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Carpe diem

By   /   8 Gennaio 2021  /   No Comments

 (parte seconda, la parte prima è stata pubblicata ieri 7 gennaio 2021)

Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile,il tempo: cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo“.

Riprendiamo la riflessione sui versi di Orazio (Odi 1, 11, 8), vale a dire sulla filosofia di Epicuro (Samo, 341 a.C. – Atene, 270 a.C). La poesia si apre con un ammonimento (versi 1-4), a prima vista banale: nessun uomo o donna può sapere se la sua vita sarà lunga o breve, quindi è inutile porsi questa domanda. (versi 1-4) “Tu non cercare perché non è lecito saperlo quale termine ultimo gli dei mi abbiano e ti abbiano assegnato, o Leuconoe.  E non tentare gli oroscopi babilonesi”.

Lungo oltre i due millenni che ci separano da Epicuro/Orazio l’umanità ha reiterato insistentemente l’interrogativo, tanto più oggi e di questi giorni, sostenuta e sospinta dalla aumentante potenza della scienza. La domanda, a volte, viene riproposta, ieri come oggi, con segno opposto, invocando addirittura il tempo della morte quando la vita diventa dolore insopportabile.

Mia cara Leukonoe, continua il poeta, non possiamo nemmeno rivolgerci agli dei per allontanare un destino infausto. Infatti noi non possiamo sapere se gli dei esistono, ma se esistono, essi trascorrono la loro vita immortale nella perfezione della felicità e per nessun motivo hanno interesse per i nostri affanni. Il problema religioso viene scartato dagli epicurei con un semplice ragionamento: togliendolo come problema. Diciamo che per gli epicurei semplicemente non esiste una dimensione trascendente. Tutto è fatto di atomi eterni che si compongono e scompongono per l’eternità. Oggi un fisico ateo direbbe: siamo un insieme particelle subatomiche, torneremo a essere particelle subatomiche. Tutto lì.

Non parliamo poi di rivolgerci a oroscopi, sacerdoti, maghi, profetesse e oracoli, neppure a quelli, in auge a Roma, degli antichi babilonesi. È implicito che per Orazio l’uso corretto della ragione, già a fondamento della negazione della relazione uomo/dio, a maggior ragione invalida qualsiasi fiducia nei responsi dello zodiaco.

Quindi che fare quando la tua vita trascorre tra pene e dolori? Visto che non ci sono forze sovrannaturali o magiche che decidono della tua sorte a cui rivolgersi per cambiarla. Allora ha senso ribellarsi al destino (personificato da Giove), che senza spiegazioni si accanisce su di te o che decide, magari domani, la fine del tuo percorso terreno? Evidentemente no. Meglio accettare quel che ti accade e che non dipende da te modificare. È l’unico modo per soffrire meno.

Senz’altro è meglio sopportare tutto ciò accadrà, quale che sia.  Sia che Giove abbia stabilito per te molti inverni sia che questo sia l’ultimo, questo che ora affatica il mar Tirreno contro le opposte scogliere.”

Come convitato di pietra, la questione del tempo è pervasiva di ogni passaggio. Sempiterno per gli dei e insondabile, capriccioso, inesorabilmente finito per gli umani. Sembra un invito alla rassegnazione. Ma non è questo l’epicureismo, per il quale all’uomo conviene vivere sempre rivolto al presente.   

S”ii abile, sii saggia, filtra i vini e in questo tempo breve pota la lunga speranza”. Infatti, in  un solo verso Orazio volge in positivo il tempo presente, dando ragione del significato, tutt’altro che passivo, di quel Senz’altro è meglio sopportare tutto ciò accadrà”. Anche se a prima vista sembra il contrario, siamo da tutt’altra parte della visione stoica che pensa che ciò che accade sia necessario che accada, e quindi accetta per costrizione intellettuale ciò che riserva la vita. Per Orazio l’accadere degli eventi sostanzia invece proprio la libertà dell’uomo. Non c’è neppure traccia di quella che sarà la rassegnazione cristiana che, al limite accoglie la sofferenza, come segno di un forte dialogo personale con Dio; di più la sofferenza del Cristo è redenzione per l’umanità.

In breve, l’invito alla ragazza è quello di gustare sempre la sua vita, regolata dall’abilità del lavoro e dalla saggezza (carpe diem). C’è comunque tempo per godere di piaceri semplici come bere un bicchiere di vino ben lavorato e appunto con saggezza, non orientando il  pensiero verso soluzioni irrealizzabili o che, quando possibili, ti mangino l’anima o ti tolgano il tempo per essere felici. Molti commentatori traducono spem longam reseces con taglia la speranza duratura– Ma non è questo il pensiero di Sini che opportunamente traduce con pota la lunga speranza”, come si fa con la vite: si eliminano o si accorciano i tralci per avere frutti migliori. Così coltiviamo la speranza ma quella speranza su cose semplici, cioè, potremmo dire, sempre con i piedi ben piantati per terra. Considera, Leuconoe, il tempo. Vivilo per lo più al presente e gustalo così com’è, perché …..mentre parliamo l’invidioso tempo della vita sarà fuggito. Cogli l’oggi carpe diem e credi il meno possibile al domani”.

                                                                                    di Guido tonietto

Chirurgo generale e vascolare in pensione. Laureato in Filosofia con tesi riproposta nel saggio “La libertà in questione”, Mimesis, 2008

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