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Il rapporto di Greepeace sui rifiuti radioattivi

By   /   31 Gennaio 2019  /   Commenti disabilitati su Il rapporto di Greepeace sui rifiuti radioattivi

Greenpeace ha presentato ieri il rapporto sui rifiuti nucleari, in cui  viene detto che in tutto il mondo si stanno accumulando rifiuti radioattivi, dovuti al combustibile nucleare esaurito, che resteranno altamente tossici per molte migliaia di anni.

L’analisi, condotta da un team di esperti in 7 paesi che impiegano energia nucleare (Francia, Belgio, Svezia, Finlandia, Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna), ha rivelato che molte sulle strutture di deposito sono ormai vicini al loro limite massimo. Non solo, accanto al problema dello stoccaggio esistono altri problemi che ancora non sono stati completamente risolti: il rischio di incendi, la fuga di eventuali gas radioattivi, la contaminazione ambientale, la rottura dei contenitori, possibili attacchi terroristici e l’aumento vertiginoso dei costi.

Secondo Shaun Burnie, un esperto nucleare di Greenpeace in Germania e coordinatore del rapporto: “Dopo oltre 65 anni dall’inizio dell’uso civile del nucleare, nessuno degli stati può dire di aver trovato una soluzione alla gestione dei rifiuti radioattivi”. In particolare, lo stoccaggio nel sottosuolo del materiale radioattivo del reattore – la pratica più antica e diffusa – “ha mostrato tali deficienze che non può più essere considerata come opzione credibile”.

Attualmente, sono stoccati circa 250 mila tonnellate di materiale radioattivo usato, distribuite in circa 14 stati, ma molto materiale resta nel sito del reattore in “vasche di raffreddamento” che mancano di contenimenti secondari, sono vulnerabili a perdite di raffreddamento ed alcuni siti mancano anche di generatori di riserva. L’incidente dell’impianto nucleare giapponese di Fukushima, avvenuta nel 2011, ha dimostrato non è solo un’ipotesi che le vasche di raffreddamento possono raggiungere temperature elevatissime.

Le 100 pagine del rapporto elencano in dettaglio le carenze nella gestione degli enormi volumi di rifiuti radioattivi, specialmente in Francia, che, dopo gli Stati Uniti (100), possiede la seconda flotta di reattori (58). “Non esiste una soluzione credibile per una conservazione di lungo termine dei rifiuti francesi”. Alle remore espresse dal Comitato di supervisione francese, circa la capacità delle vasche di raffreddamento nel sito di La Hague in Normandia, il colosso energetico Orana, che gestisce il sito, ha risposto che “non c’è rischio di saturazione delle vasche di La Hague fino al 2030”.

Gli Stati Uniti, che in 60 anni (1957-2017) hanno prodotto circa il 30% di rifiuti nucleari (Spent Nuclear Fuel – SNF), hanno speso miliardi di dollari e decenni di pianificazione per assicurare un sito geologico per i rifiuti senza ottenere alcun risultato. Il deposito sotterraneo di Yucca Mountain, per decenni in costruzione, è stato alla fine cancellato nel 2010 dall’amministrazione Obama, su pressioni degli esperti e della pubblica opinione. Nel frattempo, circa il 70 % del propellente usato degli Stati Uniti rimane in vasche vulnerabili, spesso in densità superiori a quelle progettate in origine.

Va precisato che l’intero ciclo del combustibile nucleare, dall’estrazione dell’uranio, dal suo arricchimento, dal funzionamento del reattore e dal ritrattamento fino alla disattivazione del reattore nucleare, produce rifiuti nucleari pericolosi che vengono classificati in: a basso livello (Low Level Waste–LLW), a livello intermedio (Intermediate Level Waste – ILW) e ad alto livello (high Level Waste – HLW).

Naturalmente, il rifiuto più pericoloso è l’High Level Waste (HLW) o combustibile esaurito, rimosso dai reattori nucleari, che rimane radioattivo per centinaia di migliaia di anni. Stare a un metro di distanza da un cumulo di combustibile esaurito, rimosso da un reattore un anno prima, provoca la morte in circa un minuto. 

 

di Vito Di Ventura

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