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Carpe diem

By   /   7 Gennaio 2021  /   No Comments

(parte prima di due)

Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero”

Trascorro questi giorni destabilizzanti e inquietanti sotto le minacce della pandemia Covid-19 con Mara mia moglie, facendo assieme orto, giardino e cucina. Per lei ci sono poi tante letture, per me queste sono poche e disordinate. Mirato è invece l’ascolto su Youtube di tante lezioni e conferenze. Ho trovato particolarmente in sintonia con i tempi la riflessione del filosofo Carlo Sini su quell’ode di Orazio che contiene la celeberrima espressione carpe diem (Orazio, Odi 1, 11, 8 – 23 a.C.). I latinisti dicono che è una raffinatissima poesia, un vero gioiello. Ma qui la propongo per i suoi contenuti. Leggiamo la poesia.

Tu non cercare perché non è lecito saperlo quale termine ultimo gli dei mi abbiano e ti abbiano assegnato, o Leuconoe. E non tentare gli oroscopi babilonesi. Senz’altro è meglio sopportare tutto ciò accadrà, quale che sia. Sia che Giove abbia stabilito per te molti inverni sia che questo sia l’ultimo, questo che ora affatica il mar Tirreno contro le opposte scogliere. Sii abile, sii saggia, filtra i vini e in questo tempo breve pota la lunga speranza. Mentre parliamo l’invidioso tempo della vita sarà fuggito. Cogli l’oggi, carpe diem, e credi il meno possibile al domani“.

Ripercorriamo rapidamente i tratti biografici essenziali di Orazio (Venosa 65 a.C-Roma 8 a.C.) funzionali a comprendere meglio il testo poetico. Figlio di un modesto proprietario terriero, fu mandato a studiare a Roma e ormai ventenne in Grecia per completare la propria educazione. Senza l’acquisizione della cultura greca era difficile far carriera. Qui conobbe la filosofia di Epicuro, del resto allora in auge a Roma assieme allo stoicismo.

Spirito libero, Orazio prese successivamente partito per Bruto e Cassio, gli uccisori di Cesare, e combatté nella battaglia di Filippi, non ce lo saremmo aspettato, al comando di una legione. Dopo la sconfitta, ebbe salva la vita e rientrò a Roma ma, essendo stato confiscato il podere paterno, dovette trovare lavoro come “impiegato delle tasse”. Cominciò allora a scrivere poesie che vennero all’attenzione di Virgilio che lo presentò a Mecenate di cui divenne amico. Da Mecenate ad Augusto il passo fu breve. L’imperatore a un certo punto lo volle come segretario, ma Orazio rifiutò. Ritiratosi in campagna in una villa regalo di Mecenate, alle rimostranze di quest’ultimo perché non si faceva più vedere a Corte, Orazio si disse pronto a restituirgli la casa: “me l’hai donata perché ne godessi, ma se non posso starci, allora è meglio che tu la riprenda”. I due rifiuti sono indicativi della filosofia epicurea che Orazio aveva fatta propria, vivendo all’insegna di un’aurea mediocritas, dove l’aggettivo dà al sostantivo una connotazione assolutamente positiva. Significa rifiuto di impegno politico o ricerca di cariche prestigiose di particolare visibilità. Egli è per l’otium romano (lo studio), non per il negotium (gli affari). L’idea è quella di starsene tranquillo a coltivare i propri talenti nel luogo dove i meriti personali e la fortuna ti hanno collocato. Le scelte di vita, le sue come le nostre, questo ci dice il poeta, non siano condizionate da passioni e desideri eccessivi, ma si viva liberamente rispetto alle decisioni da prendere giorno dopo giorno. Questa è la premessa indispensabile per il raggiungimento della felicità, il principio epicureo per eccellenza che permea, nascosto, ogni verso del componimento.

La poesia appare facile, scorrevole. Ma è come una matrioska, significati coprono altri significati. Si presenta come se fosse parte di un dialogo di formazione tra il poeta, maestro di vita, e una giovane, ingenua fanciulla, Leukonoe (in greco “candida”). L’intento del poeta è quello di insegnare alla ragazza come si può ottenere la felicità in questa vita, perché “mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro” (Epicuro,Lettera a Meneceo, 22).

La poesia ha una spessa stratificazione di contenuti, tutti passati al vaglio del pensiero razionale:  evidenti i temi della morte, della credenza religiosa, della superstizione, del destino immodificabile e del valore della sopportazione; più in ombra ma pervasiva di ogni verso la riflessione sul tempo. Per gustarla appieno è opportuna un’analisi dettagliata dei versi che seguirà nel prossimo articolo di domani. Vi aspetto su Italnews, non mancate.

                                                                                    di Guido tonietto

Chirurgo generale e vascolare in pensione. Laureato in Filosofia con tesi riproposta nel saggio “La libertà in questione”, Mimesis, 2008.

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