Ad accogliere il pubblico della mostra milanese Tiziano e la nascita del paesaggio moderno inaugurata il 16 febbraio a Palazzo Reale è una lettera autografa di Tiziano Vecellio, datata 1552.
Nel documento, indirizzato dal pittore di Pieve di Cadore al futuro re di Spagna Filippo d’Asburgo, viene utilizzata per la prima volta la parola “paesaggio”, definendo da questo momento in poi quell’insieme di spazi naturali e antropizzati che in precedenza era chiamato “paese”, per cui i dipinti che lo contenevano (spesso solo a livello di sfondo) erano definiti “quadri di paesi”.
Al centro della mostra quindi il paesaggio d’età moderna, sempre più preso in considerazione a partire dall’ultimo quarto del Quattrocento, con i precoci ed elevatissimi casi dei due maestri di Tiziano: Bellini e Giorgione. Da un lato proprio Giovanni Bellini con la sua tavola della Crocifissione con cimitero ebraico (1475-80) è tra i primissimi a raffigurare armoniosamente l’abitato e la campagna in una sorta di sensazione panica tra mulini ad acqua, orti, mura, coltivazioni e resa dell’ora e delle stagioni in tutta la loro verità; dall’altro Giorgione nella celebre Prova del fuoco di Mosè degli Uffizi (1496) bandisce l’intervento umano per mezzo dell’agricoltura per lasciare un’ariosa campagna veneta come fosse cresciuta spontaneamente, priva di campi coltivati.
La cinquantina di dipinti presenti con più o meno ampie parti di paesaggio permette un interessante confronto sul tipo di terreno rappresentato tra XV e XVI secolo, un terreno che i veneti, forse per la loro vicinanza all’acqua da cui deriva una particolare sensibilità cromatica, tendono a rendere vero humus. La terra è rappresentata come fonte di vita floreale ai piedi della Santa Caterina d’Alessandria (1495-97) di Marco Basaiti, risulta scura e ombrosa nella Musica nel paesaggio (1517) di Giovanni Cariani, mentre è dipinta come piccola proda erbosa nella Madonna con Bambino tra i santi Caterina e Domenico e il donatore (1513) di Tiziano.
Il paesaggio rimanda inoltre al perenne rapporto – scontro tra uomo e natura da cogliere nei villaggi di foggia nordica arroccati sullo sfondo della Madonna con Bambino e i santi Costantino, Elena e Giovannino (1516-20) di Bonifacio Veronese, così come nel David e Gionata (1505-10) di Cima da Conegliano dove l’armoniosa e ordinata vita cittadina si alterna all’asprezza di un castello difensivo e lo spazio non è più sfondo di secondaria importanza, ma viene promosso pienamente ad ambiente.
Nella seconda sala i brani paesaggistici rinascimentali diventano poi suggestive ambientazioni di episodi mitologici e allegorici, sulla scia della fortunatissima circolazione del manoscritto Arcadia di Jacopo Sannazzaro degli anni ’80 del Quattrocento, la cui pubblicazione cinquecentesca a Venezia estenderà il tema bucolico di virgiliana memoria. Il protagonista compie un viaggio iniziatico in Arcadia (luogo vicino e allo stesso tempo lontano da Napoli), immerso in una vita paradisiaca tra i pastori legata all’alternarsi delle stagioni e delle vicende amorose; Arcadia è così il libro simbolo della ricerca di un rifugio, di un’innocenza perduta e del mito come bellezza poetica, con la conseguente rivalutazione di soggetti pastorali e temi classici sovente tratti dai libri delle Metamorfosi ovidiane. È il caso dell’anonimo Apollo e Dafne (1520) della Pinacoteca Manfrediana di Venezia, in cui una lontana era mitica è fatta di selvatici luoghi esterni e più ordinati borghi abitati stagliati su un tramonto armoniosamente aranciato legato al tema matrimoniale (occasione della realizzazione dell’opera).
