Loading...
You are here:  Home  >  culinaria  >  Current Article

17 gennaio – Festa di Sant’Antonio Abate

By   /   26 Gennaio 2021  /   Commenti disabilitati su 17 gennaio – Festa di Sant’Antonio Abate

In questa ricorrenza dappertutto in Italia si pratica la cerimonia della benedizione degli animali. “Sant’Antonio dalla barba bianca, se non piove, la neve non manca” “ Sant’Antonio la gran freddura, S. Lorenzo la gran calura, l’una e l’altra poco dura”

L’altra sera, dopo una cena frugale in famiglia e durante il meritato momento di riposo sprofondati in una comoda poltrona, giunge lo squillo del telefono e una voce amica, quella di Graziella. Mi ricorda che il 17 gennaio è la festa di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali domestici.Mi torna allora in mente che Sant’Antonio Abate, per i Veneti “Sant’Antonio del porsel”, è  stato caro e venerato nella nostra tradizione contadina. Che emozione! Stimolata dal richiamo, e invogliata ad approfondire subito come il sacro ed il profano si mescolino nella nostra storia e diventino fede popolare, mi metto in moto nella mia biblioteca. Consultando i libri di gastronomia, ho trovato come soddisfare la mia curiosità nel “LUNARIO” di Renato Zanolli (Edizione di Dario De Bastiani 2011). Per parlar del Santo bisogna andare ad un giorno precedente nel calendario e cioè al 2 gennaio, festa di San Bovo e mescolare, riti e miti per provare un affettuoso ricordo della nostra tradizione.

Nelle campagne del basso Veneto c’era la credenza che nel giorno di San Bovo gli animali parlassero tra loro nella lingua degli umani confidando lodi e critiche ai padroni.

Ricordo che, tanti anni fa in visita a Torino alla Veneria Reale, fui molto stupita nel visitare la chiesa nella quale, durante la festa di Sant’Antonio Abate, erano ammessi gli animali per la benedizione del Santo Patrono. L’edificio era allora appena restaurato dopo anni di abbandono e l’accesso non era la consueta scalinata ma una rampa dolce a piccoli dislivelli, adatta proprio all’accesso degli animali.

Il nome del Santo è divenuto sempre più sinonimo di vita rurale e la sua festa è una delle più sentite in tutta la Penisola, con rituali antichi – la benedizione degli animali – e credenze. E, naturalmente, piatti tipici dedicati al Santo: carne e cotiche di maiale e una serie di dolci golosi, frutto delle tradizioni contadine.

 Ora, consultando il volume edito dall’Accademia Italiana della Cucina (AIC) nel 2010 dal titolo “La cucina delle festività religiose”, trovo notizie del Santo nelle varie tradizioni gastronomiche regionali e di un piatto piemontese dal nome misterioso, “scinet an peure” che sarebbe una polentina molle condita con toma e abbondante salsiccia fritta nel burro. Versione nobile della  “polenta pastissada” comune nel Veneto?  In Liguria, per la festa del Santo, si cucinava la “zeaia”. Era funzionale all’utilizzo delle parti di minor valore del maiale e dell’alimentazione casalinga oltre che delle colture orticole delle “fascie”, un piatto registrato dalla A.I.C. ormai desueto per non dire dimenticato. Un paese ligure produce stampi per focaccia e focacce con l’effige del Santo che, oltre ad essere mangiate, vengono appese fuori delle stalle a fini propiziatori. In Lombardia, oltre ad essere protettore di animali, il Santo è guaritore dell’ergotismo e delle affezioni della pelle, cui giova il grasso del maiale.

I piatti legati alla festività: “salamin di verz” e “cazoeula” che si fa, oltre che con il maiale, anche con “colli e curatelle” di oca, anitra e pollo. A Mantova: “chisoler”, tipo si focaccia con acqua, farina, sale e strutto. A Gardone Val Trompia “pan di Sant’Antonio”. In Emilia-Romagna in chiesa oltre agli animali si fa benedire anche il “pan romagnolo” fatto con uvetta, pinoli, cannella e soba. In Umbria il menu consiste in antipasti di salumi, coratella e crostini, tagliatelle e arrosto di maiale.

In Lazio si salano carni fresche da servire su fette di pane a chi porta doni in ricordo del dono di un porcellino che le donne portavano alla dea Diana Lucina (protettrice degli animali domestici e selvatici) sulle vestigia del cui tempio è nata la chiesa di Sant’ Antonio Abate. In Abruzzo per la festa si faceva una grande questua, l’accensione di fuochi e la ridistribuzione degli eccessi dalla questua in una “panarda ”con significato di celebrazione comunitaria: brodo di gallina o vitello, la pentola dei lessi, maccheroni carrati all’uovo con ragù di pecora, pecora alla cottora con fave lesse e dolci.

Tra il sacro e il profano quella di Sant’Antonio Abate era proprio una bella ricorrenza, profondamente vissuta dalla popolazione. Perché non riportarla alla nostra attualità?

                                                                 di Teresa Perissinotto Vendramel

Teresa Perissinotto Vendramel, esperta e appassionata ricercatrice di tradizione culinaria e di usanze del  territorio, da vari anni è  la Delegata dell’Accademia Italiana della Cucina per la Provincia di Treviso. (www.accademia1953.it)

    Print       Email

You might also like...

Giusto non significa necessariamente uguale

Read More →