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Baghouz e la questione dei “foreign fighters”

By   /   18 Marzo 2019  /   Commenti disabilitati su Baghouz e la questione dei “foreign fighters”

Continua lo stato di assedio della città di Baghouz, ai confini con l’Iraq, dove migliaia di combattenti dello Stato Islamico, con le loro donne e figli, sono asserragliati e non intendono arrendersi. 

Le milizie curde della Syrian Democratic Forces (SDF), sostenute dagli Stati Uniti, aspettano che i civili lascino l’enclave prima di lanciare l’attacco finale. Finora centinaia di jiadisti si sono arresi o fuggiti nella vasta zona desertica di Badia o in qualche angolo remoto in attesa di riorganizzarsi e compiere atti di guerriglia e attentati.

Lo Stato Islamico non è affatto morto. È stato sconfitto militarmente, e con la conquista di Baghouz sarà privato del territorio che aveva così rapidamente conquistato nel 2014, ma la sua ideologia sopravvive e il terreno di scontro si sposta in altri paesi, specialmente in oriente. Lo Stato Islamico (nelle sue ideologie) rappresenta, quindi, ancora una minaccia.

Il problema ora si sposta sui cosiddetti “foreign figthers”, migliaia di ragazzi e ragazze che hanno abbracciato la fede islamica e la lotta armata. Secondo l’SDF circa 6,500 persone hanno lasciato l’area, tra cui centinaia di uomini. La maggior parte vive nel campo profughi di al-Hol, nel nordest della Siria, dove secondo l’Internazional Rescue Committee (Comitato Internazionale di Soccorso) ve ne sono oltre 60 mila.

Secondo la Commissione Europea, tra il 2011 e il 2016 più di 42mila combattenti stranieri si sono uniti a organizzazioni terroristiche, e di questi circa 5mila provengono dall’Europa. Per gli Stati Uniti, negli ultimi anni, circa 850 persone sono state catturate dall’SDF, il che ha indotto Washington a chiedere ai Paesi di rimpatriare e processare i propri cittadini.

Con il ritiro delle truppe americane, voluto dal Presidente Donald Trump, i miliziani curdi hanno fatto sapere di non essere in grado di gestire da soli il problema dei prigionieri e, in particolare, dei “foreign fighters”. 

Anche per questa “tematicain Europa non esiste una visione comune e la soluzione oscilla tra coloro che sono favorevoli ad adottare metodi drastici (condanna e prigione) e coloro che vorrebbero un metodo più soft ovvero indirizzarli ad un programma di de-radicalizzazione per un futuro reinserimento nella società. In alcuni casi recenti c’è stata la negazione della cittadinanza, come il caso di Shamima Begum e Hoda Muthana, rispettivamente britannica e americana.

Il problema dei rientri andrebbe comunque affrontato in tempo, adottando una normativa chiara e senza remore ideologiche, prima che diventi ancora più scottante e che possa trasformarsi in terreno di coltura per nuove radicalizzazioni ovvero creando il mito dei reduci.

 

di Vito Di Ventura

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