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«The look of silence»: l’urlo dell’Indonesia e l’indifferenza

By   /   10 Settembre 2014  /   Commenti disabilitati su «The look of silence»: l’urlo dell’Indonesia e l’indifferenza

«Come ti senti a vivere circondata dagli assassini di tuo figlio?». Sono le terribili parole rivolte da Adi all’anziana madre: in Indonesia, ai giorni nostri, ancora uno dei più barbari eccidi del ventesimo secolo non ha trovato punizione o riconoscimento. Tra il 1965 e il 1966, sotto il regime del generale Suharto, oltre un milione di persone vennero uccise da gruppi paramilitari, con l’accusa di essere «comunisti»; Joshua Oppenheimer torna in Indonesia per denunciare e raccontare, ancora una volta, quei sanguinosi fatti. Dopo The act of killing, in cui l’intervista a due membri delle organizzazioni paramilitari diventava un’angosciosa fonte di interrogativi e di rimorsi, il regista americano torna nelle sale cinematografiche con The look of silence, il cui fulcro è la totale mancanza di empatia e di pentimento in una nazione in cui vittime e carnefici convivono. Presentato in concorso alla 71ma Mostra del Cinema di Venezia, il documentario ha ricevuto il Gran Premio della Giuria, insieme al plauso del presidente Alexandre Desplat, che lo ha definito «un capolavoro».

Ci troviamo nella giungla indonesiana, in un piccolo paese vicino al Silk River dove nel 1965 il Komando Aksi ha compiuto uno dei più terribili massacri. Adi vive con la famiglia e i due anziani genitori: l’uomo non ha mai conosciuto suo fratello, ucciso proprio dai gruppi paramilitari. Accompagnato dalla telecamera di Oppenheimer, che torna dai protagonisti di The act of killing e viene chiamato confidenzialmente per nome, l’uomo si introduce nelle case dei responsabili, con la scusa di vendere loro un paio di occhiali, ed inizia con ognuno un colloquio che termina nella rivelazione della propria identità. Davanti ad un familiare delle vittime del Silk River, nessuno dei carnefici mostra segni di pentimento o di comprensione; gli sporadici «mi dispiace» non fanno altro che risaltare gli effetti di una situazione in cui il passato è stato comunemente accettato ed accantonato. Ad Adi non resta che tornare a casa con qualche terribile particolare in più e, nelle orecchie, i racconti dei carnefici che raccontano di come facessero mettere in fila le vittime per poi ammazzarle sulla riva del fiume.

The look of silence, molto apprezzato a Venezia, è un’opera in cui il dolore si presenta senza clamore: i ricordi si fanno strada nella vita quotidiana, ma per i rimorsi e le riflessioni non c’è spazio. L’Indonesia mostrata da Oppenheimer è uno Stato con un’eredità pesante, votata al silenzio e all’accettazione, in cui la memoria storica impedisce la formazione di una coscienza. A quarant’anni di distanza, gli eccidi vengono ancora visti come fatti dolorosi ma necessari, o, peggio, come motivo di vanto. The look of silence non riesce a mantenere la carica drammatica di The act of killing, ma apre una finestra su un argomento doloroso e non conosciuto a livello internazionale. La storia di Adi non scandalizza e non sconvolge il pubblico, ma si annida in fondo allo stomaco, pronta a tornare, silenziosa, in mente senza lasciarsi dimenticare. Esattamente come quegli eccidi, che non hanno scatenato denunce o vendette, ma sono ancora lì a guardare il popolo indonesiano, come fantasmi.

di Chiara Gagliardi

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