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Vengono internati tutti i cittadini nippo-americani

By   /   19 Febbraio 2021  /   Commenti disabilitati su Vengono internati tutti i cittadini nippo-americani

Il 19 febbraio 1942, 2 mesi dopo l’attacco di Pearl Harbour (7 dicembre 1941), il Presidente democratico degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt emanò l’ordine esecutivo 9066, con il quale tutti i cittadini di origine giapponese venivano considerati potenzialmente nemici e possibili spie.

Iniziò così la deportazione, durata fino al 1944, di circa 120 mila nippo-americani della costa occidentale nei 10 “campi di reinsediamento del periodo di guerra” (Tule Lake, Manzanar, Poston, Gila River, Topaz, Minidoka, Heart Montana, Granada, Rohwer, Jerome). 

All’improvviso da “buoni americani“, famiglie felici, piccola e media borghesia, lavoratori laboriosi, divennero un pericolo, sradicati dalle loro abitazioni, fattorie ed esercizi commerciali, privati di tutto e trasferiti con treni, autobus e furgoni presso i centri di raccolta e poi nei relocation centers, situati nelle regioni inospitali e desolate dell’entroterra dell’Ovest.

A soffrire di più questo trattamento fu soprattutto la seconda generazione, Nisei, che avendo frequentato le scuole americane ne avevano abbracciato la cultura, distaccandosi dai genitori, immigrati della prima generazione (Isei).

Stessa sorte toccò di riflesso ai nippo-canadesi che il governo canadese spedì in campi di internamento ma la loro condizione fu più devastante perché, oltre ad essere privati delle proprietà, le famiglie furono separate.

A soffiare sull’opinione pubblica e sull’odio razziale contribuirono i media che con il loro “Jap is Jap”, a significare che i giapponesi restano sempre gli stessi, crudeli e subdoli, portò la quasi totalità degli americani a schierarsi a favore del loro internamento.

Qualcuno si ribellò: Fred Korematsu, un attivista dei diritti civili non accettò di essere deportato, sfidò l’ordine e divenne un fuggitivo, e mosse causa al governo americano. Nella prima sentenza del 1944, la Corte Suprema dichiarò legale l’ordine di internamento e condannò Korematsu per aver eluso l’internamento. Condanna che fu annullata 40 anni dopo dalla Corte Distrettuale degli Stati Uniti, in cui emersero prove che erano state ignorate. 

Nel 2009 a suo nome fu fondato l’Istituto per i diritti civili e delle libertà di tutte le comunità. Il 30 gennaio 2011, al compimento del suo 92esimo compleanno, lo stato della California proclamò il “Fred Korematsu Day”, approvato poi, nel 2015, anche dalla Virginia.

La sentenza Korematsu è stata utilizzata anche nel processo contro il Proclama n. 9645 del Presidente Donald Trump che limitava gli ingressi negli Stati Uniti da parte di persone di diverse nazioni o di rifugiati senza documenti di viaggio validi, impugnato dalle Hawai (Trump vs Hawaii).

Gerald Ford fu il primo presidente ad annullare formalmente l’ordine di internamento e a chiedere scusa a Fred Korematsu, mentre nel 1980 Jimmy Carter nominò un’apposita Commissione che nella sua relazione “Giustizia personale negata” sollecitò il governo a risarcire i danni ai sopravvissuti. Risarcimento che avvenne nel 1998 con il presidente Ronald Reagan (Civil Liberties Act), fissato a 20 mila dollari a ciascun sopravvissuto.

Per mostrare all’opinione pubblica le condizioni dei nippo-americani nei campi di internamento il governo si affidò agli scatti del  noto fotografo Ansel Adams che visitò il campo di Manzanar, tra Los Angeles e San Francisco. Le foto furono pubblicate nel libro “Nati liberi e uguali” perché mostravano tutto secondo il voler delle autorità.

Il loro dramma fu invece ripreso dalla fotografa Dorothea Lange, inviata dalla War Relocation Authiority. I suoi scatti ripresero la realtà della condizione  soprattutto morale degli internati, e perciò mai pubblicate fino al 1988 quando il Congresso aprì gli archivi di Stato.

La vicenda dei cittadini nippo-americani, ma anche italiani e tedeschi, richiusi in campi di internamento, a scopo preventivo, è stata e rimane una delle pagine tristi della storia americana, riconosciuta come un vergognoso errore

di Vito Di Ventura

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