Altri mitici episodi sono rievocati nell’Allegoria della vittoria della civiltà umana sugli istinti, attribuita alla cerchia di Giorgione (1510) dove la musica si fonde nel paesaggio arcadico animato da Apollo incoronato d’alloro e il satiro Marsia intento al flauto, e nel Paride abbandonato sul Monte Ida (1505) di un seguace di Sebastiano del Piombo, la cui brutale vicenda è sopraffatta da un’alta carica di liricità.
Tra le tele della terza sala, il curatore della mostra Mauro Lucco ha scelto la Ninfa al bagno (1515-18) di Palma il Vecchio come emblema della consustanziazione tra figura e orizzonte. “Era ormai maturo il tempo – ha dichiarato in occasione dell’inaugurazione – perché il paesaggio lasciasse la realtà per entrare nella fantasia”. Una Venere non pretesto, dunque, ma abbracciata dal paesaggio grazie alla lezione arcadica ben interiorizzata da parte della pittura veneta, dando ampi spunti per successive figure femminile nude distese in primo piano, tra tutte la Flora con Genova sullo sfondo di Jan Massys (post 1552) conservata a Stoccarda e purtroppo prudentemente non prestabile per motivi di conservazione della tavola.
L’ambiente agreste è anche felice collocazione della lunga tavola orizzontale con Nascita di Adone di Tiziano che suggerisce una straordinaria estensione dell’orizzonte visivo valida anche per le altre tre opere tizianesche esposte: il Tobiolo e l’angelo (1512-14) dalle scure ali spiegate contro il cromatismo tizianesco, l’Orfeo e Euridice (1510-15) dai coerenti colori terrosi delle zolle ben costruite e l’Adorazione dei Magi (1510-11) alla cui base sono posti tronchi d’albero ed erbe selvatiche in ricordo del V canto dell’Arcadia di Sannazzaro.
Fondamentale tipologia di paesaggio in alcune tele esposte è il giardino, immagine armoniosa dell’Eden e spazio perfetto che l’uomo ricrea ordinando la natura di per sé incolta e selvatica. Splendidi esempi del secondo Cinquecento sono in tal senso il Noli me tangere (1552-53) dell’olandese Lambert Sustris che qui inserisce lussureggianti passeggiate all’ombra di strutture di verzura e frutta, fontane e statue in una lunga prospettiva tutta esterna; Sustris è anche autore della decorazione ad affresco della villa dei Vescovi a Lusignano di Torreglia, su modello delle ville di delizie dell’antichità classica riservate agli otia studiosi, ai trattenimenti e alle feste in giardino; sono questi temi comuni al fiammingo Lodewijk Toeput detto Ludovico Pozzoserrato la cui puntuale rappresentazione pittorica del Concerto in giardino (1595-1600) manifesta la civiltà delle ville venete con abiti, acconciature, gioielli, strumenti musicali tanto cari al Pozzoserrato da essere inseriti identici in più tele (elementi certamente riconoscibili si trovano nell’inedito Banchetto in un giardino in collezione privata, esposto a Palazzo Bianco a Genova in occasione dell’Euroflora 2011).
Dopo la Susanna e i vecchioni (1517) di Lorenzo Lotto e tele di Jacopo Bassano, Paolo Fiammingo e Giovanni Cariani, ultimo capolavoro lasciato a conclusione del percorso espositivo è il biondo Narciso (1550-60) di Tintoretto intento a specchiarsi nell’acqua, dove l’artificiale paesaggio acquisisce uno scopo decorativo, superando la primitiva concezione di sfondo che via via sia era scoperto ambiente, sussidio alle scene e poi soggetto pittorico.
Questo e altro alla mostra milanese aperta fino al 2 maggio prossimo, corredata dal catalogo GAmm Giunti e posta sotto il patrocinio del Fondo Ambiente Italiano.
Sara Garaventa