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La Cina e la questione Taiwan

By   /   3 Gennaio 2019  /   Commenti disabilitati su La Cina e la questione Taiwan

Anno nuovo, vecchie ruggini. Per la Cina la spina nel fianco è Taiwan. Ci vorrà tempo, ma alla fine la spina sarà rimossa. “La riunificazione è inevitabile”, così si è espresso il Presidente cinese Xi Jinping il 1° gennaio nel suo discorso per le celebrazione del 40esimo anniversario del messaggio inviato nel 1979 a Taiwan, con cui Pechino chiamava alla riunificazione e alla fine del confronto militare. 

Il Presidente ha anche precisato che: “Non abbiamo fatto alcuna promessa di rinunciare all’uso della forza militare e ci riserviamo l’opzione di adottare tutti i mezzi necessari contro le forze separatiste interne e quelle esterne che interferiscono con la riunificazione”.

Un chiaro monito contro ogni sforzo di promuovere l’indipendenza dell’isola e la conferma che la Cina non rinuncerà all’opzione militare pur di raggiungere lo scopo.

Ricordo che, durante la visita a Pechino nel 1998, in Piazza Tienanmen la mia attenzione fu attirata da un grande orologio elettronico che scandiva il tempo a ritroso che mancava alla riunificazione di Taiwan alla Cina. Non ricordo però l’anno in cui questo sarebbe avvenuto, ovvero l’orologio si sarebbe azzerato. 

La volontà cinese di riprendersi l’isola, considerata parte del suo territorio, è dunque un pensiero costante e che affonda le sue radici dalla fine della guerra civile del 1949.

Secondo il presidente Xi la riunificazione dovrebbe avvenire sotto il concetto di “una nazione, due sistemi”, un approccio che dovrebbe salvaguardare gli interessi e il benessere dei cinesi e dei taiwanesi. “La Cina deve e sarà unita… requisito inevitabile per la grande riunificazione del popolo cinese nella nuova era”.

Ma Taiwan si considera uno stato sovrano, con la propria moneta, il proprio sistema giudiziario e politico, anche se non ha mai dichiarato formalmente le propria indipendenza. Tra l’altro, le relazioni tra i due paesi sono peggiorate con l’elezione a Presidente di Tsai Ing-wen, il quale ha rifiutato di riconoscere le istanze di Pechino ovvero che l’isola faccia parte di “una sola Cina”.   

Il 1° dell’anno, il Presidente Tsai ha avvertito Pechino che “il popolo di Taiwan non rinuncerà mai alla propria libertà per quella autoritaria del continente cinese. Pechino deve rispettare la volontà di libertà e democrazia di 23 milioni di persone e deve usare termini pacifici e ugualitari per trattare le nostre differenze”.

 Lo scorso ottobre, decine di migliaia di indipendentisti sono scesi in piazza per una protesta in grande stile chiedendo un voto immediato per l’indipendenza, considerato che l’isola è diventata democratica più di 20 anni fa.

Ma molti taiwanesi ritengono che il peggioramento delle relazioni con Pechino abbiano danneggiato il mercato, provocando il taglio delle pensioni che, unitamente alla riduzione delle festività, hanno aggravato la già stagnate situazione economica e con i salari non adeguati al crescente costo della vita.

Lo scorso anno, secondo i sondaggi, il partito al potere ha perso consensi, costringendo il presidente Tsai alle dimissioni da presidente del Partito Democratico Progressista, mentre ne ha guadagnati il partito di opposizione, Kuomintang, che prima che Tsai diventasse presidente nel 2016, aveva già avviato un avvicinamento a Pechino. 

 

di Vito Di Ventura

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