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Il progetto di intelligence europeo

By   /   25 Marzo 2016  /   Commenti disabilitati su Il progetto di intelligence europeo

intelligenceDopo gli attentati di Bruxelles, da più parti si propone di incrementare lo scambio di informazioni antiterrorismo a livello europeo: come funziona attualmente? E come potrebbe funzionare in futuro?

Anzitutto va considerato che per definizione l’attività di intelligence è il complesso di attività di raccolta e di analisi delle informazioni finalizzata alla protezione dello Stato e dei suoi interessi e delle sue strutture fondamentali (le cosiddette infrastrutture critiche).

Si compone di tre fasi:
acquisizione della notizia, attraverso la ricerca, la raccolta e la valutazione dei dati acquisibili da un’ampia gamma di fonti, che vanno dall’attività del singolo individuo sul campo (cosiddetta human intelligence o humint) all’uso di sofisticate apparecchiature elettroniche (cosiddetta electronic intelligence o elint);
gestione dell’informazione attraverso l’analisi e la comparazione dei risultati della ricerca, che spesso porta anche a un giudizio prognostico sulle intenzioni di un determinato soggetto e del futuro geopolitico di una determinata area;
comunicazione all’Autorità di Governo sia di semplici informazioni, sia di rapporti, analisi e punti di situazione, utili per le decisioni da assumere o per le attività da intraprendere.

Oggi il sistema, nato pochi anni fa, è embrionale: una banca dati di segnalazioni di eventi rilevanti, una cooperazione di polizia in materia di pubblica sicurezza denominata Europol, un sistema di lotta contro il riciclaggio e le frodi doganali, originariamente denominato OLAF, poi UTLAF, gestito dalla Guardia di Finanza e da enti paritetici. Per il resto ogni nazione opera a modo proprio ed occasionalmente vengono condivise informazioni in sede PESC o per scambi tra le varie diplomazie. Sicuramente la condivisione, a livello europeo, delle informazioni potrebbe aumentare il bacino delle informazioni disponibili e questo consentirebbe una maggiore precisione nelle analisi, e tuttavia …

Ci sono molti contro: anzitutto già oggi le informazioni vengono veicolate a livello diplomatico, ma pare che spesso vengano prese poco in considerazione, in secondo luogo ciascuno Stato, come è giusto, è molto geloso dei propri sistemi di intelligence, e sicuramente non esiste alcuna garanzia che una serie di informazioni provenienti da uno Stato possano essere completamente disinteressate e non siano invece un sistema di disinformazione diretta a danneggiarne un altro.

E’ giusto il caso di richiamare le dichiarazioni del Presidente Juncker secondo cui il database delle informazioni già esistente (molto scarno, a dire il vero) sarebbe alimentato solo da 5 nazioni su 28, senza considerare che ogni sistema funziona secondo regole e procedure differenti. Non va poi sottovalutato il peso dell’opinione pubblica: da anni stiamo assistendo ad un fenomeno di paura generalizzata per ogni forma di controllo a livello internazionale e una forte insistenza sulla tutela della riservatezza dei dati.

Da ultimo, quale modello si vorrebbe impiantare: di raccolta delle informazioni, di analisi o di intervento? E tra questi, uno già in essere oppure uno nuovo creato ad hoc?

Sull’argomento ci sono ancora differenti visioni. Ad esempio, il Ministro dell’Interno Italiano propone di utilizzare il sistema di scambio di informazioni nazionale del CASA (Centro di Analisi Strategica Antiterrorismo), mentre il Presidente Francese vorrebbe una maggiore integrazione dei Servizi di InformazioneNessuna delle scelte proposte, per ora, sembra accettabile: concentrare l’attenzione solo sullo scambio di informazioni potrebbe superare le gelosie nazionali, ma comporterebbe un enorme rallentamento sulla fase di intervento, e, condividendo solo le informazioni senza le relative fonti, resterebbero i dubbi sulla loro attendibilità, alcuni anche legittimi, in fondo nel mondo dell’intelligence chi dice conta quando cosa ha detto.

Integrare i servizi gli uni con gli altri potrebbe essere un’altra scelta sbagliata: la diffidenza di ciascun Paese è stata esasperata dai recenti episodi di cronaca sullo spionaggio dell’NSA a danno dei capi di Stato e di Governo europei.

L’unica scelta possibile sembra essere quella di ricorrere ad un modello analogo a quello dello Stato Maggiore Europeo, unico pezzo rimasto della abortita Comunità Europea di Difesa, e figlio dell’integrazione nel sistema comunitario della UEO (Unione dell’Europa Occidentale), ma resta il problema di come farlo.

Una unica polizia europea, sul modello FBI, sembra essere, per ora, politicamente impraticabile, esattamente come la più volte ventilata difesa unica, mentre un mero coordinamento di servizi e polizie dislocate sul territorio nazionale, ma dipendenti direttamente dai singoli Stati finirebbe per essere solo una pastoia burocratica.

L’unico modello apparentemente funzionante potrebbe essere quello di un organo di analisi accentrato, alimentato da ciascuno Stato, con il potere di richiedere direttamente l’intervento di strutture unitarie come Eurocorps in caso di grave crisi o di attivare le forze di polizia nazionale, come nel modello di intervento in caso di calamità introdotto da Catherine Ashton, con uno strumento simile al Mandato di Arresto Europeo: ma gli Stati accetterebbero un ente non dipendente da loro con potere di intervento sul loro territorio ? E la popolazione civile ? Senza contare che tale modello fu proposto ed accantonato da Federica Mogherini all’inizio della sua carriera come PESC.

In conclusione: a livello teorico la proposta di una intelligence europea potrebbe funzionare, ma sul piano pratico ci sono ancora molte, troppe cose da valutare per fare una prognosi accettabile.

di Marco Eller Vainicher

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