Loading...
You are here:  Home  >  Esteri  >  Current Article

Alcune considerazioni sulla crisi Irachena

By   /   20 Giugno 2014  /   Commenti disabilitati su Alcune considerazioni sulla crisi Irachena

Islamist fighters loyal to Somalia?s Al-Qaida inspired al-Shebab group perform military drills at a village in Lower Shabelle region, some 25 kilometres outside Mogadishu on February 17, 2011. The group claims it has recruited and now training hundreds of new militants to fight against government forces in an expected offensive against militant held positions in the embattled capital following a warning of an attack after 100 days from President, Sheikh Sharrif Ahmed, that are due to expire in a week's time. AFP PHOTO/Abdurashid ABDULLEIl collasso delle Forze Armate Irachene di fronte ai ribelli della Islamic State of Iraq and Syria (ISIS), armati di mitragliatrici montate su pick-up, pone molti interrogativi.

Il primo fra tutti, quello fondamentale, è: “a cosa è servita una guerra durata 8 anni (20 marzo 2003-15 dicembre 2011), costata agli Stati Uniti e alla comunità internazionale centinaia di miliardi di dollari e in termini di vite umane circa 4.500 soldati (la stragrande maggioranza americani), oltre 45 mila feriti, mentre agli iracheni oltre 30 mila civili e orientativamente 10 mila soldati?

Una vera e propria ecatombe, a cui si debbono poi sommare tutte le vittime morte e continuano a morire quotidianamente da dopo la fine ufficiale delle ostilità e l’inizio della stagione di attentati e di epurazioni etniche. Questo porterebbe il numero dei civili iracheni a superare abbondantemente le 63 mila unità.

Cifre fornite per dare un’idea, senza la pretesa di essere dettagliati all’uomo, ma che ne rispecchiano l’entità. Peraltro, le statistiche in merito sono molto discordi e il numero certo non è dato sapere. Basti pensare a come potrebbero cambiare solo inserendo il numero dei suicidi al rientro in patria (circa 6 mila).

Adesso l’America si interroga cercando di attribuire le colpe. Come sempre si creano due fazioni, nella fattispecie: da un lato una corrente di pensiero addebita la sconfitta alla classe politica Irachena, ritenuta corrotta e inetta (Democratici), dall’altra al Presidente Barack Obama che ha ritirato il contingente americano troppo presto (versione sostenuta dai militari e dai Repubblicani/interventisti).

Personalmente, sulla base delle esperienze maturate in alcuni teatri operativi, ritengo che per molti soldati americani la missione in Iraq resta un’idea, un’astrazione: una base super fortificata circondata da muri di cemento e filo spinato; un pesante giubbotto antiproiettile che ti accompagna in tutte le ore del giorno e della notte; un check point da sorvegliare tenendo gli occhi ben aperti, senza distinzione di sesso o di età; un itinerario da perlustrare rinchiuso in un veicolo armato.

E’ la paura che ti assale al minimo rumore, sapendo che un IED potrebbe spedirti al creatore da un momento all’altro. Sono le lacrime che automaticamente scendono vedendo il letto ordinato di un amico che non tornerà ad occuparlo; sono le scene cruente che si ripetono nella mente mentre dormi e che ti assalgono e ti mantengono sveglio tutta la notte.

Ma il contatto con la gente, con i veri iracheni, la loro cultura, la loro religione, quello non c’è stato. Non hanno vissuto il contatto con la realtà locale. Gli unici iracheni spesso sono stati gli interpreti locali che lavoravano alla base.

Che valore danno quegli uomini e quelle donne alla nostra cosiddetta “democrazia” che così fortemente ci ostiamo a voler esportare? Siamo sicuri che dopo essere stati 5, 10 oppure anche 20 anni dopo ci sarà la tanto decantata “stabilità”? Scompariranno le rivalità etniche e tribali? Che Sunniti e Sciiti sapranno andare d’accordo e superare secoli di ostilità?

In realtà, dopo l’Iraq sarà la volta dell’Afghanistan, dove non appena gli americani e gli alleati andranno via, ritorneranno i Talebani e le loro regole. E allora cosa succederà? Ancora una volta avremo pianto migliaia di vite umane di amici e colleghi, il cui sacrificio non è servito ad un bel nulla, e buttato al vento altre centinaia di miliardi.

La lezione da apprendere è semplice: le vecchie regole non valgono più. Bisogna improntare il rapporto con il mondo musulmano in modo diverso, senza cercare di convertirlo ai nostri valori,  ma semplicemente facendo rispettare i nostri allo stesso modo come loro pretendono per i loro. Senza buonismo o facili paternalismi. Un rapporto maturo, tra pari. Le beghe interne devono risolverle da soli, così come noi difendiamo la nostra autonomia o sovranità decisionale interna, nazionale.

di Vito Di Ventura

 

    Print       Email

You might also like...

Abbattere i simboli delle ingiustizie razziali

Read More →