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Addio a Rubin “Hurricane” Carter, il pugile simbolo dell’uguaglianza

By   /   22 Aprile 2014  /   Commenti disabilitati su Addio a Rubin “Hurricane” Carter, il pugile simbolo dell’uguaglianza

Se ne è andato in silenzio, così come in silenzio erano passati i vent’anni di ingiusto carcere che aveva dovuto subire. Rubin Carter, ribattezzato Hurricane (uragano) per la potenza dei suoi pugni e la frequenza dei colpi, immortalato da Bob Dylan nell’omonima ballata, è morto a 76 anni a Toronto a causa di un cancro alla prostata. La storia dell’ex pugile è stata raccontata anche nel film del 1999 Hurricane – Il grido dell’innocenza di Norman Jewison.

Arrivato da un’infanzia turbolenta, trascorsa dentro e fuori dai riformatori, Rubin Carter aveva deciso di incanalare le sue energie nello sport, diventando un pugile professionista nel 1961. Immediatamente i suoi successi lo avevano portato nella «Top Ten» dei pesi medi: come Dylan cantava, he could have been the champion of the world. Tuttavia, il nome di Rubin Carter non è famoso in tutto il mondo per la sua brillante e breve carriera, quanto per essere stato vittima di uno degli errori giudiziari più clamorosi del mondo. Nel 1966, ad Hurricane vennero attribuiti una rapina e tre omicidi avvenuti nel New Jersey: dei testimoni oculari riferirono di aver visto due uomini afroamericani sulla scena del crimine, e il pugile venne incriminato esclusivamente per il colore della sua pelle e una coincidenza nel modello dell’automobile, nonostante nessuno dei sopravvissuti riconoscesse in Carter uno degli aggressori. La condanna definitiva aveva assegnato al pugile due ergastoli, ed anche i successivi processi confermarono la versione che lo voleva responsabile della sparatoria. Hurricane dovette trascorrere in una cella i successivi vent’anni, fino al 1985: anno in cui Lesra Martin, ragazzo canadese di colore, gli scrisse una lettera, profondamente commosso dalla sua vicenda. Il pugile entrò così in contatto con un gruppo di giovani avvocati che riuscirono a dimostrare l’infondatezza delle accuse. La precedente sentenza era stata emanata basandosi su motivi razziali, ed il processo di Rubin Carter non era stato equo: Hurricane è stato quindi liberato, trascorrendo gli anni successivi della sua vita in una fattoria poco fuori Toronto.

La storia del pugile, resa famosa da Bob Dylan e da Norman Jewison, dimostra come l’odio razziale sia sempre stato profondamente radicato nella società, anche in tempi cosiddetti «moderni». Rubin Carter è stato riabilitato, ma dopo vent’anni di ingiusto carcere. L’ex pugile non si è mai arreso, anche quando la situazione sembrava disperata: «Incarcerarono il mio corpo, non la mia mente» aveva dichiarato nei suoi scritti. Il colore della pelle ha reso Rubin Carter più «sospettabile» di altri: credere che un delitto fosse stato commesso da una persona afroamericana era più facile. Nonostante il contesto, oggi, sia nettamente diverso, questa è una tendenza che si può ancora ritrovare sulle pagine dei giornali e nel pensiero globale: un giudizio equo e una visione obiettiva, senza lasciarsi influenzare dalla paura dello straniero, potranno evitare tanti altri Hurricane.

di Chiara Gagliardi

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