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In un libro le confessioni di un jihadista dell’Isis

By   /   5 settembre 2017  /   Commenti disabilitati su In un libro le confessioni di un jihadista dell’Isis

9788868305239_0_0_667_75Bechir aveva 27 anni ed era un giocatore della serie A tunisina che stava anche provando a laurearsi in turismo. Prima di intraprendere questo sport a livello agonistico era stato cameriere, muratore, aiutante cuoco, aveva trasportato carcasse di animali macellati secondo rito halal, aveva venduto frutta al mercato, aveva fatto il pescivendolo, il facchino in hotel e il bagnino. Nel 2014 aveva tutto: la fama, il denaro, una bella compagna. Ma decide di sacrificare tutto per arruolarsi nell’Isis. In seguito lo definirà il più grande errore della sua vita. Nel libro inchiesta “Ho scelto di vivere all’inferno. Confessioni di un terrorista dell’Isis” (Imprimatur) Simone Di Meo raccoglie lo sfogo di un combattente dello Stato Islamico che, a metà del 2015, decide di mollare tutto e tornare a casa. Il Ministero dell’Interno tunisino ha calcolato che sono circa 500 i foreign fighters che sono rientrati in Tunisia tra il 2015 e il 2016. Bechir descrive la sua radicalizzazione come un “veleno silenzioso” che è scivolato nelle sue orecchie ed ha avvelenato la sua anima. “Parlavamo di attentati e guerre di religione invece che di goal, ragazze e vacanze – racconta – Volevo che qualcuno mi corteggiasse, mi facesse sentire importante.Che mi desse nuovi stimoli. Che mi desse un obiettivo nella vita. Nel giro di qualche mese mi ero non solo convertito alla forma più radicale di islamismo ma mi ero anche isolato dal mondo. Avevo abbandonato la squadra di calcio e mi stavo allontandando anche dalla mia nuova compagna Aicha”. É partito per la Turchia e di qui è entrato in Siria e ha raggiunto la provincia di Damasco e poi Raqqa dove ha conosciuto combattenti di molte nazionalità. “La sveglia è alle sei a raffiche di kalashnikov – racconta ancora il tunisino – Si dorme in grandi camerate allestite sulla base di approssimativi criteri di provenienza geografica”. Poi colazione a base di datteri e latte e sedute di allenamento. Nel libro di Di Meo viene riportata una serie di episodi raccontati dallo stesso foreign fighter. Come la vicenda del ragazzino frustato a sangue per aver rubato qualche mela al mercato o del suo coetaneo pugnalato perchè non aveva terminato la preghiera in maniera corretta. Bechir ha partecipato alla decapitazione di poliziotti di Assad dopo averli tenuti in una cella buia un mese e racconta come ad un gruppo di uomini siano state tagliate le teste e poi siano state poggiate sui seni delle mogli morte anch’esse. É andato casa per casa e ha sequestrato le giovani donne che non erano sposate per renderle schiave sessuali dei jihadisti e racconta di stupri di gruppo. “Tante non hanno resistito al dolore e sono morte o si sono suicidate. Altre moriranno per malattie che hanno contratto cambiando decine, centinaia di partner ogni mese” si legge nel libro. Poi c’è l’orrore dei bambini yazidi massacrati e poi buttati come carcasse di cani in fosse comuni o della donna costretta a mangiare i resti del suo stesso bambino ammazzato e cucinato a sua insaputa. “Ho fatto ingoiare benzina agli uomini che non volevano ubbidirmi e li ho dati alle fiamme – continua Bechir – Sembro un robot. Prego, mangio e combatto”. Alla fine però comprende che “nell’Isis tutto è morte”, “é una notte lunghissima si cui non si alza l’alba”.

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