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Dissertando dei diritti dell’uomo

By   /   23 Ottobre 2017  /   Commenti disabilitati su Dissertando dei diritti dell’uomo

download (1)I diritti dell’uomo! Chi non se n’è riempito la bocca, quale giornalista non ha sentito il bisogno di esprimersi su questo concetto, i diritti dell’uomo, che è proprio della cultura occidentale nel cui ambito è divenuto ricettacolo di ideologie sempre più spinte e radicali. Negli ultimi tempi, essendo divenuta sempre più virale la “questione islamica”, ogni confronto tra chi li rispetta questi diritti e chi invece no, ha avuto come oggetto del contendere le violazioni imputate dall’Occidente al mondo musulmano, dove per postulato tutto deriva dal Corano e dagli insegnamenti del Profeta. Ma anche dove è conseguentemente impossibile far accettare e condividere le regole proprie di altre culture e contesti religiosi, men che meno quelle degli “infedeli”.

I diritti dell’uomo “all’occidentale” non trovano albergo nell’Islam. Ed allora, per capirci qualcosa, chiediamoci cosa siano i diritti dell’uomo previsti a livello mondiale in apposite Dichiarazioni, se non un tentativo della cosiddetta Comunità Internazionale di redigere delle regole valide per tutta l’umanità, che siano preminenti sugli ordinamenti nazionali e sulle singole culture e tradizioni. Auspicio molto ambizioso perché è veramente difficile definire quali possano essere i “diritti umani” universalmente validi, perché nel mondo non esiste un unico concetto o definizione di essere umano, di uomo, ma soprattutto perché non dappertutto gli uomini sono considerati tra loro uguali.

Se non c’è uguaglianza tra gli uomini non esiste nemmeno l’uguaglianza dei loro diritti. Non dimentichiamoci che il concetto di uguaglianza è appannaggio solo del mondo cristiano che considera tutti gli uomini uguali figli del Padre. In altre realtà religiose non è così. È un principio valido solo per quella fede anche se –  come sostiene Alessandro Floris in un suo volume dedicato all’Islam ed ai diritti umani – “riconoscendo Gesù Cristo come profeta, l’Islam considera le due religioni cristiana e musulmana, entrambe come portatrici di valori comuni” nell’ambito dei quali un compromesso potrebbe anche essere trovato.

imagesCerto è che le religioni rivestono in tutto questo una fondamentale importanza per cui non si può prescindere dalla loro pesante influenza sui comportamenti umani dei fedeli, che si evidenziano a prescindere dal rapporto che intercorre tra sistema statuale e confessione religiosa in ciascuno Stato. Ed allora su cosa ci si può basare per avere un riferimento comune che possa costituire base di valori per tutti gli uomini per costruire il “diritto dell’uomo?” Norberto Bobbio, lo scomparso illustre filosofo italiano, sosteneva che “esistono vari modi per individuare i valori da tenere a riferimento: cercarli nella natura umana oppure individuarne alcuni a prescindere” e considerarli verità perché in un certo periodo storico sono globalmente ritenuti validi e riconosciuti tali. In assenza di “certezze universali” si va a tentativi. Nel primo caso significherebbe scegliere la più condivisa delle caratterizzazioni possibili per la natura umana ancorché essa non sia univocamente definita. Nel secondo caso, quello del comune consenso, i diritti umani sarebbero frutto di una convenzione.

Ma allora qui sorge un ragionevole dubbio: perché scegliere, con un atto di imperio ai limiti dell’arroganza, una convenzione valida per la cultura occidentale cristiana e non un’altra funzionale a quella induista, buddista o islamica? Anche se l’Occidente la fa da padrone nella gestione del potere politico, economico e militare del pianeta, non appare oggi più possibile poter imporre la visione occidentale dei diritti dell’uomo a tutto il resto del mondo. La sensibilità oggi riconosciuta a tutti i popoli non lo consente. Il rispetto dei diritti dell’uomo deve avere una valenza universale per poter essere imposto e poi preteso dalla “comunità internazionale”.

In questo nuovo contesto planetario serve allora un altrettanto nuovo confronto tra i vari popoli per giungere ad un corpo giuridico di diritti che sia riferibile solo all’uomo, facendo astrazione da ogni vincolo di etnia, ideologia o religione professata. In una parola, il fondamento del diritto nelle Dichiarazioni Internazionali deve essere l’uomo in quanto titolare di prerogative e diritti che gli derivano dal suo stesso essere uomo.

Oggi le Nazioni Unite dispongono di una “Dichiarazione dei diritti umani” che risale al 1948, epoca in cui la cultura occidentale era preminente – aveva appena vinto la guerra –  su quella di tutto il resto del mondo. Per questo il presente corpo dei diritti è forzatamente uniformato al liberismo economico che all’epoca ammetteva ancora il colonialismo e la dominazione dei popoli da parte di alcune potenze egemoni. Ma nella galassia islamica qual è la situazione? È opinione comune che “alla luce della mezzaluna” si calpestino i diritti umani. Una cosa è certa, il terrorismo di matrice religiosa islamica ha contribuito significativamente ad incrementare questa opinione, che oramai rappresenta un credo consolidato.

Nella realtà i paesi islamici, come tutti gli Stati del mondo, hanno i loro ordinamenti giuridici e codici civili o penali che vengono applicati. Sindacare se tra queste leggi ce ne possano essere alcune in contrasto con la Dichiarazione dell’ONU non è semplice. Si tratta di norme estremamente complesse diversamente applicate spesso anche in relazione all’integralismo religioso dei giuristi. Alcuni settori del corpo legislativo islamico sono infatti regolati dalla legge Sharia ritenuta la “via indicata da Dio” – in particolare quello del diritto di famiglia –  che proprio perché rivelata a Maometto da Allah non è ne negoziabile né interpretabile. Va applicata e basta. Pur avendo ratificato, almeno formalmente, la dichiarazione ONU del 1948 –  non l’ha fatto solo l’Arabia Saudita che è il custode dell’ortodossia religiosa dei musulmani –  il mondo islamico si è riservato però il diritto di redigere altre “Carte dei diritti” per le proprie genti. Queste sono fortemente condizionate dalla religione e piene di eccezioni. Probabilmente Islam e diritti umani non sono antitetici, anche se oggi è difficile sostenerlo.

Al riguardo un noto intellettuale arabo, Tariq Ramadan, ha sostenuto che “attraverso l’universalità dei principi non si può direttamente imporre a tutti l’universalità dei modelli“. Cosa vuol dire? Significa che va individuato un insieme comune di valori, alcuni universali e quindi già validi per tutti come ad esempio l’integrità dell’essere umano, il divieto dei trattamenti umilianti ed offensivi, ecc., sui quali basare l’accordo. Ovviamente accettando in contemporanea alcune diversità religiose e culturali che non possono essere eliminate. Non esiste alternativa.

di Roberto Bernardini

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