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Non “crisi al buio” ma “crisi pazza”

By   /   21 Agosto 2019  /   Commenti disabilitati su Non “crisi al buio” ma “crisi pazza”

Questa crisi di Governo non è una delle “crisi al buio” alle quali ci avevano abituati la DC e gli altri partiti della prima repubblica. Quelle si potevano gestire ed i vari Andreotti, Craxi e compagni ce lo hanno sempre dimostrato. Quella aperta ieri con le dimissioni di Conte è invece “una crisi pazza”, aperta in un periodo dell’anno inusuale l’8 agosto , mai successo nella storia, ma soprattutto in un momento estremamente critico per le Istituzioni Europee che proprio ora stanno ricostruendosi dopo le elezioni alla fine dello scorso semestre.

Non si comprende, se non affermando che nella politica italiana si è smarrito il senso delle Istituzioni, come si sia potuta aprire una crisi senza un obiettivo certo da conseguire, proprio nel momento in cui le Istituzioni europee si stanno riorganizzando per il futuro. Un futuro del quale l’Italia così facendo difficilmente potrà far parte a un livello adeguato alla sua storia ed al suo peso economico.

Mentre a Roma si discute del ritorno di Renzi, dell’inciucio tra M5S e PD, del tradimento di Salvini che pensava di capitalizzare i buoni sondaggi andando ad elezioni immediate, a Bruxelles si riuniscono i partner europei per decidere nomine, orientamenti economici e politici per la nuova tornata europea. L’Italia dov’è? Sarà di fatto assente quando si discuteranno i dossier fondamentali perché rappresentata non da ministri con pienezza di funzioni ma solo da funzionari, inviati da un governo dimissionario e soprattutto diviso sull’idea di Europa. Basti ricordare le votazioni per la Presidente della commissione Von der Leyen per rendersene conto.

Ovviamente questa crisi è un fatto di rilevanza internazionale ed avrà nefaste conseguenze sulle relazioni dell’Italia con gli altri Stati dell’Unione. Il calendario europeo ci ricorda che entro la fine di questo mese dovremo segnalare il nostro candidato al collegio di Bruxelles, tutti i partner hanno ottemperato noi no. E non si vede ora chi dovrebbe occuparsene con la necessaria competenza ed autorità: un premier dimissionario? Quali alleanze abbiamo tessuto per avere il necessario appoggio ad un eventuale nostro candidato? Con la Francia “temporali”, con la Germania temperature polari. La sensazione che abbiamo suscitato nelle potenze europee con l’azione del governo giallo-verde è di assoluta inaffidabilità e la nostra reputazione come Paese, ne ho quotidiana conferma da amici e colleghi che operano nelle Istituzioni europee, è ai minimi storici ed ancora in ribasso. A causa di questa crisi saremo probabilmente esclusi da tutti i giochi e non porteremo a casa nemmeno uno strapuntino di seconda fila.

I partner si stanno convincendo che non solo Salvini ma tutta la politica italiana voglia defilarsi dall’Europa e che questi segnali di disimpegno siano indicatori di volontà generale di Italexit. Ma non è così, la maggior parte degli Italiani responsabili è favorevole ad un Europa della solidarietà, come ricordava uno dei padri fondatori, Robert Shumann all’atto della costituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) nei lontani anni cinquanta: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.”

Noi dobbiamo fare necessariamente parte di questa solidarietà, non c’è alternativa, anche se molto può e deve essere cambiato nell’attuale organizzazione comunitaria. Ma con questa politica nazionale rischiamo di non far più parte dell’Europa che conta.

Serve un governo che governi senza rincorrere finalità di partito e di potere, un governo composto da persone scelte, e tocca al Presidente Mattarella ultimo baluardo decidere, che sappiano e comprendano i problemi, che conoscano le tecniche di natura economica e fiscale, che facciano astrazione dal populismo, dal sovranismo e da tutta la becera politica dei social. E va benissimo anche se non girano scamiciati e non frequentano le discoteche, anzi se ne ha una certa nostalgia della compostezza dei tempi andati.

Che siamo diventati un “paese burletta” nell’immaginifico collettivo internazionale lo ha affermato anche il New York Times che ha scritto “Salvini e Di Maio hanno trasformato l’Italia in un Social Media Reality Show.

Non ci resta che piangere? Serve un guizzo di senso di responsabilità per tornare in Europa dove vogliamo, ma siamo anche costretti a restare a pieno titolo. Ne va della nostra reale sopravvivenza.

di Roberto Bernardini

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