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Fotografare al tempo del Covid

By   /   20 Novembre 2020  /   No Comments

Per un appassionato di fotografia, gli elementi indispensabili per godere del proprio hobby sono pochi, ma ugualmente importanti: il tempo e lo strumento per fotografare. Anche il clima è un elemento importante, pur se, marginale in quanto influenza molto i risultati e la possibilità (e la voglia!) di uscire alla ricerca di soggetti da fotografare. Solo questo, quando tutto va per il meglio, e non esistono altri fattori imprevisti.

Fotografare significa, per i più, uscire, sapersi guardare intorno, cercare elementi che stimolino la fantasia alterando la realtà o offrendo la possibilità di modificarla reinterpretandola.

Naturalmente la scelta del soggetto – o dell’oggetto – della fotografia altera l’approccio, ma in generale la ricerca estetico – psicologica guida il fotografo nel modo di osservare l’ambente ed i suoi componenti.

Da febbraio scorso, la infausta diffusione del Covid19 ha influenzato non poco le attività del fotografo non professionista. Le limitazioni di movimento e l’alterazione dell’espressività dei soggetti dovuta all’uso di protezioni varie, provocano infatti un cupo grigiore nella mente, con unica dominante l’ azzurro-medicale delle mascherine più diffuse.

Conseguenza di questo è la riduzione dello stimolo alla fotografia che impigrisce il dilettante che non ama la fotografia “still-life”, fatta in un angolo di casa fotografando nature morte o soprammobili. Soprattutto se non si dedica molto alla post – produzione che di tempo ne porta via abbastanza se non altro anche solo  per il riordino dell’archivio digitale.

Un’alternativa molto utile per non abbandonare il proprio hobby rimane la cultura fotografica nei suoi vari aspetti: leggere, visitare mostre, seguire corsi di fotografia online, e vari articoli che si possono trovare in tanti siti e riviste che possono utilmente suggerire delle idee, proponendo cosa guardare e dove cercare. Tutto molto utile perché visitare direttamente mostre di fotografia non è cosa facile in questi giorni.

Ritengo quindi utile suggerire al lettore di sfruttare questo periodo di “clausura” o meglio di “fermo fotografia” (a similitudine di quanto succede per la pesca!) per ripopolare la propria voglia di fotografare ispirandosi a mostre virtuali ed acquistando libri di fotografia che aiutino il percorso artistico di ciascuno.

Il mio suggerimento immediato va ad una mostra, purtroppo non visibile di persona in questo periodo, che speriamo rimanga in programma oltre la data di scadenza prevista del 31 gennaio prossimo: “CAPA IN COLOR”, aperta a Torino ai Musei Reali.

Robert Capa, fotografo di origine ungherese, è molto conosciuto tra gli appassionati di fotografia ma non solo, come reporter di guerra, impegnato in Spagna, in Europa ed in Vietnam.

Le sue fotografie in bianco e nero sono spesso riproposte nei media per sottolineare la crudezza dei conflitti e la ferocia degli uomini.

Ma Capa non ha fotografato solo la guerra, e soprattutto non ha fotografato solo in bianco e nero.

Dal 1938 in poi Capa ha usato quasi sempre pellicole Kodachrome che però, in quel periodo venivano quasi sempre stampate su giornali in bianco e nero, tranne a volte solo la foto di copertina. Per questo, Capa come altri fotografi del tempo è ricordato dal grande pubblico per le sue foto riprodotte in monocromia e dedicate in quel periodo soprattutto a episodi di guerra.

La mostra riveste quindi molto interesse, per il colore, e per le tonalità dello stesso, ripetuto fedelmente con i colori fotografici dell’epoca.

Per chi non potrà vedere la mostra di persona, suggerisco di cercare nei mercatini del libro (usati) o su eBay il catalogo scritto da Cynthia Young per la mostra del 2014 “CAPA IN COLOR“, tenuta all’International Center of Photography a New York, edito poi in italiano da Mondadori-Electa.

Capa si è anche impegnato nella fotografia ritrattistica, di moda, sociale e turistica e, a colori Si possono apprezzare le sue riprese effettuate in Svizzera, in Francia ed in Italia, senza dimenticare i bellissimi ritratti della diva francese Capucine, fotografata a Roma nel 1951. Una delle sue immagini viene utilizzata anche quest’anno come immagine di copertina per la Mostra di Torino.

Un ultimo aneddoto, che non tutti conoscono. La sua assistente, Gerta Pohorylle, meglio conosciuta come Gerda Taro, che è stata sua compagna per molto tempo era un’ottima fotografa e ha seguito Capa nel corso degli anni, morendo giovanissima durante la guerra di Spagna. Si dice che alcune sue immagini siano poi state inserite nelle raccolte come fotografie fatte da Capa……quasi un’indebita appropriazione. A volte succede!

                                                                              di Paolo de Wolanski

Generale in pensione, da sempre appassionato di fotografia è il delegato della FIAF di Treviso, tiene corsi in circoli trevigiani.

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