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Mauritania, blogger condannato a morte per apostasia

By   /   7 Gennaio 2015  /   Commenti disabilitati su Mauritania, blogger condannato a morte per apostasia

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In Mauritania criticare la religione islamica è considerato un reato, punibile con la pena capitale. Questo è quanto è accaduto a Mohamed Cheikh Ould Mohamed, condannato a morte il 24 dicembre per apostasia dal tribunale di Nouadhibou, nel nordest del paese.

Il giovane mauritano, 28 anni, era stato arrestato un anno fa per un articolo pubblicato sul sito web Aqlame, nella quale scriveva che all’interno della società del suo paese vige un ordine sociale iniquo ereditato dai tempi del profeta Muhammad e che la sua classe, quella dei fabbri, è vittima di questa discriminazione. Secondo l’accusa l’imputato  “aveva parlato con leggerezza del Profeta” e quindi meritava la pena di morte.

Il reato di apostasia è definito dal codice penale della Mauritania, articolo 306, comma 1, contenuto nella sezione IV intitolata “Atti di indecenza nei confronti dell’Islam”.

Mohamed Cheikh Ould Mohamed si era difeso affermando di non aver voluto offendere il Profeta, ma “difendere uno strato della popolazione maltrattato, i fabbri”, dal quale proveniva. “Se dal mio testo si è potuto comprendere quello di cui sono accusato – aveva detto – io lo nego completamente e me ne pento apertamente”.

Il codice penale prevede la pena capitale per apostasia tranne in caso di pentimento. Nonostante si sia ampiamente scusato di fronte al giudice, il giovane rischia di essere messo a morte.

La pena capitale non viene applicata in Mauritania dal 1987 e Mohamed è la prima persona ad essere condannato a morte per apostasia dopo l’indipendenza nel 1960.

Intanto le organizzazioni per i diritti umani iniziano a mobilitarsi. Reporter senza frontiere ha chiesto l’annullamento della condanna a morte:  “Chiediamo alle autorità giudiziarie di rovesciare questa sentenza ingiusta in appello. I commenti di Mohamed Cheikh Ould Mohamed che criticando il sistema delle caste sono protetti dal diritto alla libertà di informazione e di espressione, sancito dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.

In un rapporto del dicembre 2013 dal titolo “Blasfemia: Informazioni sacrificate sull’altare della religione“, Reporter senza frontiere sostiene che l’uso della libertà di informazione e di espressione non può essere subordinato a qualsiasi corpus di pensiero religioso, ideologico o politico.

Secondo l’organizzazione, la Mauritania è classificata 60° su 180 paesi  per quanto riguarda la libertà di stampa.

Inoltre, nonostante sia stata formalmente abolita nel 1981 e dal 2007 sia considerata un reato, la schiavitù è ancora estremamente diffusa nel paese, soprattutto nei confronti delle comunità nere, gli “harratin”. I militanti del movimento contro la schiavitù finiscono regolarmente in carcere, come successo anche di recente al leader dell’Iniziativa per la rinascita abolizionista, Biram dah Ould Abeid.

di Elisa Cassinelli

 

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