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TRUMP O BIDEN? Uno sguardo alle elezioni USA 2020

By   /   31 Ottobre 2020  /   Commenti disabilitati su TRUMP O BIDEN? Uno sguardo alle elezioni USA 2020

Il prossimo 3 novembre gli americani andranno alle urne per decidere il nome del 46° Presidente, che dovrà guidarli per i prossimi quattro anni. Qualunque sia il credo politico degli americani, questa tornata elettorale ha sicuramente raggiunto un obiettivo, quello di scuotere dall’apatia politica buona parte dell’elettorato statunitense. Ma ha anche messo in evidenza che l’opinione pubblica americana è indecisa se scegliere la personalità esuberante e le promesse di leadership di Donald J. Trump o la pacatezza, la conoscenza dei meccanismi del governo e l’esperienza di Joe R. Biden jr.

Malgrado la montagna di dollari spesi per le campagne elettorali, infatti, nessuno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti sembra essere riuscito a convincere la grande massa degli incerti. Tutti i sondaggi danno Biden in vantaggio con un margine tra i sette e i dieci punti, ma Trump ha già dimostrato in passato di riuscire a parlare alla pancia degli americani meglio di chiunque altro. Tuttavia, la pessima gestione dell’epidemia da Covid-19 e il risentimento dell’elettorato di colore potrebbero fargli perdere “tutto il cucuzzaro”. Nonostante i sondaggi, quindi, l’esito del voto non appare scontato.

Ma anche se uno dei due contendenti dovesse vincere con un margine ristretto non sarebbe comunque la prima volta per gli USA. Possiamo ricordare tre illustri precedenti, due dei quali risalgono agli anni Sessanta e riguardano Richard M. Nixon. Sconfitto per un pelo da John F. Kennedy nel 1960, Nixon ottenne una vittoria di stretta misura su Hubert H. Humphrey nel 1968. Nel 1960, in una gara che venne decisa da appena 113 mila suffragi, Nixon riconobbe la vittoria di Kennedy soltanto a mezzogiorno del giorno dopo la consultazione. Nel 1968, le grandi reti televisive lo dichiararono vincitore soltanto alle 8 del mattino seguente. E poi, come non ricordare le prime elezioni di questo secolo, tra George W. Bush e Albert A. Gore jr, detto Al, conclusesi con la definitiva vittoria del primo dopo aver ricontato i voti che lo avevano inizialmente eletto con uno scarto di sole 1.800 preferenze.

In queste elezioni saranno cruciali anche i voti per corrispondenza e il voto anticipato (circa 63 milioni di persone hanno già dato la loro preferenza per evitare assembramenti e eventuali contagi da Covid) e non è difficile immaginare il bombardamento finale dei poveri elettori che, ancora con la testa piena dei discorsi dei candidati, hanno ricevuto o riceveranno milioni di telefonate, tonnellate di opuscoli e messaggi di posta elettronica per cercare di attirarli alle urne per votare questo o quel candidato. Nella propaganda elettorale, tuttavia, quest’anno c’é una novità positiva per milioni di elettori gelosi della loro privacy casalinga. Le visite porta a porta di migliaia di volontari, ultimo tentativo di persuasione tradizionalmente messo in atto a ridosso della giornata del voto, sono state cancellate o almeno drasticamente ridotte a causa dell’epidemia.

Sia Trump che Biden hanno condotto le rispettive campagne elettorali con straordinaria intensità, alle volte anche esondando dall’alveo della correttezza, come avvenuto nel corso del primo “duello” televisivo, quando il confronto è degenerato in una caotica rissa, e in alcune delle prime fasi, dove possiamo eufemisticamente dire che i toni hanno lasciato alquanto a desiderare. Trump ha riproposto agli elettori la visione di un’America muscolare e dedita alla crescita economica, Biden ha offerto esperienza e promesse di interventi sulle questioni sociali più scottanti.

Nessuno dei due candidati, malgrado i tentativi, è comunque riuscito a concludere un vero patto con tutti i cittadini. Trump e Biden hanno conquistato schiaccianti maggioranze tra i sostenitori dei loro partiti, ma gli elettori indipendenti saranno (come sempre) i veri aghi della bilancia elettorale, anche se la vera battaglia si svolgerà per assicurarsi i grandi elettori degli Stati chiave, in alcuni dei quali la sfida è apertissima (Florida, Georgia, Iowa, North Carolina, Ohio e Arizona).

Il Presidente USA è, infatti, nominato con un sistema che prevede l’elezione indiretta, ovvero gli elettori di ogni Stato eleggono dei “grandi elettori” che, a loro volta eleggono il presidente e il vicepresidente. Colui che ottiene la maggioranza dei voti in uno Stato si assicura i grandi elettori di quello Stato. Ne servono 270 su 538. In parole povere, avere la maggioranza dei voti a livello nazionale non significa automaticamente diventare Presidente. Bisogna avere la maggioranza dei voti negli Stati “giusti”. L’ultimo illustre esempio è Hillary D. Clinton nel 2016.

Ad ogni modo, chiunque uscirà vincitore dal confronto elettorale non potrà far festa a lungo, visti gli scottanti dossier che attendono sul tavolo. A partire dalle questioni di politica interna, come le questioni sociali, la gestione dell’epidemia, il rilancio dell’economia. A questi scottanti argomenti si aggiungono poi i dossier di politica estera, come i rapporti tra USA e Cina, sempre più caldi, dai quali dipende l’assetto geopolitico dell’Indo-Pacifico. A seguire, ma non meno importanti, il rapporto con l’Europa e l’impegno nell’area del Mediterraneo, fondamentali per mantenere sempre vive e produttive le relazioni transatlantiche. Alle relazioni con la Russia, la Corea del Nord, l’Iran o con quello che sta diventando uno imbarazzante alleato della NATO, la Turchia.

L’annunciato ritiro delle truppe da alcuni sensibili teatri mediorientali e i recenti accordi di Israele con alcuni Paesi arabi, agevolati dalla mediazione statunitense, hanno leggermente alleggerito la valigia diplomatica della Casa Bianca, ma ancora molto rimane da fare per l’unica superpotenza rimasta a livello globale. Onori e oneri.

La prossima settimana, quindi, gli occhi del mondo, in particolare di quei Paesi o singoli politici che in questi quattro anni hanno legato la loro immagine (e il loro futuro politico) a Trump, saranno attentamente puntati sugli Stati Uniti, per sapere se l’era Trump proseguirà per un altro quadriennio oppure se Biden avrà la possibilità di scrivere il suo nome sul libro della storia americana. di Renato Scarfi

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