavori. Lo scopo era di creare un nuovo tipo di film-concerto, per offrire uno show del tutto differente. Ho voluto filmare sia la prospettiva dello show visto dal bel mezzo della folla, sia gli effetti visivi utilizzati quella notte, così da mostrare come musica ed immagini agiscano a livello emotivo e diventino un tutt’uno con il pubblico”.

“Don’t think” è stato prodotto dalla Black Dog Films, ramo “videomusicale” degli associati di Ridley Scott, già regista di “Alien” e “Blade Runner”.

E’ possibile prenotare i biglietti per lo spettacolo al seguente indirizzo: http://www.crea.webtic.it/Spettacolo_ARCOBALENO%20MULTISALA_5066_DonTThink_982.aspx

di Andrea Centenari
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The Help, per chi ama il vintage prossimamente nei cinema

Posted by Licia Esposto On gennaio - 17 - 2012 Commenti disabilitati

Siamo nel Mississipi negli anni Sessanta: una giovane ragazza bianca Eugenia “Skeeter” Phelan, terminato il college, torna a casa ma si sente cambiata, diversa. The Help, fresco di Golden Globe a Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista, in arrivo il 20 gennaio finalmente anche in Italia, è una storia che narra di razzismo visto con disincanto.

Per la madre della protagonista il fatto che Skeeter si sia laureata conta ben poco, perché vuole semplicemente un buon matrimonio per la figlia. Ma Skeeter, interpretata da una solare Emma Stone, cambiata dall’esperienza universitaria, non si accontenta e mette a soqquadro il piccolo paesino sul Mississipi a causa delle sue idee sovversive che pretendono di considerare i neri come i bianchi.

Skeeter intende dare voce alle domestiche nere, che l’hanno cresciuta, che vivono nelle grandi case dei ricchi badando alle ragazzine dell’alta borghesia americana, tanto che decide di voler scrivere un libro narrato dal punto di vista delle collaboratrici domestiche di colore, ma queste le faranno resistenza, almeno inizialmente.

Domestica di terza generazione, che a 53 anni si è presa cura di 17 bambini, Aibileen Clark trova il coraggio di sfidare le convenzioni dei primi anni ’60. Aibileen è stata una domestica per tutta la vita lavorando nelle case dei bianchi di Jackson. Ha allevato anche un figlio proprio, tragicamente e ingiustamente ucciso in un incidente. Depressa per la morte del suo unico bambino, Aibileen attinge la propria forza dalla sua fede e dalla sua migliore amica Minny. Con silenzioso coraggio e dignità, lavora come domestica presso la famiglia Leefolt, prendendosi cura della loro bambina, Mae Mobley. Skeeter vuole intervistarla per il suo libro, lei non è d’accordo o meglio ha paura, ma si lascia conquistare dalla spontaneità della ragazza e Aibileen si apre e racconta la sua storia per la prima volta nella sua vita.

Kathryn Stockett, autrice del libro da cui è tratto il film, spiega di essere cresciuta “negli anni 70 a Jackson, la cittadina del film. Nella nostra famiglia c’è stata una donna di colore che ha lavorato per 32 anni a casa nostra e ha avuto un impatto enorme su di me”. Non si tratta di un kolossal ma negli Stati Uniti è stato un trionfo.

La storia esplora i temi del razzismo e del perbenismo di facciata delle famiglie del Sud, ma con un tono leggero dato anche dall’attenzione agli abiti e alle ambientazioni.

Il film è in perfetto stile anni ‘60: abiti sartoriali, gonne a ruota, occhiali a farfalla Dior, perle alla Coco Chanel.

Forte di un cast corale tutto al femminile di grandi nomi, la pellicola di Taylor concentra volutamente tutta la sua potenza nelle ottime interpretazioni delle sue attrici protagoniste, di cui ci divertiamo a notare lo stile impeccabilmente 60’s. Sono le perfette caratterizzazioni fornite dalla bravissima Viola Davis e da un ancor più brava Octavia Spencer a catalizzare la massima attenzione di noi spettatori nel profondo della storia, le due attrici sono chiamate ad incarnare due personalità fragili e forti in modo diverso.

Il film incuriosisce, ne consiglio la visione!

di Licia Esposto

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