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Huntington e lo scontro di civiltà

By   /   17 Dicembre 2020  /   Commenti disabilitati su Huntington e lo scontro di civiltà

I recenti attacchi terroristici hanno riportato nelle cronache dei media l’espressione “scontro di civiltà”.

Il concetto di scontro di civiltà è stato inizialmente sviluppato dall’americano Samuel P. Huntington in un articolo pubblicato nel 1993 sulla rivista Foreign Affairs. Secondo lo studioso, la fine della guerra fredda non significava la fine delle guerre, ma un loro cambiamento. Dopo aver passato la fase delle guerre quasi personali tra monarchi al potere e dopo la rivoluzione francese (14 luglio 1789) le guerre sono, infatti, diventate guerre di confronto tra nazioni per diventare, nel ventesimo secolo, guerre ideologiche.

Dopo che Francis Fukuyama nel 1992 aveva preconizzato la fine della storia e dei conflitti (1992, The End of History and the Last Man), Huntington proponeva quindi una visione diversa dell’evoluzione umana, quella dello scontro di civiltà, appunto (1996, The Clash of Civilization and the Remaking of World Order). Nei suoi scritti egli definiva la civiltà come un’identità culturale con degli elementi oggettivi (lingua, religione, storia, costumi, istituzioni) e un elemento soggettivo (il sentimento di appartenenza). In tale ambito Huntington identificava otto tipi di civiltà: occidentale, confuciana, giapponese, musulmana, induista, slavo-ortodossa, latino-americana e africana.

Contrariamente alle guerre ideologiche, nelle quali il cambio di campo è sempre possibile, secondo Huntington i confronti tra civiltà sarebbero stati condotti tra schieramenti abbastanza rigidi. Egli, integrando le tesi di Quingley (Evolution of Civilizations), aveva anche predetto che il futuro dell’umanità avrebbe visto la decadenza della civiltà occidentale, che avrebbe portato all’invasione in quanto “…non più capace di difendersi perché non ha più la volontà di difendersi…”, finendo per offrirsi prostrata alle civiltà economicamente e demograficamente più dinamiche. Una decadenza occidentale che avrebbe visto l’aumento dei comportamenti antisociali, degli atti criminali, dell’uso di droga e della violenza in generale (specialmente sui bambini), dello sviluppo del culto dell’autoindulgenza, ma anche la quasi scomparsa dell’impegno per la cultura e l’attività intellettuale, che si riflette in una sostanziale insufficienza di ragionamento critico.

Parallelamente alla riduzione dell’importanza geopolitica dell’Occidente, evoluto ma in declino, e all’avanzata del mondo arabo-musulmano egli evocava anche una crescita della valenza geopolitica del mondo confuciano. L’innovativo concetto di Huntington ha avuto un fortissimo impatto sugli studiosi, tant’è che è subito divenuto centrale nel dibattito geopolitico e gli eventi immediatamente successivi alla pubblicazione sembravano dargli ragione. Con la guerra del Golfo l’Occidente rispondeva alla sfida lanciata da Saddam Hussein. Subito dopo sono iniziate le guerre balcaniche tra croati (occidentali), serbi (slavo-ortodossi) e bosniaci (musulmani). Un conflitto che ha catalizzato l’attenzione e l’orrore di tutti i Paesi del Mediterraneo.

Tuttavia, ad analizzarla un po’più da vicino, la realtà ha mostrato tutti i limiti dell’approccio del politologo statunitense. La coalizione internazionale contro Saddam Hussein, per esempio, contava numerosi Paesi arabo-musulmani, mentre serbi e croati erano separati unicamente dalla religione, peraltro avente delle radici condivise. I conflitti più sanguinosi degli anni ’90 sono, inoltre, stati combattuti in Africa, tra popoli africani e, quindi, all’interno della medesima civiltà. Allo stesso modo, le contese potenzialmente più devastanti sotto il profilo geopolitico vedono ancora contrapposte la Cina e Taiwan o le due Coree. I recenti accordi tra alcuni Paesi arabi e Israele, favoriti dall’amministrazione Trump, rappresentano infine l’ennesima prova che lo scontro di civiltà non è ineludibile, come invece preconizzato da Huntignton.

Probabilmente per effetto degli attentati in Europa, molti media danno ampio risalto alla contrapposizione tra Occidente e mondo musulmano, non considerando che la grande maggioranza degli attentati (e delle vittime) è contro gli stessi musulmani, per opera di fanatici musulmani. Non vi è, quindi, ombra di dubbio che chiunque parli di un ipotetico scontro di civiltà in atto dimostra di non aver compreso i limiti di una teoria che ha tentato di spiegare un fenomeno di per sé molto complesso.

Gli eventi ci indicano chiaramente che la storia non può essere scritta in anticipo e che le diverse civiltà non sono destinate automaticamente alla reciproca contrapposizione. La principale lezione che la storia ci insegna è, infatti, che le possibili direzioni che essa può prendere sono innumerevoli, ma nessuna è inevitabile, essendo semplicemente il risultato di scelte politiche effettuate da esseri umani, generate dagli interessi ed esigenze del momento, per definizione molto variabili.

Lo scontro di civiltà non è né indispensabile né inevitabile. È per questo che tutti i rappresentanti politici sono chiamati a un impegno supplementare per evitare che, per esempio, possa ulteriormente aggravarsi la mancanza di cultura (intesa come alimentazione della capacità di ragionamento critico) e che possa allargarsi il fossato che divide le diverse culture, per evitare che le attuali principali preoccupazioni strategiche si trasformino in un conflitto generalizzato. Si tratta di fare le giuste scelte politiche, da una parte e dall’altra, per evitare che le grandi conquiste conseguite nel campo della scienza, della tecnologia, dell’arte, della letteratura, della filosofia divengano preda dell’ignoranza, del fanatismo e della violenza.

di Renato Scarfi

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