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Ma perché lo Stato Islamico resiste ancora?

By   /   17 Ottobre 2016  /   Commenti disabilitati su Ma perché lo Stato Islamico resiste ancora?

diga-mosul-4La lotta contro lo Stato Islamico messa in atto nel recente passato dalle coalizioni a guida americana da una parte ed a guida russa dall’altra ha sortito significativi risultati nel ridurre le capacita operative dell’IS, togliendogli risorse e territorio. Ed erano proprio queste le basi del suo potere ed anche della sua sopravvivenza. Pozzi petroliferi bombardati e perdita di importanti città e roccaforti, hanno significato un rilevante indebolimento di Al Baghdadi, il Califfo, e delle sue compagini terroristiche. Su questo tutti gli analisti internazionali sono concordi, anche se le critiche alla discontinuità di intervento che per motivi politici contrapposti e divergenti caratterizza le azioni delle coalizioni,  non mancano. La soluzione finale della crisi mediorientale non è vicina, anche perché in questo momento  – diga-mosul-3caratterizzato dai fallimenti dell’ONU ai negoziati per la crisi siriana che Staffan de Mistura faticosamente presiede a Losanna e  Ginevra – forse l’IS serve ancora ai giochi della politica e della debole diplomazia internazionale. Ad ogni modo, il territorio controllato dallo Stato Islamico si è ridotto del 16 per cento nei primi nove mesi del 2016, secondo una nuova analisi pubblicata di recente dall’Istituto  IHS Markit, leader mondiale nelle informazioni critiche, analisi e soluzioni.  Nel 2015, lo Stato Islamico si era già ridotto da 90,800 km2 a 78.000 kmq, con una perdita netta di 14 per cento. Ad ottobre 2016, lo Stato islamico controlla circa 65.500 kmq in Iraq e Siria, che è la dimensione dello Sri Lanka. Nel corso del 2016 le perdite territoriali dello Stato islamico sono state relativamente modeste ma senza precedenti nella loro importanza strategica, perché hanno riguardato gli itinerari di accesso alle rotte del  contrabbando transfrontaliero con la Turchia. Questo  limita gravemente la capacità del gruppo terroristico Daesh di reclutare nuovi combattenti provenienti dall’estero (foreign fighters), e questo succede proprio nella fase in cui il governo iracheno sta lanciando la sua offensiva su Mosul, grande città nelle mani del Califfato dal 2014, vicina all’omonima diga oggi presidiata dai militari italiani e dove una ditta italiana è incaricata della sua urgente manutenzione.  Per inciso si tratta di un’operazione che non ha precedenti perché mai una ditta civile, in questo caso la Trevi di Cesena, ha operato in territorio soggetto a combattimenti. Si teme che l’IS possa usare la diga come una potente “bomba d’acqua” con conseguenze distruttive che arriverebbero ad interessare anche Bagdad. Ma i nostri paracadutisti della “Folgore” vigilano. Le perdite territoriali dello Stato islamico in Siria negli ultimi tre mesi sono state concentrate nella provincia settentrionale, di Aleppo dove i gruppi filo-turchi hanno spinto i ninive,  lontano dal confine con la Turchia. In Iraq, le forze governative hanno riconquistato Qayyarah base aerea nella provincia di Ninive, che tornerà molto utile nell’offensiva  per liberare Mosul.diga-mosul-2

Si procede purtroppo lentamente ma gradualmente lo Stato Islamico viene sconfitto in tutte le sue roccaforti. Il vero problema è però rappresentato dalle divergenze tra i vari attori coinvolti nella regione. I principali sul campo a vario titolo ed in diversa misura, Stati Uniti, Russia e Turchia non perseguono gli stessi obiettivi, curano diverse alleanze con gruppi politico-militari di diversa estrazione. Questo ritarda la soluzione e impedisce anche di portare a termine con determinazione la “chiusura” dello Stato islamico per ora solo sotto il profilo amministrativo e militare, perché la sua natura terroristica non  si può certo estirpare con le armi.

Prima o dopo comunque anche le ambiguità delle potenze esterne coinvolte dovrà finire. Per il momento, gli Stati Uniti, ad esempio, stanno collaborando con vari movimenti tra loro in conflitto ma concordi sulla lotta all’IS. Una volta archiviata la “pratica IS” Washington dovrà scegliere chi appoggiare per la stabilizzazione ed i Curdi rappresenteranno veramente il problema. Non dimentichiamo che i pashmerga curdi  che sono stati i principali artefici dei successi contro Daesh e pretenderanno soddisfazione anche contro la Turchia loro nemica. I loro leader molto pragmaticamente si rendono conto che essendo la Turchia membro importante della NATO, gli americani potrebbero scegliere l’ortodossia atlantica invece del loro futuro. Per questo sono alla ricerca di rassicurazioni nelle due strutture elettorali dei candidati alle presidenziali degli Stati Uniti. La loro partecipazione alla battaglia finale per la riconquista di Raqqa, Capitale dell’IS, sarà condizionata dalle promesse attese dagli USA. Analoghe considerazioni valgono per la Russia che a fine esigenza pretenderà di avere una forte “voce in capitolo. Situazione intricata che ci fa capire perché l’IS, di fatto militarmente neutralizzato, ancora “resiste”.

di Roberto Bernardini

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