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Migranti. I tre costi per contenere il fenomeno

By   /   11 Gennaio 2017  /   Commenti disabilitati su Migranti. I tre costi per contenere il fenomeno

cieIn questo inizio anno il Governo ha tracciato un nuovo percorso per la gestione dei flussi migratori verso l’Italia, in continuo aumento. Il fenomeno è inarrestabile, il Mediterraneo è il luogo di un disordine internazionale senza precedenti dovuto alla crisi medio orientale, ai disastri ambientali e alla mancanza di risorse che spingono maree di disperati a cercare un’alternativa al loro triste presente. Ma quali sono i numeri dell’immigrazione 2016? 350mila le persone che hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo verso i vari approdi europei. Secondo l’Alto commissariato ONU (UNHCR) circa 170mila si sono diretti verso la Grecia e 180mila verso l’Italia. Sono numeri non altissimi, ma consistenti, che non siamo stati capaci di gestire e che hanno dimostrato l’inadeguatezza del nostro sistema di accoglienza. L’aria è cambiata nell’esecutivo, si è finalmente capito che non c’è alternativa alla fermezza ed all’organizzazione, che l’Europa è stanca delle nostre “glissazioni” giuridiche e lamentele, che dobbiamo ottemperare al trattato di Dublino sull’identificazione, che è necessario identificare i migranti e attribuire loro un nome e una identità spendibile in tutta Europa, se mai avessero il diritto di restare. Ma è anche chiaro che il flusso inarrestabile deve essere quantomeno contenuto per cui urgono accordi bilaterali per ridurre le partenze già nei luoghi di origine. A livello organizzativo occorre ricreare e ampliare le strutture già esistenti. Ed allora si ritorna a parlare di Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE). Attenzione, espulsione non significa violenza come qualcuno crede o millanta, significa legale allontanamento di un individuo che non ha alcun diritto di rimanere nel nostro Paese. E’ ora di chiamare le cose con il loro nome senza condizionamenti inutili e dannosi. Ma come funzionano i vecchi CIE? Con la legge Turco-Napolitano, era la fine degli anni ’90, ne vennero attivati tredici per non più di 1600 ospiti. Il clandestino doveva rimanere nel CIE per un massimo di trenta giorni, ma per i tentennamenti della politica nei confronti dell’espulsione, nel 2011 la permanenza era arrivata a 18 mesi, poi nel 2015 una direttiva UE aveva fissato il limite massimo ad un anno. Furono costituiti senza un preciso stato giuridico per gli ospitati. Il clandestino è soggetto a “detenzione amministrativa”, un termine privo di base legale e che non dice né consente nulla. Se fugge non commette reato. Alle solite, norma senza sanzione. Ed allora servono nuove direttive che consentano ai CIE, nel pieno rispetto dei dettami del diritto umanitario di operare comunque con determinazione e, se serve, con la necessaria durezza, senza falsi buonismi o colpevoli omissioni, sanzionando con misure restrittive chi non osserva scrupolosamente le norme o addirittura delinque. Serve quindi al più presto un adeguamento della copertura giuridica. Si è finalmente capito che è indispensabile dotarsi con urgenza di un apparato efficace e rapido per le identificazioni, che dobbiamo espellere chi non ha diritto e riaccompagnarlo in Patria. Chi non vuole farsi identificare deve avere vita difficile, come succede in Inghilterra dove chi rifiuta l’identificazione viene incarcerato fino a quando comunica i suoi dati o è lui stesso a chiedere di andarsene. Sono misure che potrebbero creare problemi al buonismo nostrano? Non credo, quantomeno non più. Anche i più sensibili al “bene dei popoli” hanno loro malgrado capito che non siamo in grado di continuare con l’accoglienza indiscriminata. Tutta questa nuova organizzazione ha un costo? Certo che costa. E questo è il primo costo diretto che dovremo sostenere magari in futuro anche con il sostegno dell’Europa. Per ora dobbiamo pensarci in proprio, convinti che organizzarci conviene perché consentirà sicuramente di pagare meno di quanto già oggi si paga in costi sociali diretti e indiretti per mantenere tanti disperati sul territorio nazionale. Ma non basta. Come accennato servono accordi diretti a livello bilaterale con i Paesi di provenienza per tentare di ridurre le partenze. Per ora tutto a nostro carico, con l’Europa poi si vedrà. E questo è il secondo costo che dovremo sostenere perché simili accordi prevedono delle consistenti contropartite. Questa è la realtà, queste sono le relazioni internazionali in tempo di crisi. Questa, aggiungo, è la nostra attuale convenienza. Senza queste misure dall’emergenza continua non si esce, senza una politica determinata e finanziata di espulsione dei non aventi diritto non si ottengono risultati. E’ inutile obbligare le forze di polizia a retate continue alla caccia dei clandestini se poi l’unico provvedimento che possono prendere è quello di metter loro in mano un decreto di espulsione per poi lasciarli liberi di andarsene magari incassando qualche sberleffo. La fase successiva, che comunque deve essere messa in programma da subito, è quella degli interventi di sviluppo sociale ed economico in Africa, prioritari almeno per noi perché i migranti che arrivano in Italia sono al 99 per cento africani. E’ il terzo costo da sostenere. Serve un’azione organica che comprenda tutti i settori della possibile cooperazione con i Paesi di provenienza ma anche con quelli di transito. Serve una seria politica di investimenti e aiuti all’Africa perché la sicurezza di tutti noi in Europa dipenderà da cosa sapremo costruire laggiù ma anche perché, e ne abbiamo già delle avvisaglie, se questo flusso continua con la presente intensità potrebbe mettere in difficoltà la stessa stabilità delle democrazie europee. Se pensiamo allo sconquasso provocato nella tenuta dei governi e della politica europea dal terrorismo comprendiamo che altri problemi proprio non ci servono. Ma bisogna far presto anche perché la nostra gente ha paura, le preoccupazioni sulla sicurezza, ma non solo, hanno raggiunto livelli di guardia. Anche le relazioni politiche e sociali all’interno degli Stati europei ne risentono perché questi timori che toccano i sentimenti più intimi dei cittadini e la loro incolumità portano a condividere le derive populiste che stanno ottenendo grandi risultati elettorali. Anche i burocrati di Bruxelles hanno capito che l’Italia non può essere lasciata sola visto che è diventata il punto di ingresso in Europa di tutti i profughi africani. Ci chiedono solo serietà nella gestione del fenomeno, questa è l’occasione per dimostrare che siamo un Paese serio. Vedremo.

 di Roberto Bernardini

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