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“TODOS CABALLEROS” ovvero “SIMMO TUTTE PURTUALLE”

By   /   3 Febbraio 2021  /   Commenti disabilitati su “TODOS CABALLEROS” ovvero “SIMMO TUTTE PURTUALLE”

L’espressione spagnola “Todos caballeros” (in italiano “Tutti cavalieri”) è una frase che sarebbe stata pronunciata da Carlo V durante una visita ad Alghero l’8 ottobre del 1541. Le fonti tuttavia non concordano né sulla veridicità della frase, né su quale fosse il reale messaggio del sovrano.

Queste queste locuzioni si attagliano perfettamente ai tempi odierni in cui tutti siamo immersi nei cosiddetti social. Questa nuova modalità di comunicazione, e se proprio vogliamo essere generosi, di socializzazione, ha reso la società del XXI secolo opaca. Non si distingue più uno dall’altro, e non vale più il tanto osannato “uno vale uno”, poi abbandonato miseramente. Sui social siamo diventati tutti uguali, ognuno ritiene di potersi confrontare, alla pari, con tutti. Lo studio, la cultura, il sudore profuso, in anni di studio, sui libri, a scuola, all’università è pari allo zero. E’stato coniato il termine Università della Strada, dove tutti si sono laureati, bighellonando per la città, davanti ad un bar per l’aperitivo, sulla sedia del barbiere o del parrucchiere.

L’offesa personale e l’insulto diretto sono all’ordine del giorno. Guai poi a scontrarsi con un laureato su Google o per la strada, appunto. Basta digitare pochi strafalcioni e come per incanto, in pochi minuti, acquisisci la padronanza tecnica, la competenza ed il linguaggio, scientifico o giuridico, di un medico, di un avvocato o di un economista. Ecco, adesso vengo al punto. Scende in campo Carlo V, il sovrano sui cui domini non tramontava mai il sole. Questi, si narra, ma la cosa non è storicamente provata, durante una visita di Stato ad Alghero, nell’ottobre del 1541, affacciatosi al balcone per salutare la folla acclamante e festante, non sapendo cosa dire o forse perché aveva fretta, dovendo soddisfare un impellente bisogno fisiologico, pronunciò la frase, passata poi alla storia, TODOS CABALLEROS.

“…i social media danno diritto di parola a legioni di [persone] che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.” (U.Eco).

Avvalendosi di questa imperiale licenza, perpetuatasi nei secoli, i caballeros odierni ritengono di poter trattare tutti alla pari. Io però, da buon napoletano per questa gente preferisco un’altra espressione, di pari valenza ma che meglio specifica le qualità e la sostanza di cui sono fatte queste persone. Vengo al dunque. Si raccontava, nella marineria degli inizi del secolo scorso, che un giorno un veliero carico di arance, proveniente dalla Sicilia, affondasse nel porto di Napoli. Dopo poco affiorarono in superficie tutti gli oggetti più leggeri che non rimasero impigliati nello scafo. Tra questi, ovviamente, le arance ed il materiale di sentina che non è altro che il prodotto ultimo del metabolismo alimentare. A questo punto le scibale (o stronzi dal longobardo strunz, sterco) esclamarono all’unisono, colmi di gioia e di orgoglio “allora simmo tutte purtualle” (siamo tutti arance).

Ed eccoci al punto di partenza, tale espressione fa riferimento, è chiaro, a quelle persone che essendo capitate, per puro caso, attraverso i social, in un gruppo di levatura culturale di gran lunga superiore alla loro, pretendono di essere accomunate agli appartenenti a quest’ultimo e di ricevere una considerazione che certamente non gli compete.

di Aniello Angellotti

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