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Conflitto nel Nagorno-Karabach, una guerra dell’Europa?

By   /   21 Ottobre 2020  /   Commenti disabilitati su Conflitto nel Nagorno-Karabach, una guerra dell’Europa?

Negli ultimi tempi le cronache internazionali stanno prestando attenzione ad una zona del mondo molto poco conosciuta che ben pochi saprebbero individuare sulla carta geografica. Appaiono sui giornali nomi di luoghi – Nagorno- Karabach – che evocano misteri. Stiamo parlando della regione del Caucaso non a tutti familiare e di quella porzione di territorio senza sbocchi al mare tra Armenia e Azerbaijan dove si è riacceso un mai sopito conflitto nella più completa indifferenza, almeno fino a poco tempo fa, della cosiddetta comunità internazionale.  Mentre l’opinione pubblica mondiale era concentrata sul Covid-19 e sulle sue nefaste conseguenze sulla vita dei popoli, lo scorso mese di settembre si è infatti tornati a combattere per il controllo del Nagorno-Karabakh. Le parti in conflitto da alcuni decenni sono l’Azerbaijan musulmano e l’Armenia cristiana. Quest’ultima pur non avendo alcuna continuità territoriale con il Nagorno ne pretende il controllo.

Ma perché tanto interesse? Perché la comunità internazionale dovrebbe occuparsene?

Semplicemente perché questa guerra, che origina da un lontano passato, può avere influenze geopolitiche profonde non solo limitate all’area di conflitto ma anche al di fuori della regione molto prossima alla delicata area iraniana.

Il Caucaso è un mondo complesso dove tra Iran Russia e Turchia, Europa e Asia si incontrano. E’ un patchwork di popoli, lingue, culture e religioni. L’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabach, fondata a seguito dell’implosione dell’URSS con il distacco dall’Azerbaijan nel 1991 e la formale annessione alla Repubblica dell’Armenia, fu attaccata militarmente dallo stesso Azerbaijan per riconquistare il suo territorio perduto.

Da quel momento la tensione tra armeni e azeri è cresciuta progressivamente, con scontri isolati e violenze interetniche, e poi guerra generale costata oltre 30.000 morti, un conflitto durato fino al 1994.

E’ questa un’area di interesse strategico per noi europei perché attraverso quel territorio corrono gasdotti ed oleodotti che ci portano l’energia che ci serve dai giacimenti del Mar Caspio. Il TAP (Trans Adriatic Pipeline), per esempio, arriverà in Italia da quei territori per portare idrocarburi a casa nostra.

Ma il conflitto è anche palesemente inter-etnico e inter-religioso e quindi complicato da fattori riconducibili alla geopolitica generale dell’area.

Qual è il contesto geopolitico nel quale è rinata la contrapposizione e quali nuovi attori internazionali si sono inseriti?

La Turchia di Erdogan da sempre sostiene l’Azerbaijan abitato da musulmani, ed è stata la prima a riconoscerlo nel 1991. Oggi ha nuove mire da “impero ottomano” e si è presentata con forza nel conflitto. La Russia molto presente in Armenia vorrebbe assurgere a garante della stabilità nell’area ma sta tenendo una posizione nei confronti del conflitto e dei belligeranti un po’ ambigua: a parole sostiene le aspirazioni degli Armeni ma nella realtà evita ultimatum all’Azerbaijan al quale continua a vendere armi. Non vuole problemi con la Turchia con la quale sta spartendosi l’egemonia in Libia e nel mediterraneo orientale? Forse si.

Il terrorismo è presente con gruppi jihadisti che incentivano il radicalismo proprio della vicina Cecenia e aree circostanti, sul quale anche l’Iran sciita, non proprio distante, influisce pesantemente.

Per tutti questi motivi la guerra nel Nagorno-Karabach riguarda l’Europa.

In pochi decenni nel mondo si è passati dal bilateralismo della guerra fredda con USA e URSS a spartirsi la governance del pianeta, al monolateralismo americano dopo la fine dell’impero sovietico, per giungere all’odierno multilateralismo che vede vari attori lottare per l’egemonia e il controllo di varie aree del mondo, con pericolose sovrapposizioni negli interventi economici e militari, foriere di conflittualità e scontri tra popoli.

L’Europa deve intervenire affinché la tregua ottenuta dall’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) il 10 ottobre scorso duri e si trasformi in ripresa costruttiva del negoziato, prima che si giunga al punto di non ritorno.

Come tutte le guerre a base etnica e religiosa – quelle tragiche nei Balcani ci hanno purtroppo insegnato molto al riguardo – anche questa è di difficile soluzione.

Ma il mondo e in particolare l’Europa non possono permettersi l’apertura di un’altra area di instabilità permanente in una regione geopoliticamente così prossima al martoriato Medio Oriente.

E il nostro Paese come si colloca nei confronti del conflitto?

Un tempo forse avrebbe deciso di esserci, se non altro a livello diplomatico, assumendo una posizione in linea con la difesa degli interessi economici e commerciali nazionali. Oggi purtroppo il nostro posizionamento nella politica estera è marginale dappertutto, come peraltro anche i recenti fatti occorsi nel Mediterraneo nell’ambito della crisi libica hanno evidenziato.

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