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«Si muore quando si può»: addio a Gabriel Garcia Marquez

By   /   20 Aprile 2014  /   Commenti disabilitati su «Si muore quando si può»: addio a Gabriel Garcia Marquez

E’ scomparsa una delle penne più amate della letteratura del Novecento. Gabriel Garcia Marquez è morto il 17 aprile a Città del Messico, dopo essere stato ricoverato nelle scorse settimane per problemi respiratori. Se ne va a 87 anni l’autore di Cent’anni di solitudine, il libro che ha insegnato a tutto il mondo ad amare i romanzi familiari e che è diventato un punto di riferimento a livello mondiale, tanto da essere considerato la seconda opera più importante in lingua spagnola dopo il Don Chisciotte. «Gabo», come era soprannominato Marquez, lascia un grande vuoto: il suo ultimo romanzo, Memoria delle mie puttane tristi, era uscito nel 2004.

Figlio di una chiaroveggente, Marquez ebbe sempre un legame privilegiato con la dimensione del trascendente, tanto da essere considerato poi il principale esponente del cosiddetto «realismo magico». Gabo aveva cominciato a lavorare come giornalista nel 1948, a seguito del periodo di scontri in Colombia denominato La Violencia: e poco più di dieci anni dopo, fece il suo esordio letterario con Foglie morte (1961). Per Cent’anni di solitudine si sarebbe dovuto attendere fino al 1967: nel 1982 è arrivato anche il Premio Nobel per la Letteratura.

Forte del suo passato di giornalista, Gabriel Garcia Marquez si è sempre distinto per il suo impegno nella lotta per i diritti civili, proponendosi come mediatore per riportare la pace in Colombia, dilaniata dalle lotte fra i narcotrafficanti e il governo. La fine delle guerre è sempre stata un sogno per lo scrittore, che più di una volta si è pronunciato a favore della cessazione delle ostilità fra le nazioni (come nel caso di Palestina ed Israele). La filosofia letteraria di Marquez si può quasi definire «visionaria»: «Al principio c’è sempre un’immagine; se non vedo l’immagine non vedo il racconto» ha dichiarato lo scrittore in un’intervista a Che tempo che fa. Il viaggio fra surrealismo e fantasia è contenuto anche in Cent’anni di solitudine, dove l’elemento magico è solo intuito ma mai spiegato. Come dimenticare la figura di Remedios, ascesa misteriosamente al cielo e sempre vista in una dimensione separata dalla realtà? Oppure Ursula, che sopravvive per più di centoventi anni, arrivando a conoscere tutte le generazioni della famiglia di Macondo?

«Non si muore quando si deve, ma quando si può»: dichiara il colonnello Aureliano Buendìa nel romanzo. Di sicuro, Marquez ha lasciato una traccia indelebile in tutto il mondo: tutti i capi di Stato si sono riuniti per ricordare quell’uomo dagli occhi profondi e dal sorriso intenso che, da sotto il suo cappello bianco, ha saputo guardare il mondo da un’altra prospettiva e raccontarci una realtà, forse, più autentica di quella che riusciamo a vedere.

di Chiara Gagliardi

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