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Blocco Navale? Non serve

By   /   2 Agosto 2019  /   Commenti disabilitati su Blocco Navale? Non serve

 

La canicola incombe e nei luoghi di villeggiatura si organizzano dibattiti sui maggiori problemi del Paese ma poi si finisce sempre a parlare di immigrazione come se questo fosse “il problema italiano”. Figuriamoci abbiamo ben altro. Qualche giorno fa mi hanno coinvolto in una “serata dell’accoglienza” nel corso della quale alcuni invitati come me, politici locali, esperti del sociale e maestri di geopolitica, hanno cavalcato il mantra del momento in tema di immigrazione e cioè il “blocco navale”.Chiacchiere in libertà.

Ora, il termine “blocco navale” ha un preciso significato: significa blocco della circolazione in mare “manu militari” per non consentire alcun accesso nelle acque territoriali di un Paese senza autorizzazione. Significa dispiegamento di una costosa flotta di opposizione fisica come per un conflitto. Ed allora occorre ragionare. Se vogliamo dotare lo Stato di un sistema di controllo dei confini terrestri e marittimi, quelli aerei per ora non sono minacciati e sono monitorati dalla Difesa Aerea, dobbiamo inevitabilmente ricorrere alla tecnologia. Sissignori, la tecnologia moderna, costosa ma molto efficace. D’altro canto la scelta di controllare i confini è una scelta politica ed allora una Politica “concreta”, se vuole conseguire l’obiettivo deve trovare i soldi per farlo.

Ma non si possono confondere le cose: un conto è il blocco navale, un altro conto è il salvataggio in mare dei naufraghi. Non dimentichiamo che il salvataggio in mare segue una legislazione a se stante e indipendente dalle leggi interne dei singoli stati, non è un’operazione che deve essere approvata dalle autorità nazionali per essere svolta, è un alto obbligo civile e morale.

Ma allo stesso tempo è anche vero che l’ingresso in acque territoriali è soggetto alle leggi dello Stato e deve essere autorizzato. In una parola, separiamo il problema profughi dalla gestione dei rapporti internazionali tra Stati. Un conto è il trattamento cui hanno diritto i profughi, sacrosanto sempre, un altro è quello da riservare secondo norma a nave ed equipaggio che violano la legge. L’entrata in acque territoriali senza preavviso o contro negata autorizzazione è un reato e può essere tollerata, in deroga, solamente in casi particolarissimi per stato di estremo bisogno. La legge deve prevalere ed essere applicata. Le questioni morali vanno trattate su altri canali, magari paralleli.

Ma torniamo al blocco navale ed al settore di nostro interesse. La costa libica e quella tunisina possono essere controllate con mezzi offerti dalla tecnologia sia dal mare sia da cielo. Basta volerlo. Per essere efficace l’intervento deve essere tempestivo e deciso, i mezzi con i profughi vanno respinti laddove salpano. Ovviamente per fare tutto questo occorre, come accennato in precedenza, volontà politica, mezzi tecnologici adeguati e capacità.

Abbiamo degli esempi importanti al riguardo. Israele controlla ermeticamente le sue coste nel Mediterraneo, il confine terrestre nel Sinai, e il golfo di Eilat. Il dispositivo oggi basato su satelliti, droni, radar e mezzi di pronto intervento terrestri marittimi ed aerei fu messo in atto 15 anni fa dopo l’”invasione” di circa 50.000 profughi che fuggivano dalla guerra in Sudan e da quella tra Somalia ed Eritrea. Per non subire nuovamente flussi incontrollati Tel Aviv decise di blindare le frontiere. Detto fatto, rapidità e decisione. Da allora dai confini terrestri e marittimi di Israele non entra più nessuno se non legalmente. Tutto viene scoperto e controllato. Sono talmente efficienti in questo che anche il presidente Trump si è rivolto agli israeliani per blindare la frontiera con il Messico.

Tornando a noi dunque, per l’Italia se si vuole disporre di un sistema efficace – la decisione come detto è politica – è necessario acquisire mezzi elettronici, navali, piattaforme ancorate con impianti radar magari ad energia solare oppure con controllo aereo o mediante satellite o droni, e quant’altro la tecnologia offre al riguardo. Qualcuno ha già contattato Israele? Può darsi.

Rimane una riflessione da fare. Tutto questo dispendio di fondi ed energie avrebbe un senso? Non siamo un Paese sotto assedio come Israele, nessuno vuole cacciarci dalla penisola! Ed allora forse è il caso di non parlare più di blocco navale, ma di intensificare i controlli. Chi entra deve essere identificato, accolto se legalmente accertato, riaccompagnato a casa se non avente diritto. Su questo si deve investire, per questo si devono spendere i fondi necessari. Occorre mantenere l’ordine, la legalità ed applicare le leggi vigenti che se applicate sono molto efficaci. La volontà politica mirata al bene ei cittadini deve prevalere nel pieno rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali. Alternative? Penso nessuna.

di Roberto Bernardini

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