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Rugby – Sei Nazioni in cerca d’autore: lacrime di gioia, lacrime d’Irlanda

By   /   21 Marzo 2014  /   Commenti disabilitati su Rugby – Sei Nazioni in cerca d’autore: lacrime di gioia, lacrime d’Irlanda

rbs irlanda rugby sei nazioni Rob KearneyL’Irlanda è sul trono d’Europa. Regina del Sei Nazioni 2014, la nazionale verde ha congedato nella migliore maniera possibile Brian O’Driscoll, rugbista leggendario al suo ultimo torneo internazionale. È questo il principale verdetto dell’ultima giornata della massima competizione continentale di rugby, vero e proprio check up sullo stato di salute delle maggiori potenze dell’Emisfero Nord, in vista test match e soprattutto in vista mondiale.

Ma è bene sgombrare il campo da alcuni atteggiamenti, attraenti ma forse fuorvianti: è stato innanzi tutto un torneo. Bellissimo, indimenticabile, intenso e teso sino all’ultimo. Delle volte ce ne dimentichiamo, messi con le spalle al muro da considerazioni che vogliono guardare lontano, alle competizioni iridate e ai massimi sistemi.

Resta un torneo ed è antichissimo, oltre che prestigioso: l’Irlanda lo ha fatto suo e il mondo le ha reso omaggio. Grande merito va al tecnico Josef Schmidt, capace di rivitalizzare una squadra a rischio cucchiaio di legno appena un anno prima; il resto lo hanno fatto le qualità dei giocatori, che a livello di club giocano un rugby di altissimo profilo (le irlandesi restano favorite nel Pro 12 oltre che in Heineken Cup), in patria come all’estero. C’è anche chi la scena internazionale l’ha presa come un luogo per curare lo spirito: l’apertura Jonny Sexton, titolare nei Lions la scorsa estate, non sta passando il migliore dei momenti possibili a Parigi col Racing Metro e un Sei Nazioni di questo profilo è la medicina ideale.

Seconda ha chiuso l’Inghilterra, che da quando esiste il torneo nell’attuale formato il cucchiaio di legno non lo ha mai assaggiato. Dal titolo mondiale 2003 in poi, unica affermazione del Vecchio Continente nei confronti dei mostri sacri dell’Emisfero Sud, gli inglesi hanno vinto meno di quanto avrebbero dato a sperare, raccogliendo solo un successo, in quell’edizione 2011 vinta senza Grand Slam. Per il talento messo in circolo dai vari selezionatori, per lo stato di salute di un movimento che ha espresso club anche dominanti sulla scena europea, per la grande passione mostrata dai tifosi nelle Coppe del Mondo, un po’ poco.

Quest’anno, come altre volte, il gap tra Inghilterra e vincitori del Sei Nazioni è stato minimo. Maledetta differenza punti, direbbero i tifosi della Rosa, o maledetta sconfitta di Parigi, all’esordio, quando si pensava pesasse meno. Di fatto è quel ko con la Francia a vanificare un torneo condito dalla Triple Crown, dal prestigioso successo contro Galles e Irlanda, dall’imbattibilità di Twickenham. Anagraficamente, tatticamente e sul piano della lunga durata, l’Inghilterra resta la migliore chance che l’Europa ha di vincere il mondiale l’anno prossimo, ma un Sei Nazioni tifosi e giocatori se lo sarebbero ben volentieri portato a casa.

Se l’Irlanda ha trionfato con merito e l’Inghilterra può guardare al futuro con fiducia, un po’ di preoccupazione la desta il Galles. Intendiamoci, la qualità resta altissima, però stanchezza e mancato ricambio generazione possono influire. Non basta, come spiegazione ai crolli negli scontri al vertice, la scusa del tour dei Lions, e ora è da valutare l’impatto nei Test Match, luogo poco ospitale per i dragoni negli anni.

La Francia resta un rebus, per quel suo potere qua speciale e là irritante di alternare prestazioni anonime a colpi di reni micidiali, impressionanti. Mi piace tanto il fattore Saint Denis, dove la marea di tricolori può spingere tutta la mischia, dove si avverte proprio il senso della patria che si mette in gioco; mi piace meno un Top 14 così zeppo di stranieri, sede di un rugby poco creativo e spesso a punteggio basso. Il parco giocatori a disposizione di Philippe Saint-André (promosso con debito) resta importante, ma ora servono certezze, stabilità, meno improvvisazione.

Un discorso a parte, infine, spetta a Scozia e Italia. Troppo spesso, dopo le prove maiuscole dell’anno scorso contro Irlanda e Francia, ci siamo considerati superiori agli scozzesi. Tale atteggiamento, unito a deficit sul piano della tenuta mentale e fisica sugli 80′, ha portato alla sconfitta di Roma (maledetto drop!) e ai cappotti presi con Irlanda ed Inghilterra. Più forti sì, però troppo a loro agio nell’impallinare questa Italia, puzzle irrisolto quando il ciclo Brunel prometteva di essere a buon punto.

L’ultima luce è quella del Sei Nazioni 2013, dopo di che il buio ha accompagnato un gruppo che ormai riceve l’abbraccio caldo di tutta Italia.

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