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Covid-19. Alla fine uno esperto troverà la soluzione, come successe a Garibaldi

By   /   23 Ottobre 2020  /   Commenti disabilitati su Covid-19. Alla fine uno esperto troverà la soluzione, come successe a Garibaldi

In questi giorni destano scalpore le polemiche, talvolta aspre, tra virologi, infettivologi e immunologi sulla COVID-19 ma nella realtà polemiche tra medici ce ne sono sempre state.

A me, già medico militare, piace ricordare una forte diatriba, vecchia di due secoli, che coinvolse, anch’egli medico militare e gli illustri scienziati e colleghi della sua generazione, tutta incentrata sulla ferita alla gamba di Garibaldi sull’Aspromonte. Bruno Lauzi ne fece una bella canzone.

Ritirandosi a Caprera dopo l’ incontro a Teano con il Re d’Italia, portandosi dietro un sacco di sementi,  Garibaldi aveva salutato i suoi con le parole “Arrivederci sulla via di Roma”. La via di Roma la prende nel 1862, ripartendo proprio da quel Sud dove c’erano le sue migliori e più fidate “camicie rosse “.

Al grido di “Roma o Morte”, si imbarca a Catania su due navi di fortuna, in sovraccarico, e riesce a superare lo Stretto. Ma il Governo Italiano, per evitare complicazioni internazionali, decide di fermarlo: nel Sud Italia dispone di truppe scelte impegnate nella repressione del brigantaggio, agli ordini del  Generale Cialdini.

Questi spedisce nella punta estrema della Calabria contro i “garibaldesi” un contingente comandato dal Colonnello Pallavicini di Praia, con l’ordine di “cercare Garibaldi e di distruggerlo“. Il 29 agosto 1862, alle 3 circa del pomeriggio, i Bersaglieri stabiliscono il contatto con i Garibaldini.

Garibaldi, nel tentativo di fermare un lotta fratricida, viene colpito da due colpi di carabina, uno all’anca sinistra e l’altro al malleolo mediale della gamba destra. Nel frattempo la sparatoria è finita (rimangono sul campo 5 garibaldini e 7 piemontesi). Con dei rami e un cappotto si improvvisa una barella, e Garibaldi viene trasportato fino alla costa.

Mentre oggi è facile immaginare un ferito che viene portato via dal fronte: elicotteri, autoambulanze, lettini, flebo, un ospedale ben pulito e attrezzato che attende a breve distanza, il “paziente Garibaldi deve invece procedere su una barella di rami, tenuta da 4 portatori che si danno il cambio tra le anfrattuosità del terreno che provocano sbalzi dolorosi. Caricato a bordo di una Fregata, viene portato al Forte di Varignano, presso La Spezia, facendogli attraversare tutto il Tirreno. Come se nel Sud non ci fossero stati ospedali per cose di questo genere! 

Ma i Piemontesi speravano che si aggravasse. Garibaldi stesso ricorda nelle sue memorie : ”la preda si volea vicino e al sicuro”.

Il fatto desta scalpore in Italia e all’Estero. Dopo più di 3 giorni dall’evento traumatico, Garibaldi viene preso in cura al Varignano da un gruppo di medici illustri tra i quali il Prof. Prandina, il Prof. Canzio, il Prof. Cotoletti e il Prof. Vecchi. Da notare che allora la chirurgia aveva compiuto dei grandi passi in campo operatorio, ma diagnosticamente tutto era ancora fermo al ”visus et tactus” e dove non arrivava il visus et tactus si sopperiva con il senso clinico.

Il caso Garibaldi presentava vari dubbi diagnostici: se il proiettile di carabina fosse ancora ritenuto nella ferita, se esso avesse leso le grosse articolazioni ed i tendini, se fosse ancora trattenuto in cavità e se fosse infine opportuno ed in che modo operare per estrarlo. Il 5 ottobre le condizioni generali dell’illustre infermo si aggravano improvvisamente per il sopraggiungere di un attacco di reumatismo articolare. Ma i Professori Zanetti e Gherini, riunitisi a consulto 4 giorni dopo, decretano che le condizioni del ferito non sono allarmanti.

Passerà circa un mese, durante il quale è come se i numerosi medici, che si affollano intorno al letto del condottiero, facessero a gara a non capirci niente. C’è chi sostiene che la palla è rimbalzata via e che quindi è inutile ricercarla nel piede, mentre c’è chi giura che la palla è ancora dentro: tanto è vero che dalla ferita ogni tanto escono dei frustolini di tessuto osseo, segno di un’osteomielite che non accenna a guarire. 

L’illustre Professor Partridge, docente di Anatomia all’Università di Londra si esprime contro la presenza della pallottola. Tra i sostenitori della tesi avversa il Palasciano,che, dopo la semplice ispezione dell’arto ma senza vedere la ferita che era coperta da bende fin dal 7 settembre, contestando il concorde giudizio della Scienza Chirurgica italiana e straniera, diagnostica la presenza del proiettile nella ferita.  

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