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I Generali nel governo Trump sono un punto di forza o di debolezza per il Presidente?

By   /   6 Febbraio 2017  /   Commenti disabilitati su I Generali nel governo Trump sono un punto di forza o di debolezza per il Presidente?

trump e i decreti   I recenti provvedimenti del neo Presidente americano, i cosiddetti “executive orders” che da noi qualcuno ha tradotto in “decreti”, hanno suscitato qualche perplessità anche all’interno dell’establishment della Casa Bianca, in particolare nei diretti collaboratori provenienti dal mondo militare che occupano i posti di maggior rilievo. La domanda che molti si erano posti all’epoca della prima ipotesi di composizione del governo, e che il quotidiano The Guardian richiama in questi giorni, era “se i generali in pensione” chiamati ad alti incarichi come Mattis (Segretario alla Difesa), Flynn (Consigliere per la sicurezza nazionale) e Kelly (Segretario alla sicurezza interna), fossero disposti a seguire il Presidente anche in caso di provvedimenti da loro non condivisi per questioni di etica personale o professionale.

Quando Trump cominciò a mettere insieme il sugen flynno gabinetto, molti liberali ma anche qualcuno tra i repubblicani espressero qualche preoccupazione per il numero di Generali in pensione candidati a  posizioni di vertice. “Trump assume un terzo generale, preoccupazioni per questa pesante influenza militare” tuonava il quotidiano Washington Post durante la transizione presidenziale terminata poi il 20 gennaio. Di più, “…sono preoccupato per il numero dei candidati scelti dal “presidente eletto” che provengono dai ranghi degli Ufficiali posti recentemente in pensione” affermava  il rappresentante democratico Steny Hoyer in un’intervista al  Washington Examiner lo scorso dicembre.gen. kelly

Non c’è nessun dubbio che  Flynn, Mattis e Kelly siano patrioti di primissimo ordine e che leali al mandato ricevuto non si dimetterebbero mai dai loro incarichi se non per motivi molto seri. Ma non dimentichiamo che militari di questa levatura non sono però disposti a rimanere attaccati alle sedie contro i propri principi, come succede ai politici di carriera che possiedono valori flessibili ed orientabili a seconda del proprio tornaconto personale. Qualora i loro principi e la loro etica personale e professionale di servitori dello Stato dovessero cozzare contro decisioni prese dal Presidente, magari assunte in autonomia e senza preventiva consultazione dello staff come sembra sia avvenuto con il provvedimento sugli immigrati, i tre Generali non sarebbero probabilmente disposti a rimanere. I motivi dovrebbero però essere seri e non certo frivolezze da “contrapposizione politica da cortile” che anche a Washington talvolta si registra.

Ci sono tutte le ragioni per ritenere e per credere che i tre Generali abbiano accettato l’incarico come una missione patriottica e che quindi vogliano veramente aiutare Trump per conseguire il successo indirizzandolo con continuità verso il meglio per il Paese, dall’alto delle loro consolidate competenze ed esperienze.

Di questo sono tutti convinti. C’è però anche chi osserva che sono invero già emerse indiscrezioni sul fatto che Flynn, Mattis e Kelly non siano del tutto soddisfatti di come sono andate le cose alla Casa Bianca in questi primi quindici giorni di mandato presidenziale di Trump. Sembra che non siano stati “sufficientemente” consultati nella fase di elaborazione e di attuazione del famigerato ordine esecutivo sull’immigrazione. Questo per evitare le loro perplessità e magari per impedire che ponessero ostacoli alla sua approvazione? Forse è andata così ed i tre sono al momento solo molto contrariati, non intervengono per prudenza perché convinti che la “macchina delle condivisioni” all’interno dello staff presidenziale debba essere ancora ben rodata.

Ma per il “The Guardian” nel prossimo futuro non è impossibile immaginare uno scenario in cui lo “staff di prossimità” di Trump spinga il Presidente a decisioni immediate che lo portino troppo lontano dalle regole. Se, per esempio e per assurdo, ma non troppo, Trump dovesse dire a Kelly di ignorare un ordine di un tribunale o chiedesse a Mattis di attuare una politica illegale o che potrebbe causare danni catastrofici per il paese, come reagirebbero i “junior retired generals”? Sicuramente direbbero al Presidente “non posso farlo, signore, è contro i miei principi ed il bene degli Stati Uniti. Me ne vado”. Queste risposte potrebbero influenzare il destino di tutta l’Amministrazione e la permanenza stessa di Trump al potere. Trump sarebbe posto dinanzi al dilemma di retrocedere dalle sue decisioni o spingersi avanti anche contro il loro consenso con il rischio di  una probabile fine della sua presidenza, in anticipo. Il Presidente imprenditore, il “Commander in Chief” che non ha prestato servizio militare, non gode infatti di grande consenso, in tanti lo auspicano.gen mattis

Questa ipotesi è presa sul serio da molti analisti che individuano anche altri risvolti. Qualora Flynn, Mattis o Kelly dovessero decidere di dimettersi per sostanziale disaccordo con Trump nella gestione delle questioni di loro competenza,  in segno di protesta, non è impossibile immaginare che i repubblicani al Congresso che hanno tollerato e consentito tiepidamente che Trump fosse eletto, potrebbero rivoltarsi. Non molti esponenti del suo partito nel Congresso si sentono vincolati a legami di lealtà nei suoi confronti, anzi, tanti hanno subito la sua presidenza ed aspettano forse il momento opportuno per liberarsene, anche prima del 2021. Le eventuali dimissioni di Flynn, Mattis o Kelly potrebbero essere la classica “goccia che fa traboccare il vaso”. Fantapolitica? Vedremo. Certo che, cercando il meglio, Trump ha arruolato militari “tutti d’un pezzo” poco avvezzi ai compromessi. Per lui, uomo ed imprenditore spregiudicato, i tre Generali rappresentano allo stesso tempo un punto di forza e di debolezza.

di Roberto Bernardini

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