Loading...
You are here:  Home  >  Esteri  >  Current Article

La guerra alle risorse economiche dello Stato Islamico

By   /   24 Novembre 2015  /   Commenti disabilitati su La guerra alle risorse economiche dello Stato Islamico

attacco ai depositi petroliferi di ISI nuovi obiettivi dei raid aerei americani sono le fonti petrolifere dello Stato Islamico, attraverso cui il califfato quotidianamente introita milioni di dollari per continuare a finanziare la sua campagna di terrore nel mondo, a pagare lo stipendio ai militanti e a far funzionare gli uffici pubblici dell’auto proclamato stato.

Al riguardo, si continua erroneamente a chiamare lo Stato Islamico con l’acronimo ISIS. Questo è un errore concettuale molto importante poiché la trasformazione, avvenuta il 29 giugno 2014 con a dichiarazione del califfato, non prevede confini geografici (inizialmente previsti: Siria e Iraq) ma si rivolge a tutti i musulmani del mondo e infatti il suono nome arabo è al-Dawla al-Islāmiyya.

Come è noto, le fonti finanziarie dello Stato Islamico, oltre al petrolio, sono le estorsioni, la vendita di pezzi di antiquariato  e anche le donazioni provenienti dai paesi del Golfo.

Naturalmente, dietro questo commercio ci sono le banche, molte delle quali in territorio siriano, come indicato dal rapporto dell’Intergovernmental Financial Action Task Force che ha individuato ben 20 banche o istituti finanziari che agiscono per conto di IS in Siria, mentre in Iraq il governo ha tagliato ai terroristi la possibilità di accedere al sistema finanziario internazionale.

Per avere successo, questa nuova strategia militare, necessità del forte appoggio della Turchia e della Russia. La prima per non concedere ai terroristi facilità di transito alle frontiere e la seconda per condividere obiettivi ed evitare che i terroristi possano riorganizzarsi dopo i bombardamenti.

Ma il problema finanziario non è solo dello Stato Islamico, anche l’Europa, dopo i fatti di Parigi, per far fronte alla dichiarata guerra e alla necessità di garantire una maggiore sicurezza ai propri cittadini, dovrà mettere mano al portafoglio e questo causerà anche un rallentamento della cosiddetta ripresa economica. Per evitare questo, da più parti già si chiede che l’Unione Europea conceda lo sforamento del disavanzo previsto 3% del Pil dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC).

di Vito Di Ventura

    Print       Email

You might also like...

Abbattere i simboli delle ingiustizie razziali

Read More →