Loading...
You are here:  Home  >  Esteri  >  Current Article

Il Marketing del terrore

By   /   4 Luglio 2016  /   Commenti disabilitati su Il Marketing del terrore

terrorism marketOrmai, dall’inizio del 2016, gli attentati terroristici sono aumentati con progressione aritmetica, un fenomeno che molti considerano apparentemente inspiegabile, almeno a livello sociologico. In effetti l’impatto di ciascun attentato e l’effetto terrore che si verifica ogni volta, è minore, in quanto l’uomo tende ad assuefarsi alla paura per istinto di sopravvivenza.

Vice versa, esaminando il problema su un piano prettamente economico la cosa potrebbe avere senso. Nel mercato del terrorismo anti occidentale i competitors sono numerosi: Al Qaeda, i suoi ex alleati Talebani e l’ISIS sono gli attori principali, cui si affiancano alcuni gruppi minori, sparsi per tutto il mondo, alcuni affiliati ai gruppi maggiori, altri in cerca di uno spazio proprio, come Boko Haram, il gruppo Abu Sayyaf nelle Filippine, il gruppo Salafita per la Predicazione Combattente, i Martiri di Al Aqsa, le Brigate Al Nusri e via dicendo, per tutta l’Africa Settentrionale e l’Asia Meridionale.

Ciascuno di essi ha una necessità di sopravvivere in un mercato ormai saturo, in cui gli attori hanno, come prima necessità, quella di essere riconoscibili e attirare nuovi adepti. In un simile panorama pare dunque ovvio che, se un soggetto acquista una maggiore fetta di credibilità come “nemico pubblico numero uno”, gli altri hanno la necessità di mostrare al mondo quanto siano più cattivi.

Si tratta di una esigenza di sopravvivenza: mantenendosi in una visione aziendale, quale è quella di questa nuova forma di terrorismo, meno ideologica e più commerciale, non si può non notare che si tratta di strutture che hanno, necessariamente, un grosso ricambio di manodopera, tra quanti muoiono nel corso delle missioni, quanti vengono arrestati e quanti vengono impiegati in missioni suicide.

Per garantirsi, dunque, un continuo afflusso di forze fresche, per tramite del reclutamento, tra gli infelici dei quartieri poveri delle aree nordafricane e sud-asiatiche, è ovvio che debba offrire maggiore appeal e pubblicizzare il proprio nome sul mercato del reclutamento.

In secondo luogo per poter sopravvivere queste organizzazioni necessitano di rifugi sicuri, terreni di addestramento, materiali vari (divise, armi, munizioni, viveri, mezzi di trasporto, rifornimenti), che, sebbene non difficili da reperire, diventano un problema quando si parla di acquisti in quantità industriali, sia in quanto aumenta la difficoltà di reperirli, sia in quanto aumenta il rischio di individuazione delle spedizioni e dei destinatari.

Come è ovvio questo genere di dotazioni hanno un forte costo economico, che può essere sostenuto solo con l’apporto di capitali da parte di Stati od organizzazioni di particolari dimensioni, che necessariamente finanziano chi abbia un maggiore impatto. In questo panorama solo acquisendo una immagine più forte sarà possibile reperire un maggior numero di soldati e una costante fonte di finanziamenti.

Ancora una volta si dimostra fondamentale conoscere il proprio nemico per poterlo combattere e rendersi conto che il nuovo terrorismo non è parente né di quello esistito fino agli anni ‘90, né della criminalità organizzata.

di Marco Eller Vainicher

    Print       Email

You might also like...

Baghouz e la questione dei “foreign fighters”

Read More →