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Tunisia: si stava meglio quando si stava peggio

By   /   17 Ottobre 2013  /   Commenti disabilitati su Tunisia: si stava meglio quando si stava peggio

ben alìMentre scrivo, sono passati ben 1.372 giorni dalla Rivoluzione Tunisina che dette origine alla Primavera Araba. Il  14 gennaio 2014 saranno infatti 3 anni che l‘ex Presidente, Zine El-Abidine Ben Ali, è stato costretto a lasciare la Tunisia.

Come è noto, nel dicembre 2010 la scintilla che innescò la ribellione in Tunisia, che alla fine ha causato la caduta del governo, fu provocata dal gesto del giovane Mohamed Bouazizi che si cosparse di benzina e si dette fuoco per protesta contro la chiusura della piccola bancarella di frutta e verdura abusiva che aveva messo su per sbarcare il lunario.

Il giovane morì il 4 gennaio. Con la sua morte iniziarono una serie di contestazioni violente a livello nazionale che trovarono impreparato il governo e le forze di polizia. Gli scontri provocarono la morte di oltre 100 persone, tra manifestanti e poliziotti, e Ben Alì preferì fuggire con la sua famiglia a Jedda in Arabia Saudita, dove credo tuttora risiede. Ben Alì fu poi condannato in contumacia a 90 anni di carcere.

Proprio circa 1.372 giorni fa, nel dicembre 2010 mi trovavo in Tunisia dove trascorsi, insieme ad un gruppo di amici, il capodanno presso l‘accampamento di Zmela Labrissa, nel deserto del Grande Erg Orientale, a sud di Douz e a qualche chilometro a dall’oasi di Ksar Ghilane. Rientrammo in Italia appena qualche giorno prima che scoppiassero i disordini, proprio mentre montava la protesta dopo la morte di Bouazizi.

L’impressione che ebbi allora della Tunisia fu di uno stato di polizia, dove ogni movimento di ogni singolo cittadino era controllato. Infatti, all’ingresso e all’uscita delle città e ai principali snodi stradali c’era un posto di blocco, dove ragazzi col fucile, sotto l’occhio attento di un poliziotto anziano, controllavano il flusso delle auto e se insospettiti le fermavano. Spesso, specialmente per i turisti, il controllo significava un piccolo contributo.

Regnava la corruzione e la miseria, ma la gente umile ti accoglieva con un sorriso. Gigantografie del dittatore tappezzavano ogni angolo di Tunisi e delle principali città. La sua immagine, in vari atteggiamenti, doveva trasmettere ai cittadini sicurezza o senso di protezione e amor patrio. Come un buon padre di famiglia. Ma nei villaggi, specialmente quelli più a sud, composti da un centinaio di case sparse lungo la via principale e sperdute tra le montagne rocciose e il deserto, senza alcuna forma di vegetazione, la gente tirava a campare e sbarcava il lunario con pochi dinari. Viveva in case diroccate o di fortuna, strade polverose e maleodoranti di rifiuti bruciati nelle discariche a cielo aperto.

Lungo le strade, in prossimità dei villaggi, una piccola catasta di taniche di plastica riempite di benzina o gasolio, recuperato chissà dove e chissà come, si ergeva a distributore di benzina non autorizzato, ma tollerato. Una fila di locali allineati si spacciavano per macellerie ed avevano appesi all’ingresso una pecora appena squartata. Altre pecore invece, per il momento più fortunate, erano legate, ignare, in attesa di un compratore.
C’era povertà e poco lavoro. Ben Alì governava con il pugno di ferro, il suo governo sembrava una roccaforte inespugnabile e nulla poteva far presagire quello che di lì a poco sarebbe accaduto e cioè che il regime di acciaio inossidabile crollasse come un castello di sabbia!

Dopo 3 anni sono tornato in Tunisia, questa volta in nave per un moto tour. Ho visitato nuovi e vecchi luoghi. Scenari bellissimi e meritevoli di essere visitati. Tralascio le interminabili e snervanti file e timbri e visti su documenti per noi e per le moto, tralascio le mance che abbiamo dovuto elargire ai vari responsabili per ricevere quei visti e quei timbri. Su questo si potrebbe dissertare a lungo, specialmente se confrontati con certi comportamenti nostrani che vanno tanto di moda in questi ultimi tempi e che sono sfociati ad una nuova missione interforze nel “Mare Nostrum” (ma di chi?).

Poiché l’opinione che mi ero fatto allora non era cambiata, anzi, direi che era peggiorata come gli odori ancora più pungenti (forse a causa della festività del sacrificio di Abramo e quindi del sangue delle pecore e agnelli che scorreva ovunque), ho parlato con tassisti, camerieri, gente che si avvicinava per ammirare le moto e a tutti ho fatto la stessa domanda: “cos’è cambiato dopo la caduta di Ben Alì?” La risposta che tutti mi hanno dato è che il costo della vita è praticamente raddoppiato, manca ogni forma di controllo, la corruzione e la delinquenza sono aumentate. Tutti rimpiangono Ben Alì e ritengono che il popolo debba essere governato da un uomo di polso. In sintesi, come mi ha detto in napoletano un venditore di sigarette e souvenir: “Stavamo meglio quando stavamo peggio”!

A Ben Alì va dato un unico merito e cioè quello di non aver fatto spargere il sangue dei propri connazionali. Ha preferito tagliare la corda subito anziché resistere ad oltranza come invece ha fatto Muammar Gheddafi in Libia e sta facendo Bashar al-Assad in Siria. L’attaccamento al potere di questi ultimi ha provocato, e ancora provoca, migliaia di morti e profughi.

di Vito Di Ventura

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