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Perché Hamas ha ripreso a lanciare missili su Israele

By   /   17 Novembre 2012  /   Commenti disabilitati su Perché Hamas ha ripreso a lanciare missili su Israele

Hamas, in realtà, non ha mai smesso di lanciare razzi su Israele. Tuttavia, finché i razzi esplodevano in zone non abitate ed il loro effetto rimaneva confinato al solo lancio propagandistico, alla dimostrazione di poter violare il territorio e la sicurezza nazionale Israeliana, tutto questo era “accettabile”. In altri termini, Israele, mordendo il freno, non reagiva su vasta scala.

Ma quando i missili hanno cominciato a colpire le città di confine, provocando morti, e puntare su Tel Aviv e Gerusalemme, allora la musica è cambiata e la reazione di Israele non è tardata a farsi sentire attraverso raid aerei che, per quanto mirati o chirurgici possano essere, inevitabilmente causano danni e morti anche alla popolazione civile.

Ma perché Hamas vuole che il livello di conflitto si innalzi e perché proprio in questo momento?

Ci sono almeno 2 buoni motivi: da una parte c’è la guerra civile Siriana e dall’altra l’Egitto.

Hamas è sostenuto dalla Siria e dall’Iran. Entrambi hanno interesse a spostare l’opinione pubblica dai problemi interni. L’Iran ha tutto l’interesse ad aiutare il Presidente Siriano Bashar Al-Assad per trovarselo alleato e sostenitore della sua politica nucleare osteggiata dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale. Assad, nella sua lotta a mantenere il potere, è aiutato dalla Russia soprattutto per motivi politico-strategici, mentre Mahmoud Ahmadinejad è sostenuto dalla Cina per motivi economici (petrolio).

La carta Palestinese diventa quindi catalizzatrice dell’attenzione mondiale, distogliendola dalla guerra civile Siriana e dalla politica Iraniana. Senza dimenticare che comunque ogni occasione e’ buona per colpire Israele.

Egitto e Israele sono legati dal Trattato di Pace, seguito alla guerra dello Yom Kippur (1973), e dagli Accordi di Camp David del 1978, che per circa 40 anni hanno garantito la stabilità nella penisola del Sinai. In particolare, l’accordo divide la Penisola del Sinai in 4 Zone di neutralità crescente. L’Egitto può mantenere reparti di fanteria e meccanizzati nella Zona A, quella confinante con il Canale di Suez. Nella Zona B la presenza militare è limitata alla polizia locale e al pattugliamento dei confini. La Zona C è sotto controllo delle forze multinazionali di pace delle Nazioni Unite, circa 1.600 soldati dislocati in 32 basi. Israele è autorizzata ad una limitata presenza nella sola Zona D, ai suoi confini.

Dopo la caduta di Hosni Mubarak, i Fratelli Musulmani sono saliti al governo e il Presidente Mursi, pur avendo dichiarato più volte di voler rispettare tutti i Trattati internazionali e di Pace con Israele, non può non tenere conto delle pressioni interne della sua base politica e rimanere inerme.

Qui però gli interessi sono doppi. Da un lato l’Egitto vorrebbe mantenere lo status quo nella penisola del Sinai ed evitare i traffici illeciti e il contrabbando, che potrebbero giustificare eventuali rappresaglie Israeliane nel caso in cui la penisola del Sinai dovesse diventare un santuario per i militanti.

Per questo, con il consenso di Israele, gli Egiziani hanno dato il via alle operazioni Sinai e Eagle contro i militanti e contrabbandieri, chiudendo i numerosi tunnel che portano da Gaza in Egitto. Per queste operazioni l’Egitto è stato autorizzato a portare truppe corazzate ed elicotteri armati ad El Arish.

Il confine ufficiale è a Rafah, ma i numerosi tunnel tra Gaza e l’Egitto servono per il contrabbando di droga e armi. Si sa che i militanti di Gaza e del Sinai posseggono razzi Qassam e Grad. I missili Quassam, nelle varie versioni, possono raggiungere fino a circa 20 Km, mentre il Grad o BM-21 di produzione sovietica (1961) è un moderno lanciarazzi multiplo, anch’esso con gittata di circa 20 Km.

D’altra parte l’Egitto ha interesse a limitare il numero di emigranti che si riversano da Gaza in Egitto e teme il rischio di instabilità per la presenza di troppi rifugiati Palestinesi.

Durante l‘Operazione Piombo Fuso del 2008 l’Egitto chiuse la frontiera a Rafah e i militari ingaggiarono anche scontri armati con i Palestinesi. Ora il presidente Mursi ha apertamente dichiarato che non permetterà ad Israele di continuare i suoi bombardamenti aerei e meno che mai un attacco terrestre su Gaza.

Se l’Egitto quindi si comporterà in modo diverso rispetto al 2008 e non manterrà il confine chiuso, Israele sarà costretta ad inviare truppe sulla strada che porta a Gaza, lungo il confine con l’Egitto per tagliare la strada ai Palestinesi e questo porterebbe gli Israeliani a contatto con gli Egiziani, con un alto rischio da entrambe le parti. Ma se l’Egitto mantiene aperto il confine a Rafah e si oppone a Israele, questo andrà contro i suoi interessi e non eviterà l’ondata di rifugiati.

In sintesi, l’Egitto si potrebbe trovare di fronte al bivio: combattere Israele che si troverebbe tra due fuochi o accogliere in casa i rifugiati Palestinesi, col timore che questo potrebbe trasformare l’Egitto in un secondo Libano.

di Vito Di Ventura

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