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I 10 fatti più importanti del 2017 in politica estera

By   /   31 dicembre 2017  /   Commenti disabilitati su I 10 fatti più importanti del 2017 in politica estera

anno 2017La fine dell’anno è, per consuetudine, tempo di bilanci, ovvero una specie di riepilogo di ciò che ci ha maggiormente colpito o inciso sulla nostra vita. In termini di politica estera, volendo sintetizzare in soli 10 punti il 2017 si è caratterizzato per:

La sconfitta sul terreno dello Stato Islamico, ma non della sua“ideologia” che, anzi ha portato una recrudescenza di attentati in tutto il mondo e in Europa: Bataclan, Barcelona, Cairo, Istanbul, Las Vegas, Londra, Kabul, New York, Manchester, Parigi, San Pietroburgo e Stoccolma, solo per citarne alcuni.

Il riesplodere delle tensioni nel mondo arabo, sfociato nell’isolamento diplomatico del Qatar, dopo che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto avevano interrotto le relazioni diplomatiche, imposto sanzioni al piccolo stato del Golfo accusato di “sostenere il terrorismo” e di “minacciare la sicurezza regionale”. Tutto perché aveva allacciato rapporti sempre più stretti con l’Iran. Gli effetti di queste tensioni si sono riflessi sulla questione siriana, sulla guerra nello Yemen e nelle relazioni israelo-palestinesi, a testimonianza di quanto sia complesso il quadro delle relazioni e della battaglia diplomatica che si sta combattendo in Medio Oriente tra Washington e Mosca e tra Arabia Saudita e Iran.

La guerra nello Yemen, la cosiddetta guerra dimenticata, dove Iran, a sostegno degli houthi, e Arabia Saudita e i suoi alleati, a sostegno dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, si combattono da circa 3 anni e dove l’ONU ha dichiarato la presenza di oltre 1 milione di casi di colera.

La riconciliazione tra Hamas e l’Autorità Palestinese sembrava il preludio ad un nuovo equilibrio più avanzato tra Israele e la Palestina, ma la decisione di Donald Trump di voler trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscendola di fatta capitale d’Israele, ha riacutizzato la spinosa questione e ha fatto esplodere una nuova intifada, ma soprattutto ha ha provocato una frattura diplomatica tra Stati Uniti ed Europa schierata a favore del mantenimento dello status quo.

La vittoria al referendum costituzionale voluta da Recep Tayyip Erdogan, che dopo il fallito colpo di stato e la conseguente epurazione, ha ottenuto la sua vittoria definitiva trasformando la Turchia da sistema parlamentare a sistema presidenziale. Proprio il referendum costituzionale e la mancata concessione ai dirigenti governativi turchi di tenere comizi presso le comunità turche ha provocato una frattura, ancora in essere, con la Germania della Merkel.

I continui test balistici della Corea del Nord, nonostante le reazioni internazionali e le nuove sanzioni. Nel 2017 la Corea del Nord, in violazione alle risoluzioni ONU, ha condotto almeno 6 importanti test balistici, di cui gli ultimi hanno dimostrato la capacità di raggiungere il suolo americano. I violenti scambi, finora verbali, tra il presidente americano Trump e il leader coreano Kim Jong-un non contribuiscono ad allentare le tensioni, anzi creano una forte preoccupazione per una possibile degenerazione della situazione, così come le accuse di Trump alla Cina, rea di fornire il petrolio alla Corea del Nord.

La crisi economica e la questione dei migranti hanno aumentato le divisioni sociali ed hanno contribuito alla polarizzazione politica in Europa. La gente ha perso fiducia nei partiti tradizionali e, di conseguenza, stanno emergendo quelli che da più parti sono stati definiti i “populisti”. In Germania, Angela Merkel è stata rieletta per la quarta volta consecutiva Cancelliere della Germania, ma il suo partito (CDU) non ha ottenuto la maggioranza necessaria per formare un governo, che a tutt’oggi non c’è. Ma per la prima volta dopo la II^ Guerra Mondiale un partito di destra entra nella Bundestag: AfD (Aternative for Deutschland) è diventato la terza forza parlamentare in Germania, Ma anche in Olanda, Francia, Austria e in altri Paesi europei dell’Est i partiti anti migranti hanno raccolto consensi e la loro presenza influenzerà la politica europea. Le dichiarazioni del neo eletto premier austriaco Sebastian Kurz sono un esempio delle nuove tensioni sociali che potranno sorgere all’interno della Comunità Europea.

L’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi, fa ritrovare una nuova unità all’Europa che trova l’accordo sul clima, ovvero sulla contabilizzazione delle emissioni derivanti dall’uso del suolo, dai cambiamenti della destinazione dei terreni e dalla silvicoltura (LULUCF). Fedele alla politica “America First” il Presidente Donald Trump ha annunciato la decisione di ritirarsi non solo dall’Accordo di Parigi sul clima, ma anche dall’UNESCO e dai negoziati sul Global Compact on Migration. Nella stessa linea va considerata l’annunciata costruzione del muro con il Messico, giustificata pubblicamente per fermare la migrazione, ma che politicamente aveva l’obiettivo di rinegoziare in termini più favorevoli l’accordo “North American Free Trade Agreement”.

Il riaccendersi delle tensioni tra USA e Russia, con la firma del Presidente Donald Trump di nuove sanzioni alla Russia, cui Putin ha risposto con la cacciata di 755 diplomatici da Mosca. Dal canto suo Donald Trump rispose con la chiusura dell consolato russo di San Francisco e due sedi diplomatiche a Washington e New York. E pensare che le dopo le elezioni a Presidente di Trump era diffusa l’opinione che tra i due leader si potesse instaurare un rapporto di reciproca fiducia tanto che Trump dichiarò pubblicamente di non credere al coinvolgimento di Putin nelle interferenze sulle elezioni presidenziali americane. Questo rapporto “idilliaco” portò all’avvio del processo denominato Russiagate. Tra i due paesi rimangono comunque forti le differenze specialmente sulle questioni siriana e ucraina.

Le elezioni catalane, in cui vince l’instabilità politica. Il responso delle urne ha aperto ad uno scenario di governance difficile e di instabilità politica. Nonostante Ciudadanos, il partito di Albert Rivera e Inés Arrimadas, abbia vinto con il 25% dei voti e 37 seggi, non sarà in grado di governare, mentre la maggioranza è stata raggiunta dai 3 partiti indipendentisti. Di fatto il referendum non ha fatto altro che confermare lo stato delle cose precedenti e questo ha aperto a scenari politici ancora più complicati dopo il muro contro muro tra il governo centrale di Rajoy e quello catalano di Puigdemont.

di Vito Di Ventura

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