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La politica muscolare della Turchia destabilizza il Mediterraneo

By   /   27 Novembre 2020  /   Commenti disabilitati su La politica muscolare della Turchia destabilizza il Mediterraneo

La polemica sull’ispezione dei militari tedeschi su una nave turca diretta a Misurata, effettuata nell’ambito della missione europea “Irini”, ha riportato all’attenzione la situazione nel Mediterraneo, oltremodo incandescente a causa delle provocazioni turche che destabilizzano tutta l’area.

Ma andiamo con ordine. Il 27 maggio di quest’anno la fregata francese Forbin, in pattugliamento davanti alla Libia, ha cercato di effettuare un’ispezione a bordo del mercantile Cirkin, salpato dalla Turchia e la cui destinazione era chiaramente la Libia. Due fregate turche sono immediatamente intervenute, impedendo l’ispezione. L’indomani il Cirkin é “regolarmente” approdato a Misurata, dove ha sbarcato mercenari e materiale di armamento pesante. Il successivo 10 giugno il Cirkin è stato intercettato dalla fregata greca Spetsai ma, ancora una volta, due navi militari turche hanno impedito l’ispezione a bordo. Più tardi, la fregata francese Le Courbet ha ritentato l’ispezione ma, questa volta, i turchi hanno diretto il proprio radar del tiro verso la nave francese (essere bersaglio del radar significa che l’avversario si sta preparando per fare fuoco con le proprie armi), aggiungendo la chiamata del proprio equipaggio al posto di combattimento. Un comportamento estremamente provocatorio e aggressivo, cui i francesi hanno risposto rinunciando all’ispezione e sospendendo, per protesta, la partecipazione all’operazione NATO “Sea Guardian”. Il tracciamento via satellite ha poi confermato che la destinazione del Cirkin era la Libia. La versione francese è stata contestata dalla Turchia.

La Turchia, quindi, viene da più parti accusata di violare l’embargo onusiano sulle forniture di armi alla Libia, consegnate a Fayez al-Sarraj da mercantili scortati da navi militari di Ankara. Da parte sua, la Sublime Porta accusa di sovversione coloro che sostengono Khalifa Haftar, perché l’Armata Nazionale Libica non è riconosciuta dall’ONU.

All’origine dell’interesse per la Libia ci sono le enormi riserve di idrocarburi presenti nel sottosuolo. Riserve che fanno gola sia ai sostenitori del governo di Tripoli che di quello di Tobruk.

Tuttavia, non è solo petrolio. In cambio del sostegno militare contro Tobruk, Ankara ha formalizzato un accordo con Tripoli, con il quale sono stati concordati i confini delle rispettive Zona Economiche Esclusive. Con tale accordo la Turchia ha avanzato pretese sulle ingenti risorse energetiche recentemente scoperte nel Mediterraneo orientale. Milioni di metri cubi di gas naturale che unilateralmente la Turchia dichiara appartenenti alla ZEE di Cipro Nord, occupata illegalmente nel 1978 e non riconosciuta a livello internazionale. Una pretesa senza basi giuridiche che ha già fatto scontrare Ankara e Roma quando, nel 2018, navi militari turche hanno impedito all’italiana Saipem 12000 (ENI) di effettuare perforazioni nelle aree attorno a Cipro, regolarmente autorizzate da Nicosia.

C’è poi il futuro gasdotto EastMed, che dovrebbe far diventare Israele, Cipro e Grecia fornitori di gas naturale verso l’Europa e il cui tracciato passerebbe per la nuova ZEE “turca”. Ciò permetterebbe ad Ankara di inserirsi nel business.

La situazione è talmente calda che il Ministro degli Esteri francese ha dichiarato che la Turchia sta effettuando perforazioni “…al largo di Creta, in violazione del diritto internazionale marittimo. Noi dobbiamo reagire in maniera decisa contro questi atti e stiamo valutando diverse opzioni. Ho anche in corso consultazioni con i miei omologhi egiziano, cipriota, greco e italiano per definire una posizione comune su quelle aree…”.

Nel portare avanti le sue provocazioni Ankara confida nel fatto che nessuna nave NATO farà mai fuoco contro navi turche, ancora formalmente alleate. Finora l’insipienza di molti europei ha, quindi, fatto il gioco della Turchia dato che, pur stigmatizzando il destabilizzante comportamento di Erdoğan, non si é andati oltre le proteste diplomatiche e l’invio di navi militari in pattugliamento attorno a Cipro.

In tale ambito l’Italia deve tener conto di tutte le variabili del puzzle, dall’importanza dell’estrazione del gas naturale nel Mar di Levante all’interesse nella prosecuzione dell’estrazione petrolifera con gli impianti già presenti in Libia, i cui rapporti con la Turchia sono andati rinsaldandosi, talvolta a scapito proprio degli interessi italiani. A ciò si aggiunge che Ankara, ora che gestisce “congiuntamente” a Tripoli le operazioni delle motovedette libiche, ha in mano le chiavi dei flussi dell’immigrazione clandestina via mare, diretti proprio verso la Sicilia.

In tale quadro, appare auspicabile un intervento del neo-Presidente Biden, inteso a far tornare alla ragione un importante alleato, la cui politica muscolare sta destabilizzando il Mediterraneo e sta facendo venire più di un dubbio circa il reale ruolo turco nel bacino.

Ad ogni modo, la Turchia potrebbe trovare nell’Egitto il più efficace ostacolo alla sua politica espansionistica. L’importante Paese arabo, infatti, ha schierato le proprie truppe al confine con la Libia e ha minacciato di intervenire nel caso gli scontri armati si dovessero estendere a est di Sirte. Sul mare, Il Cairo ha stipulato un accordo con Atene circa le rispettive ZEE, accordo che non tiene conto dell’autoproclamata ZEE turca.

A questo punto, vista la sostanziale inerzia europea, l’interrogativo è se Ankara oserà provocare Il Cairo come sta facendo con l’Europa. Il sogno caro a Erdoğan di un nuovo impero ottomano, ricco di risorse energetiche, potrebbe quindi dissolversi nelle sabbie della Cirenaica o affondare nelle acque attorno a Cipro.

di Renato Scarfi

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