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Nobel per la Pace al Presidente colombiano Juan Manuel Santos

By   /   8 Ottobre 2016  /   Commenti disabilitati su Nobel per la Pace al Presidente colombiano Juan Manuel Santos

juan-manuel-santosFino a qualche anno fa credevo, ingenuamente, che il Premio Nobel venisse assegnato a persone che avevano dedicato una intera vita a favore della scienza e della società. Quello per la Pace poi doveva essere il più alto riconoscimento per coloro che avevano speso tutte le loro energie nei confronti del prossimo e del miglioramento della qualità della vita.

Poi c’è stato il Premio Nobel ad Arafat e lì mi sono ricreduto. Ieri lo stesso Premio è stato assegnato al Presidente colombiano Juan Manuel Santos per essere riuscito a portare al tavolo delle trattative il comandante delle Forze Armate Rivoluzionare della Colombia (FARC), Rodrigo Londolfo Echeverri, alias Timoschenko.

Dopo 4 anni di trattative, lo scorso 23 giugno 2016, i due hanno firmato un Accordo di pace per chiudere definitivamente con il passato, ovvero un conflitto che durava da oltre mezzo secolo e che ha provocato 8 milioni di vittime. A garantire la pace e la transizione alla normalità sono le Nazioni Unite, la Norvegia e Cuba, dove è stato firmato l’Accordo.

Per i suoi sforzi, l’impegno e la determinazione a perseguire la normalizzazione del paese e riportare alla “vita civile” i combattenti, al Presidente Juan Manuel Santos è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2016, anche se da più parti si chiedeva che il Premio fosse condiviso con lo stesso Timoschenko, per il suo ruolo altrettanto importante per il raggiungimento dello storico Accordo.

Entrambi i personaggi, tuttavia, non sono esenti di atti di violenza. Il Santos, come Ministro o come Presidente, ha condotto operazioni che hanno ucciso, l’allora numero due, alias “Raul Reyes” (2008), “Mono Jojoy” (2010) e “Alfonso Cano” (2011), e altri 63 capi ribelli di vari fronti combattenti. Dal 2011 ha cambiato politica e si è deciso a risolvere il conflitto non più attraverso la forza militare ma con trattative di pace. Il Timoschenko, da parte sua, si è reso colpevole di chissà quanti omicidi, direttamente o come mandante.

In realtà, i colombiani, lo scorso 2 ottobre, chiamati ad esprimersi attraverso un referendum sull’Accordo, con il 51,3% dei voti contrari in opposizione al 49,7% dei voti favorevoli, hanno riposto con un “NO”. Evidentemente le ferite sono ancora aperte e milioni di cittadini se da un parte vedono con favore il ritorno alla normalità, alla pace, dall’altra chiedono che i guerriglieri siano giudicati per i reati da loro commessi e che non ci sia un’amnistia generale e generalizzata.

La paura che anche questa volta il tutto si trasformi in una bolla di sapone, come lo è stato in passato, è forte anche da parte degli stessi guerriglieri, circa 20 mila uomini e donne, molti sono nati e cresciuti in mezzo alla giungla, che devono tornare alla vita pubblica, integrasi con chi hanno fino a ieri combattuto.

In passato, altre tregue e Accordi sono stati firmati e poi disattesi. Il più tragico è stato quello degli “Accordi di Uribe” nel 1984, quando le FARC in alleanza con altre forze politiche costituì il movimento politico denominato “Unione Patriottica” (UP) che nelle elezioni del 1985 ottenne 14 parlamentari e diversi sindaci e consiglieri. Tutti i leader del partito furono falciati da una raffica di attentati, compresi i candidati alla presidenza della Repubblica Jaime Pardo Leal e Bernardo Jaramillo, e tutto tornò come prima e la guerra ricominciò.

Pur ritenendo che l’unica via per risolvere il conflitto sia attraverso la pacificazione nazionale, come è avvenuto in Sud Africa per l’Apartheid, mi sembra che il Nobel sia giunto con un certo anticipo, mentre forse bisognava aspettare la conclusione e la concretizzata pacificazione.

di Vito Di Ventura

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