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Daesh: il Califfato e le recenti sconfitte

By   /   6 Luglio 2016  /   Commenti disabilitati su Daesh: il Califfato e le recenti sconfitte

Islamist fighters loyal to Somalia’s Al-Qaida inspired al-Shebab group perform military drills at a village in Lower Shabelle region, some 25 kilometres outside Mogadishu on February 17, 2011. The group claims it has recruited and now training hundreds of new militants to fight against government forces in an expected offensive against militant held positions in the embattled capital following a warning of an attack after 100 days from President, Sheikh Sharrif Ahmed, that are due to expire in a week's time. AFP PHOTO/Abdurashid ABDULLE

Islamist fighters loyal to Somalia’s Al-Qaida inspired al-Shebab group perform military drills at a village in Lower Shabelle region, some 25 kilometres outside Mogadishu on February 17, 2011. The group claims it has recruited and now training hundreds of new militants to fight against government forces in an expected offensive against militant held positions in the embattled capital following a warning of an attack after 100 days from President, Sheikh Sharrif Ahmed, that are due to expire in a week’s time. AFP PHOTO/Abdurashid ABDULLE

Alcuni commentatori, recentemente, dalle colonne di testate autorevoli come il TG1 e Difesa On Line, si sono lanciati in una complessa analisi sociologica sulle conquiste e le sconfitte dell’ISIS o Daesh, presentando una visione solo parzialmente condivisibile: vorremmo dedicare alcune brevi righe per dire la nostra.

Partiamo dalla considerazione, peraltro più volte ribadita, secondo cui ISIS non è un’organizzazione terroristica in senso tradizionale, è qualcosa di decisamente nuovo nel campo del terrorismo internazionale di matrice religiosa: per anni abbiamo convissuto con modelli paramilitari di carattere monolitico, con un comandante, uno stato maggiore e delle strutture da essi dipendenti, sparse su un limitato territorio, tutte rigidamente coordinate.

Viceversa ISIS (Daesh) non è una struttura cresciuta nel mondo arabo, intrisa di fondamentalismo e a carattere militare, anche se ci assomiglia molto, al punto da poter essere confusa con i modelli precedenti.

L’ISIS nasce in occidente, da parte di una classe dirigente sì di origini arabe, ma cresciuta in Europa e in Nordamerica con un buon livello di cultura economico – imprenditoriale: non parliamo di contadini e pastori che hanno visto espropriare la propria terra e che la difendono organizzandosi, semmai di veri imprenditori che hanno scelto il campo del terrore come proprio settore di operazioni, con organizzazioni commerciali e una visione di breve, medio e lungo periodo.

Non hanno quindi una struttura prettamente militare, ma molto più commerciale, fatta di marketing, volantini pubblicitari distribuiti nelle scuole, filmati propagandistici anche diretti a far credere di avere una forte potenza militare, diffusi su canali YouTube, addetti stampa con una competenza in comunicazioni operative da far preoccupare sia il PSYOPS americano che le omologhe strutture europee.

A livello organizzativo non sono una struttura monolitica, ma un vero e proprio sistema in franchising, cosa che ha permesso loro di espandersi su tutta l’area mediterranea senza grossi spostamenti di truppe e senza sanguinosi combattimenti: hanno semplicemente arruolato piccole organizzazioni locali, dando loro un marchio comune e determinati assets (addestramento, mezzi, uniformi, armi, fondi).

In questo panorama i loro aderenti, eccettuati i grandi capi, vanno divisi in due categorie: da un lato la dirigenza, composta da persone di cultura alta o medio alta, reclutate nelle università e nelle imprese occidentali, insoddisfatta della propria posizione, con un forte revanchismo verso l’occidente che non li valuta abbastanza (o proporzionatamente a quanto loro pensano di dover essere considerati); dall’altro la bassa manovalanza, poveri, reclutati nelle periferie occidentali o nelle baraccopoli asiatiche o nordafricane, molto ideologizzati, con un livello di cultura molto basso e soprattutto nessuna esperienza militare: vengono formati per essere attentatori suicidi o carne da cannone, comunque sacrificabili in eventuali conquiste da effettuare solo con la forza del numero, in quanto non solo privi della paura di morire, ma ardenti dal desiderio di farlo combattendo.

E’ quindi abbastanza ovvio, secondo il nostro modestissimo parere, che si tratti di soggetti temibili in azioni di guerriglia, ma privi di competenze di tattica e strategia idonee a mantenere il controllo di un terreno conquistato, soprattutto in un combattimento in campo aperto.

di Marco Eller Vainicher

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