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L’Europa dopo il virus 

By   /   1 Giugno 2020  /   Commenti disabilitati su L’Europa dopo il virus 

“La pandemia in corso sta evidenziando l’inadeguatezza dell’attuale sistema distribuito per la gestione politica ed economica internazionale ma anche dell’intero modello di globalizzazione basato sulla parcellizzazione della produzione a livello planetario”. Questa è l’opinione di molti esperti maturata dopo le prime schermaglie tra gli Stati che si stavano chiudendo a riccio terrorizzati dal diffondersi della pandemia Covid-19. Certamente il modello di globalizzazione in atto andrà rivisto e molte delle transazioni economiche aperte al mondo intero potrebbero tornare ad essere, com’erano una volta, più orientate ai bisogni interni degli Stati. Vedremo.

Ora dobbiamo però porci una domanda: quando a inizio 2020 il virus ha infettato il mondo, qual era la situazione degli equilibri internazionali? Era già in atto una violenta competizione tra USA e Cina che ritroviamo ancora più virulenta sullo stesso scenario dopo tre mesi di cosiddetta pandemia. “Pandemia”, per qualcuno un termine improprio perché le Nazioni sono state colpite non tutte assieme ma in tempi diversi. E di questo c’è piena evidenza.. La Cina, ad esempio, è uscita dalla sua “crisi virus” a metà marzo, proprio quando l’Italia vi entrava seguita dagli altri Paesi occidentali. E questa possibilità di “riaprire” per prima ha dato indubbiamente a Pechino un grosso vantaggio nella competizione economica con gli USA e con tutti i Paesi Europei.

Ma poi non dimentichiamo che potrebbe non finire qui. Il probabile quanto temuto ritorno del virus nel prossimo inverno potrebbe aggravare la depressione economica in atto, che oggi si misura già al 25% e che sta gradualmente sfociando in una nuova depressione non più solo economica ma, tragicamente, economico-sociale.  Con valori così rilevanti le implicazioni geopolitiche saranno inevitabili. Gli USA non possono ne’ vogliono più dover dipendere dalla collaborazione tecnologica ed industriale con la Cina, oggi ormai principale competitore e quindi nemico nella guerra economica in atto lanciata da Trump.

D’altro canto la sfida nella tecnologia 5G, per esempio, è una sfida globale da non perdere, la sfida del secolo sulla quale si giocherà la supremazia sul pianeta. In essa sono ovviamente coinvolti anche tutti gli altri Paesi e con essi la stessa Unione Europea perché la globalizzazione, così come oramai consolidata, non si cancella in un attimo. Tutti saranno chiamati, come ai tempi della “Guerra Fredda”, a schierarsi per uno o per l’altro in questa competizione. E per i partner dell’Unione Europea in crisi e alla ricerca del proprio futuro questa scelta vale due volte tanto.

Alla fine chi vincerà? Difficile qualsiasi previsione. Stati Uniti e Cina possiedono impensabili risorse e determinazione.

Prevarrà la Cina, che ha sconfitto il virus anche grazie al suo sistema capital-comunista che consente decisioni più muscolari ed immediate dei molli sistemi occidentali? O piuttosto gli USA che, anche se indeboliti dal virus, rimangono l’unica superpotenza militare?

E la Russia? Troverà di certo una sua collocazione, ma per ora non è in grado di impensierire i due grandi. Mosca ha gravi problemi interni connessi con la riduzione dei proventi petroliferi e del conseguente calo del consenso per Putin che è stato fermato dalla pandemia nel suo percorso costituzionale verso il potere assoluto.

Le maggiori preoccupazioni riguardano comunque l’Unione Europea. La pandemia in corso spinge a rinverdire il “progetto di costruzione europea” già compromesso, secondo alcuni congelato, dalle conseguenze della crisi finanziaria del 2008 e dal sovranismo che si sta affermando in alcuni Paesi partner.

Molti analisti intravedono ora una ripartenza, imposta da un microorganismo potente e terribile.  Diffondendo la paura, il virus ha scosso le coscienze e fatto tornare attivo l’interesse dell’Europa per il proprio futuro e destino. Oggi la pandemia potrebbe paradossalmente offrire nuove opportunità.

I provvedimenti economici ipotizzati a livello comunitario come piano di salvataggio, al netto di alcune comprensibili rigidità, emergono da un risorto principio di solidarietà che nella situazione di pericolo comune nessuno più mette in discussione. Certo, per passare, il piano richiede l’unanimità, in molti prevedono un negoziato lungo e combattuto. Comprensibile.

La parola “solidarietà” era, a torto o a ragione, intesa come beneficenza a favore dei più poveri. Non può essere più così. Ora si deve condividere la volontà per una ripresa e per uno sviluppo congiunti che riguardino indistintamente tutte le regioni dell’Europa, perché questo è l’interesse dell’intero continente.

Serve una politica di sviluppo industriale e tecnologico che possa misurarsi, pur in subordine, con USA e Cina nell’ottica di uno “stato europeo” veramente federale. In sintesi il compimento della tanto auspicata evoluzione del costrutto europeo pensato dai fondatori il 9 maggio del 1950 con la storica dichiarazione di Schuman. La speranza è che l’attuale attenuazione del virus non cancelli questo nuovo corso.

Lo stesso progetto lanciato a fine maggio 2020 dalla Commissione europea, il suo “Next Generation Eu”, dedicato alle future generazioni, può rappresentare il primo passo verso nuovi rapporti tra i partner: solidarietà ma massimo impegno da parte di tutti per comporre le vertenze e risolvere le crisi, anche quelle locali, per evitare che strabordino in tutta l’Unione.

In definitiva ben vengano le crisi se servono come spinta al cambiamento. Ce lo ricorda Albert Einstein con il suo famoso aforisma. “La crisi è la più grande benedizione per le nazioni, perché la crisi porta progressi.”

Con questi intendimenti, ce la faremo a formare un’Unione Europea diversa, forte e solidale, utile indistintamente per tutti. Ce la dovremo fare anche perché, diversamente, la crisi potrebbe diventare destabilizzante per tutti e nessuno potrebbe isolarsi entro confini che non esistono più.

di Roberto Bernardini 29 maggio 2020

 

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